domenica 29 marzo 2015

i passi si dirigono insieme verso lo stesso posto



......con il matrimonio i due contraenti stanno esigendo, l'uno dall'altra, un reciproco annullamento o annichilimento, l'annullamento di ciò che ciascuno era e di ciò che ha fatto innamorare l'altro o forse vederne qualche convenienza, in quanto non sempre c'è un innamoramento previo, a volte è posteriore e a volte non avviene, nè prima nè dopo. Non capita. L'annullamento di ciascuno, della sua parte conosciuta, vissuta e amata......


perchè ora


.... i passi si dirigono insieme verso lo stesso posto, non perchè io abbia deciso di accompagnarla e nemmeno perchè abbia l'abitudine di farlo e credo sia giusto e corretto farlo, ma perchè ora i piedi non esitano sulla strada bagnata, nè decidono, nè cambiano idea, nè possono scegliere, o pentirsi: ora non c'è dubbio che si va dalla stessa parte, che questa sera lo si voglia o no, o forse era ieri sera che non lo volevo....

Javier Marias, "Un cuore così bianco", Einaudi ed.

io non ho amici

io ho perso la fiducia

„In generale, io non ho amici. Gli amici vanno e vengono; io ho perso la fiducia. Io credo di stare con persone che credono di essere miei amici. E io penso che ci siano persone che probabilmente nel loro cuore credono di provare amicizia nei miei confronti o essere miei amici. Ma loro non sono miei amici, perché quello che ho imparato è che la paura è più forte dell'amore.“
 
„Ognuno di noi è in guerra con qualcosa... A volte io sono in guerra col mio cuore.“

Tupac Shakur

Io sono fatta invece di questo non scrivere giorno per giorno



Ora tu credi che basterebbe un niente,
sedere ad un tavolo sgombro
in un’ora propizia, e lavorare ai versi
lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece
di questo non scrivere giorno per giorno;
dentro il sedimentarsi delle piccole
cose, e delle grandi, sono
l’anima ingombra del loro farsi mute.

Cristina Alziati

la leggerezza




Adoro veleggiare sui pensieri e
Volare

Gabriella R





sorgeva con l'addio
l' incontro vero e l'amore

MATTINO

Era necessario un addio, perché capissi,
che non c'è un addio per noi.

Per sempre porterò in me quest'alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l'aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l'addio
l' incontro vero e l'amore.

Blaga Dimitrova - 1961, Praga

il respiro delle parole


Furono il suo sguardo e il suo respiro
- ormai giunti aldilà della Parola -
a svelare il Mistero.
Franco Buffoni su Emily Dickinson

è troppo occupato per potermi dire se i miei Versi sono vivi?,,,,
In caso pensasse che essi hanno respirato,
e se Lei avrà il tempo per dirmelo, io sentirò immediata gratitudine.
lettera di Emily Dickinson


M. - anche tu fai scarso uso
delle congiunzioni nelle tue poesie

G. - ummmm...
si ogni frase si deve legare col
respiro

Gabriella R., Marcello R.

il respiro dei versi

lettera di Emily Dickinson a Mr Higginson,

15 APRILE 1862

Mr Higginson,

è troppo occupato per potermi dire se i miei Versi sono vivi?

La mia Mente sta così attaccata a sé stessa, non è in grado di vedere, ed io non ho nessuno a cui chiedere.

In caso pensasse che essi hanno respirato, e se Lei avrà il tempo per dirmelo, io sentirò immediata gratitudine.

Se ho fatto degli errori, e lei avrà il coraggio di dirmelo, ciò susciterà un onore ancora più sincero nei Suoi confronti.

Le allego il mio nome, chiedendole, Signore, se potesse dirmi la verità. Se potesse non tradirmi. Non serve chiederlo, poiché nell’Onore dimora, il suo stesso pegno.

Emily Dickinson

sabato 28 marzo 2015

fare i conti con il proprio passato

colpa della memoria

„Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l'impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d'amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.“

Diego Da Silva

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Mistero

Mistero

Emily Dickinson è perfettamente consapevole dei limiti, delle insufficienze, della parola in genere e della parola poetica in particolare. E ne soffre costantemente, perché la parola resta comunque l’unico mezzo che ha a disposizione per mirare al centro... Certo, esiste la musica; magari - come scriveva John Keats – una tuneless music, una musica senza suono, oppure la musica della natura, il ronzio dell’ape che – se estaticamente ascoltato al massimo grado di concentrazione e compenetrazione diviene più alto e armonioso della più complessa sinfonia... Ma Emily non è un musicista; Emily solo con le parole può “trattare”, quello è il suo business. E allora ecco che scant e slant fanno baruffa e producono brutture, divengono un insieme orribile. L’aggettivo awful (in inglese: orribile) contiene però il sostantivo awe, che significa anche timore estatico, reverenza. Reverenza verso il Dio biblico della parola che si fa Carne; timore per il Tempo che ci sfugge e ci impedisce di raggiungere il Centro da quella circonferenza su cui continuiamo a scivolare. Timore di non riuscire a farcela ad unificare lo slant con lo scant, il dentro con il fuori, restando per sempre nell’awful. Perché uno più uno fa uno: one and one is one. In una delle lettere più famose di Emily si legge questa frase:
“Non dirò quanto sia breve il Tempo,
perché a me fu rivelato da labbra
che subito si sigillarono”.
Emily Dickinson
Il capovolgimento paradossale è la logica attraverso cui Dickinson cercò di venire a capo del Mistero. Molte delle persone che le erano state vicine se n’erano irrimediabilmente “andate”; il Tempo altrettanto irrimediabilmente passava, sulla Circonferenza si continuava a scivolare. Ma forse non è il tempo che passa: siamo solo noi che passiamo; e forse siamo già al centro mentre crediamo di stare sulla circonferenza. E la morte non è che un braccio che si distende dolcemente, lentamente sul guanciale, senza più fremiti, senza più scosse, finalmente quieto. Furono il suo sguardo e il suo respiro - ormai giunti aldilà della Parola - a svelare il Mistero.

Franco Buffoni

pagina web di Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Rivelazione

Rivelazione

Il rapporto con il concetto di “traduzione” - di grande importanza quando si legge la poesia di un autore straniero - diventa cruciale per il lettore di Emily Dickinson. Per una ragione molto semplice: la poesia di Emily Dickinson è già di per sé una “traduzione”: essa nasce all’interno del concetto di traduzione. Scriveva Josif Brodskij:
“Poesia è traduzione. Traduzione di verità metafisiche in linguaggio terrestre”.
(Affermazione che, come corollario, ci porterebbe a riflettere su un’altra definizione stentorea, di Robert Frost: “Che cos’è la poesia? E’ ciò che si perde in traduzione”: una riflessione che però ci porterebbe troppo lontano...).
 
La poesia di Emily Dickinson è principalmente traduzione perché la poetessa si impose come missione quella di tradurre verità metafisiche in linguaggio terrestre. Impresa improba, perché è Dickinson stessa la prima a rendersi conto dell’inadeguatezza della parola. La sua è dunque una costante lotta (proprio come quella di Giacobbe con l’angelo) per giungere a una sorta di “rivelazione”, che tanto più pare raggiunta, o comunque vicina, quanto più sfugge e torna a svanire, ridiventando lontanissima.
 
Una lotta impari e improba ingaggiata da Emily con la forza della disperazione nei confronti della “parola”. Da qui la sensazione costante di stordimento, di “estasi”. Da qui la necessità del ricorso a un linguaggio ellittico. Come scrive Silvio Raffo “dire la verità intera non si può, se non attraverso la narrazione di una serie di estasi”. Emily Dickinson definisce questa “serie di estasi” che dovrebbero portare alla “rivelazione” (sempre parziale, sempre effimera, sempre sfuggente) “bollettini dell’immortalità”.
 
La rivelazione è dunque da Emily costantemente ricercata e perseguita, anche attraverso l’uso di quelle che lei stessa definisce “ample words”, parole ampie, vaste. “Immortale è una parola ampia”, scrive la poetessa, ben conscia del fatto che - mentre lo sta scrivendo – il concetto estatico sfugge e diviene... terreno, umano, mortale. E così via, in una estenuante lotta che, più che alla Bibbia in senso ampio, ci fa pensare direttamente all’Apocalisse.

Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Congiunzione

Congiunzione

Non c’è bisogno di essere linguisti per sapere che la congiunzione è un elemento fondamentale, forse addirittura l’elemento fondamentale della costruzione linguistica. Come definire allora la scrittura di Emily Dickinson dove le parti connettive nel migliore dei casi sono abbreviate, ma più frequentemente sono tolte? La “e”, congiunzione principe - ancora più pesante e significativa nell’”and” inglese - in Dickinson non compare. Al suo posto appaiono barre, separazioni, intervalli. E’ la stessa cosa? No, non è la stessa cosa, non può essere la stessa cosa. Perché così barrato, intervallato, separato, il dettato dickinsoniano giunge al lettore in modo nervoso, isterico. Immediatamente si coglie un dato: quella poesia non sarà mai pacificatrice o pacificante. Comunicherà sempre asprezza, ansietà, disagio. Constatazione, questa, che naturalmente non cancella un’altra realtà della poliedrica e immensa (ripetiamo: circa 1700 componimenti) produzione dickinsoniana: come è altrettanto evidente anche a chi legge Emily solo in traduzione, infatti, esiste nel suo animo e quindi nel suo dettato poetico anche una forte componente sentimentale.
 
Tale attitudine al “sentimentalismo” fu la prima ad essere colta dal pubblico della Nuova Inghilterra. Con la prima edizione a stampa, dopo la morte della poetessa, “passò” questa componente, capace di trasformare una parte della sua poesia in motto da calendario, in frase proverbiale. Un aspetto, questo, che potrebbe essere definito in qualche modo l’involucro, la carta luccicante nella quale rimane avvolto come un nocciolo duro la realtà sfuggente, verticale, astratta del suo genio. Una realtà che induce Emily a rifuggire quasi sempre anche dal ricorso grammaticale a forme di coordinazione e di subordinazione.
 
Come ebbe a scrivere Nadia Fusini,
“la lingua della Dickinson è compressa, contratta, lacunare, procede from blank to blank”.
Proprio il procedimento da spazio bianco a spazio bianco la rende evanescente e infinitamente interpretabile, la rende unica. In pratica, con Dickinson, ci si trova quasi sempre ad avere a che fare con con una mancanza “centrale”. Una mancanza che la stessa Dickinson definì “ellittica”. E se ellittico è in genere il suo procedimento verbale, la figura geometrica dell’ellissi non può che essere il marchio distintivo della sua opera e della sua vis creativa.
 
Emily Dickinson può dunque essere complessivamente definita come un’avventura particolare e irripetibile della lingua inglese, capace di mettere in imbarazzo - in primis - proprio un lettore di madrelingua.

Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Traduzione

Traduzione

“Egli ha udito il ruggito del leone,
e sa tradurlo nel linguaggio degli uomini”
John Keats
scriveva il grande poeta romantico John Keats circa la funzione del “poeta”, l’essenza della sua “missione”. Una definizione adattissima per Emily Dickinson, solo sostituendo al termine “leone” - troppo prosaico, animalesco, terreno - il termine “vertigine”, per esempio, o “voragine”. E qui una lettura di tipo psicanalitico avrebbe ovviamente buon gioco. Il poeta vede il fondo della voragine e si ritrae inorridito, prova un terribile senso di vertigine e... cerca di comunicarlo, di tradurlo ai suoi lettori.

Ma come funziona questo gioco se i lettori non ci sono? Se le 1700 poesie vengono scritte come una sorta di diario personale in versi, persino sul retro di buste di carta da lettere già usata, o sulla nota di un negoziante, e soprattutto senza alcun progetto editoriale né prossimo né remoto? Solo oggi noi possiamo permetterci di leggere queste 1700 poesie in sequenza, mentre nemmeno Emily - allora - era in grado di farlo. Questa constatazione inevitabilmente pone un ulteriore problema di tipo traduttologico. Come si deve porre un traduttore rispetto a poesie non pensate altrimenti che per restare inedite?

Un problema in più, rispetto a quello già non indifferente, che vede il testo “originale” bloccato in una sorta di atemporalità. Mentre la lingua della traduzione - meglio: delle traduzioni - è una lingua del tempo e nel tempo, che inevitabilmente porta con sé il concetto di “ritraduzione”, in vista di un continuo adeguamento della “traduzione” all’evoluzione della lingua cosiddetta di “arrivo”.

Proprio per questo troviamo affascinante la teoria dello studioso tedesco Friedmar Apel, che parla di “movimento del linguaggio nel tempo” anche per il testo cosiddetto di “partenza”. Perché è vero che il testo che stiamo traducendo è stato scritto “allora”, ma è innegabile che - pur con tutti gli sforzi di contestualizzazione – noi lo si sta leggendo e interpretando “oggi”. In questa ottica Emily scrive per noi oggi.

Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Libro

Libro

“Nessun vascello c'è che, come un libro,
possa portarci in contrade lontane”
Emily Dickinson
E’ stilnovistico questo splendido aforisma di Emily Dickinson, capace da solo di rivelarci il grande segreto della poetessa. Leggere, per lei, significava veramente viaggiare, e la sua stanza diventava il mondo, l’universo.
 
Ciò che la fantasia, ispirata da un libro, sapeva costruire valeva incommensurabilmente di più di piroscafi e di sbarchi, di calessi e ferrovie. La realtà che i mezzi di trasporto e di locomozione riuscivano a rivelare era infinitesimale rispetto a quella che un libro era in grado dischiudere. E poi i trasporti erano violenti e faticosi; soprattutto mettevano alla prova la tenuta dell’involucro corporeo nel mondo esterno. Una tenuta piuttosto fragile per Emily. Il libro apriva invece ogni via di fuga ed era discreto: non imprecava come un carrettiere, non maleodorava come una carrozza ferroviaria, non traspirava, non emetteva fetori, non induceva sgradevoli sensazioni di calura o di gelo. E permetteva di viaggiare più velocemente di qualsiasi mezzo “terreno”. Solo il volo di un grande uccello libero era paragonabile al libro. E la fantasia di Emily si librava come e più di un immenso uccello libero.
“Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di che cosa si faccia in casa”
scrisse Emily in una delle sue “riflessioni” apparentemente svagate; in realtà taglienti come lame e capaci di rivelare la consistenza del suo mondo famigliare ben più di una indagine sociologica. La riflessione infatti così procede:
“Mio padre mi compra molti libri, ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.
Il padre, ricco e colto avvocato, adorava questa figlia intelligente e sensibilissima, e voleva che fosse felice. Se i libri la rendevano felice, Mr Dickinson le comprava dei libri. Ma Mr Dickinson era anche un uomo del suo tempo: vi erano tanti pericoli nel mondo, che attraverso i libri potevano turbare la mente di una fanciulla. Non solo pensieri d’amore:
anzi quelli non erano preoccupanti, dato il carattere schivo e riservato di Emily. Dai libri potevano, più pericolosamente, venire turbamenti alla fede pura nell’unico Libro. La Nuova Inghilterra, dove i Dickinson vivevano, grazie alle parole stampate, non era impermeabile a quanto avveniva aldilà dell’oceano: e dalla vecchia Inghilterra giungevano messaggi poco rassicuranti per l’establishment. Socialmente si stava realizzando un pericoloso compromesso, definito “vittoriano”, ma ancor più pericolosamente la parola stampata portava istanze di sovvertimento: il mondo non era vecchio di soli 4000 anni: i geologi smentivano i calcoli dei teologi sulla genealogia di Adamo; peggio ancora, si metteva in dubbio la presenza provvidenziale nel mondo. Troppo, troppo per un uomo dabbene e per pudiche fanciulle.

Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Amore

Amore

“Che l’amore sia tutto,
è ciò che sappiamo dell’amore”.
Emily Dickinson
In questo celebre aforisma di Emily Dickinson può dirsi condensato il suo pensiero profondo sul sentimento-principe. Sentimento per definire il quale gli antichi greci usavano due termini: eros e agape, l’amore provvisto di carica erotica distinto dall’amore-donazione.

Per la vita appartata, riservata e schiva che condusse; per l’afflato biblico o comunque religioso che sempre la pervase, si potrebbe supporre che soltanto il secondo ambito, quello dell’agape, sia stato di pertinenza dickinsoniana. E che all’ambito dell’eros la poetessa si sia più o meno volontariamente sempre sottratta. Sarebbe un grossolano errore. Proprio perché l’eros non venne “agito” nella vita di solitudine e di autoreclusione che Emily condusse, un erotismo fecondo, un erotismo da Cantico dei cantici prorompe dai suoi versi, attanagliando il lettore attento, quasi stordendolo.
“Prima di amare,
non ho mai vissuto pienamente”,
Emily Dickinson
scrisse ancora la poetessa. Oltre ai famigliari, chi amò - dunque - Emily? E’ la domanda che ingenuamente qualcuno potrebbe porre. Magari evocando un certo professore, un reverendo col quale Emily ebbe un intenso rapporto epistolare. Oppure safficamente alludendo a una fanciulla, che faceva parte della cerchia allargata della famiglia, segreto oggetto di palpiti amorosi. Possiamo replicare che appurare quale sia stata la persona “reale” (posto che sia mai esistita) non ha alcuna importanza? E che la grandezza dei versi ispirati all’amore e dall’amore in Dickinson abbaglia ancora di più se il dettaglio biografico rimane nell’ombra?

Franco Buffoni

Che l'Amore sia tutto quel che c'è
È tutto ciò che sappiamo dell'Amore,
È abbastanza, il carico dev'essere
Proporzionato al solco.
Emily Dickinson

l'arte della vita

l'arte della vita

„La nostra vita è un'opera d'arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata;
 
dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l'impossibile.
 
E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all'altezza della sfida. L'incertezza è l'habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.“

Zygmunt Bauman - (da L'arte della vita, trad. it., Bari, 2009)

La sincerita non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza,



(...) a volte esprimere la realta' cosi' come e' ci spinge a non essere sinceri....

 La sincerita (...) non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza,

 ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione e patetica debolezza

Orhan Pamuk, "Il mio nome è rosso",

lieve mi è giunto il tuo profumo



lieve mi è giunto il tuo profumo

lieve mi è giunto il tuo profumo
attraverso le tue lievi parole

cosi' in questo limbo
lontano dalla battaglia
e dai suoi rumori

ti respiro e ti trattengo

G. - luglio 2009  

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