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martedì 22 gennaio 2019

No. È sposata, le ho visto la fede.




Gli affanni si ripetevano, s’interrompevano, diventavano un brontolio violento. La voce della donna sembrava esigere di più e, quando ottenne quello che voleva, lasciò scappare un grido, a cui seguirono gemiti e sussurri avidi. L’uomo le parlava a voce bassa, senza smettere, un mormorio interrotto da insulti e da ordini.
 
Wagner si avvicinò alla porta. Poi si inginocchiò all’altezza della serratura. Lo sguardo cadde prima su un pezzo di carta bianco, poi su un bicchiere; poi, vide il luccichio di un anello alla mano destra della donna. Fu solo un istante, perché la donna si allontanò subito, e dopo vide che appoggiava le mani sul pavimento e si faceva cadere all’indietro, nuda, addosso all’uomo che la abbracciava e la obbligava a girarsi. Ciò che vedeva si disintegrava in piccoli dettagli: il copriletto verde si dilatava come fosse un prato, una mano bianca si distendeva per aria senza un senso apparente e un bracciale alla schiava dorato avvolgeva la caviglia della donna.
 
Il maestro Pardo si appoggiò al corpo di Wagner e iniziò anche lui a guardare la scena dal buco. Attraverso la serratura vide la finestra, lo schienale di una sedia e due gambe di donna che sembravano aprirsi nel vuoto. Apparve poi, un’altra volta, il fascino dei corpi nudi, come se avesse infilato la testa sotto il panno nero del fotografo.
 
La posizione ricurva dei corpi che stava osservando gli fece ronzare il sangue nelle orecchie e le voci dall’altro lato della porta mormorarono e poi tacquero. Wagner, lentamente, si alzò. Anche il maestro Pardo si tirò su e si sentì un po’ nauseato.
 
«Se n’è accorto?», disse Wagner. «Lei ci guardava».
«Il tizio era un altro. Viene ogni volta con uno diverso».
«Gliel’ho detto, ha visto? È lei che affitta la stanza».
«Ma non è una zoccola».
«No. È sposata, le ho visto la fede. Si toglie i suoi sfizi».
 
Ricardo Piglia - Pomeriggio dìamore (racconto) - tratto da L'invasione


Fuoco del desiderio

sabato 12 gennaio 2019

e lui è una specie di vela e lei il mare




La porta.
Una figura scura entra, esita un po’ in piedi vicino al tavolo. È una sagoma nera contro il grigio scurissimo della notte e Carlo non vede bene, sente solo il profumo.
La figura si porta una mano dietro la schiena e abbassa una lunga zip, poi si lascia cadere il vestito sui piedi.
Poi si infila nel suo letto.
María.
Gli si accuccia contro.
E ora? E se gli si ferma il cuore? Se il respiro dopo non arriva e lui lo aspetta come un treno in ritardo, su e giù per la banchina, e quello non arriva lo stesso? E se muore lì, stecchito?
 
Eh, no, proprio adesso no. Che razza di beffa sarebbe?
 
Allora la cerca con le mani, e lei cerca lui, e si trovano a meraviglia, e lui è una specie di vela e lei il mare, anzi ora lui è Pizarro che entra nella foresta e lei è quel muro di alberi, e foglie, e piante e petali che sembra impenetrabile e che invece ti accoglie nel fresco e nell’ombra. Un’invasione, una conquista, un espandersi, ma senza violencia, anzi, con uno scivolare morbido e caldo, un accordo pieno e consapevole, un tenersi, un divincolarsi dispettoso di risate leggere che promette di vincolarsi poi meglio, e di nuovo, e di più.
 
E allora tutti e due si chiedono fin dove possono arrivare e spingersi e sporgersi da quel balcone sospeso sulla vertigine del mondo. E poi si dicono delle cose, e poi se le fanno, prima piano, come timidi e timorosi, e poi più decisi, sussurrandosi nelle orecchie, e poi se le ridicono e se le rifanno, finché tutti i pudori, quelli falsi e quelli veri, scivolano via da quella brandina piccola e lasciano la stanza.
 
E allora da lì, dal Corvetto e fino all’equatore, e poi su fino al Polo Nord, ci sono solo loro, dall’ultimo granello di sabbia dell’ultima spiaggia ad est fino alle onde altissime della costa del Pacifico, e anche più in là, fino alla luna e anche più in alto, ci sono solo loro due in compagnia delle loro mani e delle loro gambe e delle loro bocche e delle dita e dei piedi che si intrecciano, delle gambe che si accavallano, con gli odori della pelle e del sale e delle stille di sudore e forse anche di qualche lacrima, chissà.
 
E poi ancora parole, e gesti, e territori inesplorati che si fanno esplorare con l’unica resistenza di un gemito o di un sospiro, e poi il contrattacco dei conquistati che ora conquistano loro, centimetro dopo centimetro, sulla mappa della pelle nuda, fino al momento che tutti e due imparano e capiscono cos’è il sollievo e lo spavento e il brivido e la vertigine di una cosa che brilla come una supernova nel nero cosmico e che illumina tutto, che abbaglia, che acceca nel suo caldo luminoso e fluido e umido tra il gelo delle stelle.
 
E poi.
E poi, senza più le parole, che le hanno dette tutte, e senza più i gesti, che li hanno compiuti tutti, e senza più alcun freno se non quello dei respiri affannati e veloci, si tengono stretti in silenzio come se cadessero insieme, al rallentatore, di nuovo verso l’atmosfera e la terra e le nuvole e i venti, ma forse è solo María che gli sussurra in un orecchio.
Solo questo. Già, solo.
 
E Carlo la stringe e non dice niente perché non c’è niente da dire che non si sia già detto, e si addormentano così rubando l’uno l’aria dell’altra ad ogni respiro, tanto sono vicini.
 
Alessandro Robecchi
Dove sei stanotte

Il fuoco del desiderio

venerdì 18 maggio 2018

la sensazione dei suoi pantaloni bagnati sul ginocchio




Entrando nella stanza Nino notò che la mamma e lo zio stavano con le ginocchia unite anzi lo zio teneva le ginocchia della mamma fra le sue e una mano sulla gamba di lei. Chissà quante altre volte erano stati in atteggiamenti simili davanti al ragazzo; infatti non si mossero. Ma Nino si accorse per la prima volta in vita sua che quel gesto era molto intimo. Fece finta di non guardarli nemmeno e si avviò verso la sua stanza ma con la coda dell'occhio vide che lo zio stava accarezzando la gamba della mamma con un movimento lento soffermandosi ogni tanto per stringerla. ercole patti
 
Nino non si muoveva, sentiva la coscia calda della zia gravare su di lui e ad ogni risata di lei ne avvertiva l'eco e il tremito sulla propria gamba provando a quel contatto fortuito una sensazione piacevole. Ad un certo punto la zia si spostò ancora fino a fare incastrare il ginocchio del ragazzo in mezzo alle proprie gambe. Nino sentí sprofondare il ginocchio fra le cosce di lei che si schiudevano e di tanto in tanto si stringevano in un movimento che sembrava casuale. Parlando la zia si piegava in avanti fino a mettersi quasi a cavalcioni e a stringere il ginocchio del ragazzo; e Nino avvertiva che lei si muoveva su e giù fino a fargli sentire il calore umido dell'inguine attraverso i leggeri pantaloni che gli coprivano il ginocchio.
 
Al ragazzo rimase in mente la sensazione di calore umido sul ginocchio e dei movimenti che la zia faceva forse eccitata da quel contatto. Ripensandoci dopo per giorni e giorni ricostruiva la scena e sempre più si convinceva e forniva prove a se stesso che tutto si era svolto proprio come pensava lui e che la zia si era strofinata di proposito sulla sua gamba fino ad inumidirgli il ginocchio. La cosa lo aveva turbato tanto da fargli trascorrere ore rivivendo la scena nei suoi più piccoli particolari; la figura di quella giovane zia Cettina cosí calda e vogliosa abbandonata sulla sua gamba fino all'estenuazione e la sensazione dei suoi pantaloni bagnati sul ginocchio non lo abbandonò più.
 
Ercole Patti
Un Bellissimo novembre link esterno



giovedì 17 maggio 2018

fin quando strisciarono dove lui voleva




Sola con lei, a quell’ora della notte, con quell’ansito e il viso che smaniava di febbre, mi prese commozione: che per me, per causa mia si fosse ridotta in questo stato, e un sentimento di tenerezza e gratitudine mi spinse a carezzarla: scostai dalla fronte i cernecchi biondi e col fazzoletto le asciugai il sudore, poi sfiorai con un bacio le sue labbra di bambina. Non avevo avvertito i suoi passi: Luigi sulla soglia mi fissava allucinato, uno strano sorriso in volto, estatico, di chi ha visto un miracolo compiersi sotto i suoi occhi. In punta di piedi girò attorno al letto, sedette dall’altra parte, le rimboccò il lenzuolo sulle caviglie, sentivo il cuore martellarmi nel petto, Celestina era nuda dinnanzi a a noi. Con cautela, come si trasporta una bimba addormentata, le dischiuse le cosce per infilarvi il termometro. Allora, improvviso, l’incubo di un’altra notte mi fu in tutto il corpo. Allungai una mano verso il lenzuolo per ricoprirle il ventre, ma lui me la trattenne, adesso non temevo più ciò che avrebbe pronunciato, il suo delirio di parole: temevo solo me stessa, la promessa che mi ero fatta, e questo mi raddoppiava l’orgasmo, le mie dita cedevano nelle sue, liquefatte, fin quando strisciarono dove lui voleva, spegni almeno quella maledetta lampada, nel buio i nostri corpi si muovevano furtivi, la sua mano sostituì la mia, Celestina sobbalzò sgranando gli occhi. Ginocchioni sul letto mi chinai sul suo faccino, tutta la notte l’avrei allattata.
 
Carlo Castellaneta:
Villa di delizia



lunedì 7 maggio 2018

Ma con lui non era il solito giochetto




«Ma, scusami, Adriana, non è mai stato difficile l’amore per te… hai avuto altre esperienze positive…».
 
«Sì, certo, sono una donna calda, se vuoi dire questo, arrivo a prendermi sempre il mio piacere. È una reazione naturale, sono costruita così, che sto bene con un uomo. Ma con lui non era il solito giochetto, che scatta secondo regole più o meno uguali: con lui era un perdersi… il paradiso… Parlo come nei fumetti, lo so, a era così, e lo era, penso, perché ne ero innamorata, centimetro di pelle per centimetro di pelle; innamorata della sua bocca, della sua voce, delle cose che mi diceva, di quello che pensava, di quello che faceva. Allora, se mi toccava, succedeva il finimondo».
 
Gina Lagorio:
Approssimato per difetto



domenica 6 maggio 2018

Non mi aveva mai baciato così




” Non mi aveva mai baciato così. ma rimanevo completamente freddo, insensibile. La sua bocca mi faceva l’effetto strano e mostruoso di una ventosa. Pesò contro di me, mi spinse, mi gettò sul letto. Continuava a piangere, e a baciarmi sempre con la stessa furia, e intanto diceva:
 
«Tu non mi hai capito mai! Tu non hai capito niente! Io ti amo, amore, ti amo e ti voglio… sei mio, sei il mio sposo, il mio marito!». E cercò con la mano il mio sesso, e poi si inginocchiò sempre più disperata, e cominciò a baciare quello. Adesso voleva offrirmi subito ciò che mi aveva sempre rifiutato.
 
Mario Soldati
La busta arancione



sabato 28 febbraio 2015

sulle ali del desiderio, noi ci sentiamo infiniti

Noi siamo una quantità di potenza, siamo una quantità di potenza finita. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha potenza ad esistere.

La nozione freudiana di libido come base energetica, da questo punto di vista è verissima.

Tutto ciò che esiste, esiste perché ha potenza ad esistere.

Ora, sotto la spinta del desiderio, sulle ali del desiderio, quando noi desideriamo un oggetto che ci attrae, ecco, sulle ali del desiderio, noi ci sentiamo infiniti.

C’è un testo che io vi leggo e che dà questa indicazione; ed è tratto dalla Bibbia, in questo molto confluente con quello che abbiamo detto della tradizione greca. È tratto dal Siracide, 23:

una passione ardente come fuoco acceso
non si calmerà finché non sarà consumata;
un uomo impudico nel suo corpo
non smetterà finché non lo divori il fuoco;
per l'uomo impuro ogni pane è appetitoso,
non si stancherà finché non muoia.

Allora l’elemento del desiderio dà una dimensione di onnipotenza. Però noi siamo una quantità finita, non siamo una potenza infinita. Allora l’unico modo per cui questa potenza può essere realizzativa e non dissipativa, è che sia dominata: questa è l’enkráteia.

Ecco perché per i greci il problema della sessualità, di quello che essi chiamavano in generale ‘gli aphrodísia’, cioè tutti quei piaceri associati in fondo al sesso, erano qualcosa che era oggetto della temperanza ed erano assimilati in generale al buon governo del corpo, cioè alla dietetica. Qui non c’era una intenzione repressiva nei confronti della sessualità; come c’è una dietetica nel cibo, ci deve essere una dietetica nei piaceri per evitare appunto che si diventi schiavi, si cada in balìa di essi e si precipiti in quelle che gli antichi chiamavamo ‘le mollities’; cioè ci si rammollisce, ci si indebolisce perché non si riesce a resistere al proprio desiderio, e quindi questa viziosità diventa endemica.

Allora nulla più della sessualità produce questa dimensione di indebolimento, la dimensione endemica.

Però è chiaro che per valorizzare la nostra potenza, per amministrarla e renderla funzionale a tutto il nostro essere bisogna evitare che si veicoli in un lato solo.

Allora è proprio dalla stessa potenza del sesso che nasce l’istanza del suo controllo, è proprio dalla sua capacità radicale di turbamento che nasce l’essenza del controllo. Quindi il controllo non è repressivo ma diciamo, soprattutto nel pensiero greco, è amministrativo.

Non è che il sesso sia male; poi ci sarà una cultura in cui diventerà anche male, però nella cultura greca non è male, non è da negare in quanto male, ma in quanto è troppo forte e quindi non permette all’uomo di diventare signore di sé.

E questo perché il sesso? Perché il sesso è il massimo del piacere.

Nel Filebo, quando Platone parla del bene e si accinge a ragionare del piacere, partiamo dalla dea, da Afrodite, perché simbolo di ogni piacere, e questo è una dimensione ricorrente.

Questa simbolica, poetica, questa riflessione filosofica, in fondo incontra quello che ognuno di noi sperimenta. C’è questa dimensione di eccitazione nei sensi, questo essere travolti, questa dimensione di piacere. Perché, perché la dinamica della sessualità è espansiva, e il problema del sesso è collocato, in genere, in quel tipo di vizi, dicevano gli antichi, che hanno a che fare con i sensi della prossimità, cioè è associato alla gola e al tatto; gli elementi dominanti, gli aspetti di sensibilità dominante sono quelli relativi ai sensi della prossimità, non ai sensi della distanza, perché l’eccitazione può avvenire partendo dai sensi della distanza, però il compimento, la realizzazione, si sviluppa nella prossimità del contatto sino alla fusione, anche se poi è chiaro che nell’esperienza del piacere sessuale ci sono tutti i sensi che convergono, c’è una sinergia generale, anzi uno dei motivi fondamentali per cui nella sessualità si ha il massimo di piacere è perché c’è il concorso generale di tutti i sensi: l’udito, la vista prima, l’odorato, gli elementi anche più primordiali, più animali.

E allora c’è questo senso della espansione; allora questa cosa tremenda, proprio perché dà questo grandissimo piacere ma anche rischia un tremendo asservimento, ha bisogno di essere dominata. Quindi il lavoro sulla sessualità è una dietetica.

Allora, la prima ragione per cui nasce il comandamento, o il precetto nel mondo antico, è appunto evitare che l’uomo sia messo in pericolo da questa sua terribile potenza.

E poi il sesso diventa dominante anche nella pedagogia della Chiesa perché è quella dimensione universale che tutti gli uomini hanno: tutti gli uomini hanno questa pulsione e quindi hanno bisogno di essere regolati. Ora, regolare la sessualità vuol dire entrare nelle dinamiche più proprie della corporeità, quindi nella attenzione alla sessualità c’è un grande processo di individuazione e di lavoro sul corpo, e quindi di controllo della persona.

Ecco perché la sessualità è diventata importante nella pedagogia della Chiesa, è diventata oggetto di una strategia di potere; cioè lavorando sul sesso si lavorava sull’intero del soggetto uomo in ciò che aveva di più potente e di più segreto. Perché è difficile trovare negli uomini una voglia di omicidio; sì, ci sono quelli che uccidono, si può uccidere per ottenere il proprio piacere, certo, però non è nello standard normale; non è normale la voglia del latrocinio, anche se ci sono uomini che rubano; ma il desiderio è una dinamica che tutti hanno in uno stato di relativa normalità; quindi lavorare sulla sessualità voleva dire avere un controllo capillare e generalissimo sulla condotta di tutti, quindi una grande dimensione costruttivo-pedagogico-strategica.

Uno dei motivi fondamentali per cui nella Chiesa la sessualità è diventata dominante non era la gravità della colpa, ma la pervasività della tensione delle procedure, perché come colpa poi, dal punto di vista teologico, il peccato sessuale è il meno grave.

Nell’Inferno di Dante, voi sapete che i lussuriosi stanno all’inizio; non c’è intenzione di male; si subisce il desiderio disordinato ma non c’è una intenzione programmata di male. In questo senso è il peccato meno grave.

Allora, perché il peccato meno grave è diventato l’oggetto della strategia più diffusa?

Perché era il modo attraverso cui si poteva sviluppare un controllo pervasivo generalizzato di tutti entrando e penetrando nella loro intimità.

C’è un secondo aspetto per cui l’interdetto sessuale è stato determinante nella storia, l’ho già accennato, è che, appunto, l’eros attenta ai legami, perché crea legami dove vuole, è capriccioso e spezza quelli che ci sono, e allora nella società vuol dire che attenta alla famiglia.

Ecco perché c’è la formulazione biblica: ‘non commettere adulterio’.

E ‘non commettere adulterio’, nella Bibbia, è abbastanza diverso da quello che si è detto, cioè dire: ‘non commettere atti impuri’. Gli atti impuri riguardano la dinamica sessuale in generale, invece non commettere adulterio riguarda la dinamica sessuale per quel tanto che attenta alla relazione familiare.

Allora, nel Vecchio Testamento, pur essendoci una critica al disordine (lo abbiamo visto nel Libro dei Proverbi), in sostanza non c’è un tabù sessuale, c’è un tabù familiare, non un tabù sessuale. La Bibbia non ha tabù sessuali. Meno che mai i Vangeli. Cioè nel Vangelo non si parla mai di sessualità. Anzi, le compagnie di Gesù erano abbastanza divertenti. Gesù dice: ‘vi lamentavate di Giovanni il Battista che mangiava cavallette e stava nel deserto, e vi lamentate di me che sono con i pubblicani e le peccatrici!’.

E nei lógoi, a parte l’adulterio, Gesù non si accanisce mai sul sesso, non ne parla, perché lo ritiene abbastanza ordinario. Non è anacoreta, Gesù.

Il problema della sessualità si porrà invece in modo molto eminente e chiaro in Paolo; ma non voglio fare un lungo discorso qui sul cristianesimo: voglio soltanto dire l’aspetto per cui la libertà del sesso, oltre ad essere un pericolo, un attentato per il dominio di sé, è un attentato per i legami familiari.

Allora per questo nella Bibbia si dice ‘non commettere adulterio’.

Che non ci fosse un problema di repressione sessuale ma di salvaguardia del legame familiare, noi lo possiamo ricavare da un commento medievale al sesto comandamento, di Rashì, questo ebreo che ha fatto commenti alla Toràh, alla Bibbia.

Nel commento di Rashì si dice: non è adulterio se non è commesso nei confronti di una donna sposata, in quanto è detto: morirà l’adultero e l’adultera - e qui si cita il Levitico, ed è pure precisato - una donna adultera che riceve degli stranieri invece di suo marito.

Allora, laddove non c’è legame matrimoniale, non c’è divieto, perché se divieto è ‘non commettere adulterio’, là dove non c’è legame matrimoniale non c’è divieto.

Quindi il tema dominante del sesto è ‘non essere infedele’, non è ‘non praticare la sessualità’; non essere infedele. E questo è un tema importante.

Quanto la cosa sia evidente poi, lo si trova nella costante metafora biblica del rapporto tra il popolo di Israele e Dio come un rapporto matrimoniale: ‘Io sono un Dio geloso’ e il popolo, che non è fedele a Dio, è paragonato costantemente a una prostituta.

Di Gerusalemme, per esempio, Ezechiele dice: hai concesso i tuoi favori all’Egitto, hai moltiplicato le tue infedeltà; non ancora sazia, hai concesso i tuoi favori agli Assiri, hai moltiplicato le infedeltà nel paese di Canaan fino alla Caldea e neppure allora ti sazi. Ogni prostituta si dà per un compenso, ma tu hai dato un compenso a tutti i tuoi amanti.

Non è che ti sei fatta pagare, hai dato un compenso tu; e quindi la tua abitudine è di tradire, di prostituirti.

Allora la sessualità come fornicazione è quella germinazione costante della infedeltà, e qui c’è un passaggio importante: cioè non è la sessualità che in sé è negativa, ma una sessualità che è praticata al solo scopo del piacere non genera mai legami di fedeltà; cioè l’eros non si trasforma nella sua variante superiore che è la phília, dove in greco ‘phília’ non vuol dire amore, vuol dire amicizia.

Nel film di Kieslowski questo è bellissimo, è evidente, nel senso che la storia della donna che vedrete è la storia di una donna che ha molti amanti ma non sa amare, c’è una sessualità separata dalla capacità del legame.

E nel ragazzo, voi vedrete quello che enfatizza l’amore ma non ha sesso. Con due varianti finissime, in cui la donna che pratica il sesso senza amore, è sessualmente disinvolta, ma ha sviluppato dentro di sé non dico una aridità, ma una sfiducia nell’amore; infatti dice al ragazzo: ‘l’amore è sesso’, poi non resta niente.

E il ragazzo, quando finalmente arriva nella stanza della donna, e la donna per pietà, perché vede che è un giovane disarmato, che non ha avuto mai rapporti sessuali, per pietà e anche per affetto, diciamo, in senso lato, si propone per una iniziazione, cioè lo invita a fare sesso, ecco, si vede il ragazzo che non è capace, ma perché lega così fortemente la sessualità all’amore, che dinanzi a questo modo spudorato di offrirsi della donna, vive la relazione come sacrilegio.

Quindi nel ragazzo c’è una santità della sessualità, perché è legata alla phília.

Quando poi lui ha un coito imperfetto, una eiaculazione scontenta e la donna gli dice: ‘guarda, questo è l’amore’, il ragazzo fugge disperato.

Quindi, interessante: un amore che cerca nella sessualità una sacralità, cioè un incontro sessuale come una celebrazione sacramentale, e che quindi vive come sacrilegio l’offerta disinvolta di questa donna che si è data a tanti; e la donna, che diventa arida per un darsi continuo, incapace di amare e che dice al ragazzo: ‘questo è l’amore’.

[Salvatore Natoli]

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