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venerdì 1 novembre 2019

battere una donna fino a farla svenire






Che cosa può portare un uomo a rifiutare suo figlio ancora in grembo?
Che cosa può portare un uomo a strappare il cuore a un altro uomo?

E a battere una donna fino a farla svenire, a dipingere le pareti di un matrimonio con il suo sangue. Che cosa può portare quella donna a restare.
Non conosciamo mai veramente noi stessi, né chi abbiamo accanto. Possiamo definirci in molti modi, ma alla fine sono le nostre scelte davanti a un bivio a mostrare chi siamo. O il segreto che nascondiamo.
Quello di Marini deve essere profondo e doloroso. Quanto il mistero celato nel passato della valle.

Ilaria Tuti, - - - Ninfa dormiente


giovedì 31 ottobre 2019

La parte peggiore





«La parte peggiore fu la sua risposta all’unica domanda che riuscii a fargli: perché?»

Le parole dell’assassino erano ancora un ringhio basso nella mente di Massimo.

Perché non c’è sensazione più appagante, potente e totalizzante, di sentire la vita della tua donna spegnersi tra le braccia. In quel momento, lei è davvero tua. È il vero possesso, il potere più grande.

Ilaria Tuti, - - - Ninfa dormiente


martedì 29 ottobre 2019

Bisogno di controllo





Pensò ad Andrian e alla misteriosa ragazza del ritratto.
Uccidere una donna che si dice di amare.

Era una contraddizione in termini, quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure accadeva ogni giorno. L’amore che si fa dramma veniva celebrato troppo spesso. A morire erano sempre le donne.
Non è amore. È possesso. Bisogno di controllo.

Donne usate, abusate, lasciate sole e condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di te.

Ilaria Tuti, - - - Ninfa dormiente,


lunedì 25 febbraio 2019

vide tutto dal modo in cui l’uomo l’aveva toccata


Nevada (racconti)

Claire Vaye Watkins







Prima di chiudere la portiera sorrise alla figlia e le strofinò la mano sulla nuca. Fu un gesto breve – un istante – ma Harris vide tutto dal modo in cui l’uomo l’aveva toccata. La mano sul collo nudo di lei, le punte delle dita tozze lungo la peluria scura sulla nuca, poi sotto il collo della camicia. Della camicia di Harry. Da dov’era vide tutto questo, e molto altro.
 
Nevada (racconti della frontiera)



domenica 13 gennaio 2019

non sei buona a fare niente.


Alessandro Robecchi



Ma sì, invece. C’è il fantasma di questo enorme figlio di puttana, che a un certo punto se l’è pure portata a casa, e lei credeva che era quello, l’inizio di qualcosa che somigliava a marito e moglie, anche se lui pippava e le metteva le mani addosso e una volta, no, due, l’ha mandata al pronto soccorso a dire quelle cose che dicono tutte... l’armadietto della cucina... la caduta dalle scale...

Così era tornata lì, nel buco di via dei Transiti che però lo amava ancora, e ancora credeva che quell’inizio, da qualche parte, in qualche tempo più avanti, ci sarebbe stato. E lui infatti andava e veniva come se lei fosse la sua donna, anche se si sapeva, e si vedeva, che lui aveva le sue puttane da qualche parte.

Si sapeva e si vedeva, ma lei non voleva né sapere né vedere, perché era aggrappata a quello scimmione del cazzo come l’acrobata al trapezio, e la rete, sotto, non c’era.
[...]
Ma poi... Ma poi quella volta che l’aveva posteggiata per due giorni da una puttana di Affori, che doveva insegnarle a battere. Aisha, si chiamava, ed era anche gentile, ma lei non voleva e quando aveva visto il ciccione sudato con cui avrebbe dovuto... beh, aveva quasi vomitato e pianto, pianto, pianto per due giorni, finché lui era venuto a riprendersela dicendo non sei buona nemmeno a farti scopare, non sei buona a fare niente.

Questa non è una canzone d'amore


domenica 25 novembre 2018

E' violenza









quelli emotivi restano









#StopViolenceAgainstWomen


D'ora in poi senza parole


Ho deciso che non farò
manifesti, né proclami,


 
D'ora in poi senza parole

Ho deciso che non parlerò del dolore
ma aiuterò a superare il dolore
 
Ho deciso che non farò
manifesti, né proclami,
ma darò una mano a sollevarsi
 
Darò una speranza da vivere
Una gioia da vivere
Una meta da raggiungere
 
Ho deciso
D'ora in poi così sarà per me
ciò che il 25 novembre rappresenta
D'ora in poi le donne si aiutano così

D.N. 25/11/18 - h-11


sabato 24 novembre 2018

dolori sepolti


La più amata

Teresa Ciabatti








Alla fine è successo davvero, le mie paure hanno preso corpo: lo sconosciuto con la pistola. Unica differenza: non è arrivato da sotto, ma da sopra. Sogno cose che succedono. Ho sognato mio padre e mia madre morire. Li ho sognati fin da bambina, sarebbero morti giovani. Siete morti.
[...]
Ecco il cuore pulsante della nostra famiglia, un buco nero intorno a cui crescono risentimento e amore di tutti verso tutti, anche dopo la morte.
[...]
Pensa al sogno che le ho raccontato in bagno, seduta sul bordo della vasca, mentre lei si lavava i capelli nel lavandino (da quando siamo a Roma non va più dal parrucchiere, ah, la donna buona): sono al Pozzarello – ho raccontato – un uomo entra in camera mia e s’infila nel mio letto, mamma, è buio, non si vede niente, lui si mette sopra di me, e mi schiaccia… Ma è davvero solo un sogno, Fiorella? Mormora atterrita mamma al telefono. Quell’anno, l’anno della cura del sonno può essere successa qualsiasi cosa, e lei non c’era, lei dormiva. Allora risale la rabbia, una rabbia violenta che la rende fortissima.
[...]
Posso venire nel tuo letto?
Lei alza la coperta per farmi entrare. In due nel lettino ci stiamo a malapena, ci abbracciamo.
Brutto sogno?
Sì.
Ora dormi, mi carezza.
Sempre l’uomo… dico, ma non è proprio un sogno, mamma, io sento davvero una persona sopra di me.
Mamma tace. Perché continuo a fare quel sogno? Ha paura a chiedermi altro, rimane in silenzio, mi stringe forte, mi culla, poi azzarda, quasi sottovoce: chi era?
Non lo so, mento io.
E mamma si rasserena, è solo un brutto sogno, mi stringe a sé, uno stupido sogno, bambina mia.
[...]
Invece mi addormento e nel buio arriva l’uomo che mi si stende sopra, mi soffoca, mi sta soffocando, tento di spostarlo, troppo pesante, lasciami andare, lui non si sposta, rimane sopra di me, mi schiaccia. Non importa chi sia, alcune volte lo so, altre no, alcune notti non ha volto, altre gli vedo la faccia, e prego: non farmi male, papà.
 
Vorrei chiedere oggi alla ragazzina che sono io a diciassette anni. Quella ragazzina che si dibatte in una gabbia che è alternativamente camera sua, la casa, la città. Di cosa hai paura, Teresa? Siediti, chiudi gli occhi, e cerca di ricordare… cosa ti hanno fatto, cosa è successo l’anno che mamma dormiva?
[...]
Arriva papà, mangiamo. Buonanotte, buonanotte. È notte. E di nuovo mattina. Avrei voluto che quell’anno succedesse qualcosa, che qualcuno mi facesse del male, mi picchiasse, violentasse, si macchiasse di una colpa, a cui potesse seguire una vendetta, avrei voluto essere qui, oggi, vittima dignitosa, ad accusare tutti.
[...]
In un angolo del giardino, dove ti sei messa di tua iniziativa, nessuno ti ha confinata. Non sei migliore, non hai sofferto più del resto dell’umanità
 
Teresa Ciabatti

tacere parlare.....

domenica 10 settembre 2017

STUPRATE, MA PER LA GENTE SAREMO SEMPRE COLPEVOLI


STUPRATE, MA PER LA GENTE SAREMO SEMPRE COLPEVOLI
Un’estate, quella appena trascorsa, dal caldo torrido e da urla tappate da mani assassine. Un’estate suggellata da echi di ghigni animaleschi mascherati nella notte.
 
Le donne ancora una volta hanno pagato per un’umanità distorta che le uccide, le violenta, le stupra. A Firenze, giovedì mattina, due studentesse americane hanno denunciato due carabinieri per stupro. La vicenda, ormai nota a tutti, è la storia di due ragazze che dopo aver passato la serata di mercoledì nella discoteca Flo, a piazzale Michelangelo, all’uscita, verso le due e mezza di notte, hanno chiesto informazioni a due agenti di una pattuglia di Carabinieri. La pattuglia era una delle tre intervenute sul posto per sedare una rissa. I carabinieri vedendole non estremamente lucide, si sono offerti di riportarle a casa. Dopo averle accompagnate nel palazzo in Borgo Santi Apostoli dove le ragazze hanno un appartamento in affitto, i due agenti le avrebbero violentate nell’androne.
Il Post scrive che sabato uno dei due carabinieri accusati di avere stuprato due studentesse americane ventunenni a Firenze, nella notte tra mercoledì e giovedì, si è presentato in procura e ha sostenuto di avere avuto un rapporto sessuale consensuale con una delle due ragazze, negando che ci sia stata violenza.
 
Consenziente, quest’aggettivo che usano tutti quelli che si devono difendere, tutti quelli con le spalle al muro, tutti quelli che credevano di averla fatta franca. Come vorrebbero, questi esseri mascherati da uomini, che la donna fosse sempre consenziente nei loro istinti inumani. Istinti che trovano la loro ferocia nell’oscurità di scale, ascensori, spiagge, camere da letto. Stupri vissuti con le mani che non trovano nessun appiglio se non quello di stringere i pugni pregando che passi. Che passi ancora una volta la notte della loro vita, il buio che le attornia, la cecità del mondo. Ma lo stupro non finisce mai nell’anima della donna, lo stupro è la morte in assenza di testimoni, lo stupro per noi donne diventa un incubo che non conosce risveglio.
 
La violenza fisica si perpetua nella violenza morale, nel rapimento della nostra intimità. Entra in noi per lasciare oltre i brividi del ricordo, anche lo stupro dei commenti, delle ipotesi. Certo, noi ce la cerchiamo sempre, noi ci assicuriamo per farci violentare e riscuotere il premio, noi beviamo e stiamo fuori la notte, noi ci mettiamo le minigonne. E ci ritroviamo ancora una volta nel Medioevo, a difendere la nostra libertà e la nostra voglia di vivere.
 
Finiamo sotto lo schiacciasassi dell’opinione pubblica che si dimentica di noi, ma si ricorda bene di che colore erano le nostre mutandine. Questa è gente che non vive distante da noi, no. E’ il nostro vicino di casa, l’amico con cui prendi l’aperitivo, la moglie del tuo collega, la Signora che incontri sul tram. Persone che hanno due pesi e due misure per accusare. La violenza, per chi non conosce il dolore, non dipende dalla nazionalità, dal colore della pelle, dal taglio degli occhi, dalla lingua che parli, dal Dio che preghi. Lo stupro non ha carta d’identità, passaporto, non conosce destra né sinistra, non è né ricco né povero. Lo stupro è un crimine conto l’umanità e basta. Veniamo violentate ogni volta che nessuno guardandoci in faccia non riconosca l’orrore e il ribrezzo. Veniamo violentate ogni volta che parlate delle lesioni che abbiamo riportato, ogni volta che ci trattate da bugiarde, disoneste, drogate, prostitute. Ogni volta che ci accusate di aver peccato di ingenuità, di aver irretito o, nel peggiore dei casi, di essercela andata a cercare, perché “se non vuoi andarci a letto, sulla macchina dei militari non ci sali”. Esperti di tutto quando l’anima non è loro. Esperti di tutto, tranne che delle nostre vite finite accasciate nell’aridità di questa umanità.
 
Claudia Pepe

Alga News link esterno
Alcuni commenti nei social citati da David Puente nel suo blog link esterno





domenica 3 luglio 2016

dalla parte dei pellerossa - 3

Roberto Bolaño

Alla fine di settembre fu ritrovato il corpo di una bambina di tredici anni, sul versante orientale del colle Estrella. Come nel caso di Marisa Hernàndez Silva e della sconosciuta della strada per Cananea, il seno destro era stato amputato e il capezzolo del sinistro strappato a morsi. Indossava un paio di jeans Lee, di buona qualità, una felpa e un gilet rosso. Era molto magra. Era stata violentata ripetute volte e accoltellata e la morte era ascrivibile alla rottura dell'osso ioide. Ma quello che più sorprese i giornalisti era che nessuno reclamasse o riconoscesse il cadavere. Come se la bambina fosse arrivata a Santa Teresa da sola e vi avesse vissuto in totale invisibilità finché gli assassini non l'avevano notata e uccisa.
[...]
Secondo il referto del medico legale era stata violentata e strangolata. Uno dei seni era quasi completamente mozzato e all'altro mancava il capezzolo, che era stato strappato a morsi. Il corpo era stato rinvenuto all'ingresso della discarica clandestina El Chile
[...]
Il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Estrella Ruiz Sandoval venne scoperto il corpo di Monica Posadas, vent'anni, in un terreno incolto vicino a calle Amistad, nel quartiere La Preciada. Secondo il medico legale, Monica era stata violentata per via anale e vaginale, anche se le trovarono tracce di sperma in gola, il che contribuì a far circolare negli ambienti della polizia la voce di uno stupro «dai tre orifizi». Ci fu un poliziotto, tuttavia, che disse che uno stupro completo era quello fatto dai cinque orifizi. Interrogato su quali fossero gli altri due, rispose le orecchie. Un secondo poliziotto disse che aveva sentito parlare di un tipo di Sinaloa che violentava dai sette orifizi. Cioè, dai cinque noti, più gli occhi. E un altro poliziotto disse che lui aveva sentito parlare di un tipo di Città del Messico che violentava dagli otto orifizi, che erano i sette già menzionati, diciamo i sette classici, più l'ombelico, su cui il tipo di Città del Messico praticava un'incisione non troppo grande con il coltello per poi infilarci il pene, anche se certo, per fare una cosa del genere, bisognava essere davvero un taras bulba. Quello che è certo è che «lo stupro dai tre orifizi» fece il giro, divenne popolare fra la polizia di Santa Teresa, acquistò un credito semiufficiale che qualche volta trapelò dai rapporti redatti dai poliziotti, dagli interrogatori, dalle chiacchierate off the record con la stampa.
Nel caso di Mónica Posadas, la ragazza non solo era stata violentata «dai tre orifizi» ma era stata anche strangolata. Il corpo, che trovarono seminascosto dietro degli scatoloni, era nudo dalla vita in giù. Le gambe erano macchiate di sangue. Così tanto sangue che vista da lontano, o da una certa altezza, uno sconosciuto (o un angelo, visto che lì non c'erano edifici da cui osservarla) avrebbe detto che portava delle calze rosse. La vagina era lacerata. La vulva e l'inguine presentavano chiari segni di morsi e altre lesioni, come se un cane randagio avesse tentato di mangiarla.

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     Roberto Bolaño
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