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mercoledì 31 luglio 2019

lo specchio

Chandra livia Candiani

la bambina sta sul bordo
e mi guarda negli occhi
nei miei occhi di sabbia
lo specchio
Non ho ricordi
nel buio acquatto le immagini
le spengo, cosí profondo
da essere tutto superficie,
la bambina sta sul bordo
e mi guarda negli occhi
nei miei occhi di sabbia
allora anch’io
ho paura della notte
la notte nel suo sguardo.
Anch’io accuso
colei che divora le forme
realtà separate scoscese
nel velluto assoluto
del buio.

Chandra Livia Candiani




giovedì 24 gennaio 2019

A volte si osservava allo specchio


John Edward Williams



Una volta adulto, gli capitava di pensare a quei due anni come a un periodo irreale, appartenuto a qualcun altro, che non era trascorso secondo i ritmi regolari cui era abituato, ma per sussulti e strappi. Ogni momento era giustapposto all’altro eppure isolato dal resto, e gli sembrava di essere fuori dal tempo e di vederselo scorrere davanti come un grande diorama deformato.

Acquistò una consapevolezza di sé che non aveva mai avuto prima. A volte si osservava allo specchio, contemplava il suo viso lungo e la criniera di capelli crespi, si sfiorava gli zigomi aguzzi; si guardava i polsi, che sporgevano di vari centimetri dalle maniche della giacca, e si chiedeva se anche gli altri lo trovavano tanto ridicolo.

Stoner - John Edward Williams


lunedì 31 dicembre 2018

l’evento meraviglioso di ogni incontro amoroso


Massimo Recalcati

leggere è come amare


Anche in questo senso la lettura è un’attività dell’io che però implica sempre l’incidenza dell’inconscio: scopro attraverso il libro una parte di me di cui non avevo conoscenza; vedo attraverso il libro frammenti del mio essere che non avevo mai visto prima; oppure trovo nel libro le parole per dire quello che oscuramente vivevo e pensavo senza essere in grado di nominarlo.


È, se si vuole, l’evento meraviglioso di ogni incontro amoroso: poter essere un libro per qualcuno, farsi leggere e rileggere, diventare la superficie sulla quale si calamita lo sguardo dell’Altro, trasformare il corpo dell’amato in un libro. Essere, al tempo stesso, il lettore del libro e il libro letto.


Ecco il punto dove i piani dell’attività e della passività si ribaltano o, quanto meno, si confondono: non sono più “io” che leggo il libro ma è il libro che “mi legge”. Questo significa che, nell’incontro con un libro, incontro sempre una parte di me stesso, un punto di densità dove l’enigma più singolare e indecifrabile della mia esistenza viene toccato e in parte svelato, come se il “fondo” del soggetto – il suo inconscio – risalisse direttamente in superficie. Nell’esperienza della lettura – dal punto di vista dell’inconscio – il fantasma del lettore s’incrocia così con quello dello scrittore.

A libro aperto



lunedì 24 dicembre 2018

Quella che vedo allo specchio è soltanto una rifrazione


Murakami Harukii

specchio


– Senti, ricordi che la prima volta che siamo usciti insieme mi hai fatto un ritratto a matita?
– Certo che lo ricordo.
– Ogni tanto lo tiro fuori e lo guardo. È bellissimo. Ho l’impressione di guardare la vera me stessa.
– La vera te stessa?
– Sí.
– Ma se ti guardi allo specchio ogni mattina!
– È diverso, – mi spiegò Yuzu. – Quella che vedo allo specchio è soltanto una rifrazione che obbedisce a leggi fisiche.

Dopo aver messo giú il telefono, andai in bagno e mi guardai allo specchio. Riflessa lí c’era la mia faccia. Era da un bel po’ che non mi osservavo cosí, dritto negli occhi. Yuzu aveva detto che in uno specchio si vede soltanto una rifrazione fisica. Eppure il mio viso mi sembrava solo la parte immaginaria di me stesso. Come se a un certo punto mi fossi diviso in due. E quella che vedevo era la parte che non avevo scelto.
Non era neppure una rifrazione fisica.

L'assassinio del Commendatore




lunedì 3 dicembre 2018

gli specchi trappole







Il mio amico Antoine Roquentin, per esempio, chiama gli specchi trappole. «Sul muro v’è un buco bianco, – dice, – lo specchio».
[...]
Roquentin si avvicina, la guarda e ne rimane intrappolato, non può piú andarsene. La cosa grigia, superfluo specificarlo ma specifichiamo, è il riflesso del suo volto. Un riflesso che Roquentin, in quelle giornate perdute tra la sua stanza d’albergo e le strade di Bouville, si ferma a contemplare, perché, spiega, non capisce nulla del suo volto:
 
«Quelli degli altri hanno un senso. Ma non il mio. Non posso nemmeno decidere se sia bello o brutto. Immagino sia brutto, poiché me l’hanno detto. Ma questo non mi tocca. In fondo son perfino urtato che si possano attribuirgli qualità di questo genere, come se si dicesse bello o brutto un pezzo di terra o un masso di roccia».
 
Tommaso Pincio



sabato 1 dicembre 2018

il nostro volto appare cosí diverso dall’immagine interiore che abbiamo di noi









Ci si vede brutti, ma non è questo che ci angustia. Nell’attimo in cui viene riflesso in uno specchio, il nostro volto appare cosí diverso dall’immagine interiore che abbiamo di noi, forse perfino dall’idea di volto in generale, che certe categorie perdono di significato.
 
Il senso di perturbante estraneità è meno inusitato di quanto si possa credere e può manifestarsi anche in assenza di specchi. Molti, anzi quasi tutti, lo provano sentendo la propria voce registrata. Oppure vedendosi in foto. In ognuno di questi casi, però, la sensazione giunge in differita.
 
Lo specchio invece ha questa peculiarità: l’attimo in cui una nostra copia viene prodotta e quello in cui ne prendiamo atto coincidono.
 
Tommaso Pincio



venerdì 30 novembre 2018

il nostro falso specchio









La morale della favola è appunto che nessuno di noi si riconoscerebbe, se qualcuno non ci dicesse: Questo sei tu. E va bene cosí, non c’è ragione di vergognarcene. Perché mai dovremmo riconoscerci in qualcosa di esterno, se non di estraneo, alla nostra persona; qualcosa che è parte del mondo che ci circonda e della cui effettiva esistenza a volte dubitiamo?
 
I guai, come spesso capita, si manifestano in un secondo momento, a coscienza acquisita, dopo che ci è stato rivelato l’inganno. Perché, anche in seguito, molti fra noi continuano a non riconoscersi. Si scrutano e, anziché sé stessi, vedono un impostore, un attore che li imita, e pure male. Non potendo confessare qual è la loro impressione senza essere presi per pazzi, si convincono che quella copia infedele sia davvero il loro riflesso, finendo per non piacersi, per odiarsi, e siccome l’odio è un sentimento al quale è facile affezionarsi, a forza di guardarsi allo specchio, una buona parte di questi increduli scontenti sviluppa una contorta forma di odio verso sé che va sotto il nome di narcisismo.
 
Noialtri spiriti meno impulsivi, invece, menti piú filosofiche o almeno melanconiche, restiamo abbarbicati al nostro scetticismo. Insistiamo nel pensare che il riflesso non ci rappresenti, ma evitiamo di dire apertamente: Quello non sono io. Non siamo mica tanto pazzi. Lavoriamo di fino.
 
Tommaso Pincio



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