martedì 3 marzo 2015

STORIA D’AMORE PENDOLARE

STORIA D’AMORE PENDOLARE

È già l’alba. E al binario la ragazza mi dice
“forse è quello sbagliato”. Non ha ancora mangiato,
ma se io la baciassi, lei sarebbe contenta,
perché in bocca ho infilato una valda alla menta
nonostante sia presto (la mia voce sia bassa),
nonostante si dorma con la faccia sul vetro,
nonostante i miei sogni, quanto sono contorti
e si legga giornali, ingannandoci il tempo.
Lei mi dice, e sorride, che il lavoro l’annoia,
sempre chiusa in ufficio, ma bisogna campare:
“Sai com’è, il posto fisso, tu non puoi disprezzarlo,
e anche se mi fa male lungo la cervicale,
(che sia ottobre o sia maggio), a salvarmi è il mio viaggio
su un vagone malmesso. Lungo questa pianura,
pali inseguono pali. E cartelli. Fantasmi
le città nella nebbia. Fari contro la pioggia.
Poi mi dice che siamo la sua vera famiglia,
quella che sa ascoltare i dolori profondi,
che li sa sopportare fra le vite precarie:
Guarda al sodo e diffida di chi tiene alla forma,
come una religione, così priva di senso
E, scrutandomi, parla dei valori del sangue:
“Sale il colesterolo ed il fegato ingrossa,
ma è mio figlio che cresce la vittoria più grande.
Mio marito non è quello che disegnavo:
la matita è spuntata e alterati i contorni.
Scusa hai mica l’aggeggio? Devo ricaricare.
Questo è un pessimo posto, perché c’è poco campo;
se mi chiama è nervoso: non riceve il segnale.
Faccio la dieta zona: devo mettermi in forma.
Ora arriva l’estate. Questo spot mi rintrona:
non si sente l’annuncio, quando il treno è soppresso”.
“Io mi vesto pesante multistrato, a cipolla:
temo sfuggano i sogni quando piove e fa vento,
dagli spifferi e penso che non bastano i soldi:
limitare i consumi, questo è il vero problema.
Non ci sono vacanze: qui la crisi non molla”.
“Sai adattarti da sempre”, lei mi dice convinta,
mi sorride e divora il caffè che è bollente,
come fosse la vita a sfuggire di mano,
come fosse una radio a cantare canzoni,
quelle che sono sangue: te ne cavano a litri,
tormentoni d’estate. “Se ci penso, mio nonno
quando ero un bambino con i riccioli rossi,
mi diceva solenne: “Studia, fotti il sistema”.
Vedi: ora mi trovo sopra questi sedili
che non portano a nulla. è il sistema che ha vinto,
pur avendo studiato. Soffro, ma son felice.
Sai viaggiavo d’agosto, coi miei lunghi capelli,
tracimando l’Europa, sopra treni sconvolti.
Hai ragione mi adatto, ma son lento a capire
che la vita ha una fretta, una fretta canaglia
che distrugge gli affetti”. Non ascolta, ma sente
ed appoggia la testa, sulla spalla che scrolla
la rotaia, che sbatte, sincopando la carne.
Le mie labbra son lì: non domandano niente.

Luca Valerio

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