sabato 30 gennaio 2016

Rilke e Merline

Coricata nell'erba e sentendomi radicata in questa terra un po' umida e tiepida, ho letto il vostro Libro d'ore. Leggevo ad alta voce e man mano che procedevo nella lettura la voce mi si faceva più tremante
Merline
 
Io pure trascorro lunghi momenti con le mani sul volto, per non sentire altro che il contenuto del mio cuore.
Rainer Maria Rilke
 
Sono sempre pronta, ovunque vorrai che io mi trovi con te, mi troverai
Merline
 
Quel passo che racchiude la tua grande, generosa promessa lo ricopro per metterlo nel portafoglio
Rainer Maria Rilke

corrispondeza Rilke & Merline
Rilke e Merline si incontrarono a Ginevra il 25 giugno 1919. Lei, nata a Breslava nel 1886, aveva 33 anni lui aveva 44 anni. Merlin (Elisabeth Dorothea Spiro), sposata con il pittottore Erich Klossowski, diede alla luce due figli che diventeranno famosi: il filosofo Pierre Klossowski ed il pittore Balthus.

venerdì 29 gennaio 2016

Che cosa ne pensa lei del culo?


Naturalmente, doveva succedere; è secondo le sacre e misteriose leggi della natura, e sarebbe vano, forse empio, far contrasto. Un uomo pensoso di sé e della galassia, uno studioso delle comete dell’anima, lettore di classici, amante della sintassi, cultore di aggettivi; tradotto, anche, in lingue bizzarramente locali, sussurrate da pochi e nevrotici indigeni; un uomo così fatto sa che la sperduta umanità si rivolgerà a lui come a un saggio, diciamo una roba zen, un po’ sul guru.

Mi si consenta di uscire dal generico, e di inalberare i vessilli del narcisismo. Mi hanno chiesto, a bruciapelo, come usava nell’Iowa, cosa pensavo della morte, che idea avevo dell’aldilà, che cosa pensavo di una certa nave fenicia, e naturalmente della droga, del Foscolo, dell’amore, dell’eros, dell’erotismo, della pornografia, del sesso, dell’eterosessualità, della fotografia, del cinema muto, degli handicappati, degli omosessuali, dell’inferno, della scuola, dei flipper, di Dio, del romanzo; ma un oracolo non ha raggiunto il suo culmine, non è se stesso, se non gli fanno la domanda estrema: “Che cosa ne pensa lei del culo?”.

Di questa domanda debbo osservare in primo luogo che è formulata con il “lei”, e dunque deferente, lievemente angosciata, e che include la parola “culo”. A domande così rispondeva in altri tempi il decaduto oracolo di Delfi, o la quercia di Dodona. E appunto così avrebbero parlato gli antichi: non avrebbero detto “parti deretane”, o “natiche”, o “sedere”, o “servizi”, o “didietro”, tutte parole svergognatamente senza vergogna, oneste, semplici, leali. No: è quella parola breve e sonora, quel “culo”, che vuole una risposta. Mi dicono che il culo oggi sia in crescita, che la sua dignità venga riconosciuta, che sia di moda. Quando diventerà di moda l’orecchio sinistro? O il mastoide? Le lacrime romantiche erano solo un caso – antico – di moda fisiologica?

Questo senso della indegnità del deretano, per cui lo si chiama culo, ha in sé qualcosa di razzista, giacché anche il nostro corpo ha in sé pezzi di varia estrazione; e qui siamo ebrei, lì negri, lì “gialli”, meridionali, zulù. Il culo è vergognoso e ridicolo. Il deretano è un signore serio, di modeste vocazioni, che non fa nulla per farsi notare; fa il suo lavoro, mantiene una onesta famigliola. Il sedere è di vocazione politica, un po’ supponente, chiesastico. Il didietro fa il maggiordomo in una casa patrizia, ma non gli dispiace, ed ha acquisito un certo stile. Ma il culo porta il cappello floscio dei gangster, parla con la sigaretta tra le labbra, pendula, si dice che abbia ucciso, certamente è uomo sordido, traffica in droga, fa la spia; è lo scemo del paese, ma finge.

Si dirà: c’è anche la cula. C’è veramente? Non credo. Venere aveva solo un corpo, era totalmente corpo, e di quella misteriosa forma senza carne Venere gioiva. Il culo riguarda il malparlare e il malvivere maschile dei goffi guerrieri e impiegati che vorrebbero fare i delinquenti. Come oracolo dico: la parola culo si usi solo in versi, meglio se sonetto o sestina, o prosa ciceroniana. È parola infima e sublime.

Giorgio Manganelli Improvvisi per macchina da scrivere

IL CULO, CHE MERAVIGLIA Il culo, che meraviglia. E' tutto un sorriso, non é mai tragico. Non gli importa cosa c'é sul davanti del corpo. Il culo si basta. Esiste dell'altro? Chissà, forse i seni. Mah! - sussurra il culo - quei marmocchi ne hanno ancora di cose da imparare. Il culo sono due lune gemelle in tondo dondolio. Va da solo con cadenza elegante, nel miracolo d'essere due in uno, pienamente. Il culo si diverte per conto suo. E ama. A letto si agita. Montagne s'innalzano, scendono. Onde che battono su una spiaggia infinita. Eccolo che sorride il culo. E' felice nella carezza di essere e ondeggiare. Sfere armoniose sul caos. Il culo é il culo, fuori misura. Carlos Drummond De Andrade
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A scoppio ritardato


Poesia erotica femminile in lingua inglese
A scoppio ritardato Vedi dall’alto l’uomo della porta accanto, da una finestra al piano di sopra, e ti ricorda il tuo ex: anche lui ha la chierica, questo lo avevi dimenticato. Visti dal basso non si somigliano affatto. La prossima volta che parli con l’uomo della porta accanto, sarà un sollievo scoprire che non sei attratta da lui. Dopo una settimana incontri il tuo ex a una festa, dopo più di un anno che non lo vedi. Ti fa venire in mente (ma solo un poco) l’uomo della porta accanto. Ha la stessa pancetta del tuo vicino prima che facesse quella dieta. Ti ricordi di quanto lo detesti. Si comporta come se gli facesse piacere vederti. Quando vai via (un po’ prima di quanto avessi pensato, per scappare) ti dà un tipo di bacio che non è d’uso tra vicini e dice che ti chiamerà. E sembra deciso a farlo. Che strano! Ma è un vero sollievo scoprire che non sei attratta da lui. O forse lo sei? Altrimenti perché quel nonsoché improvviso, una volta fuori all’aria? Perché mai le tue gambe saltellano allegre lungo il marciapiedi? Cosa ti sarà mai venuto in mente? Torni a casa maledicendo la chimica. (Fleur Adcock – New Zealand)

Fleur Adcock è nata a Papakura, Nuova Zelanda, nel 1934 ma ha trascorso gli anni della guerra in Inghilterra. Al suo ritorno si è laureata all’Università di Wellington nel 1955. Ha successivamente lavorato all’Università di Otago, Dunedin e in diverse biblioteche in Nuova Zelanda e successivamente a Londra, dove attualmente vive. Sebbene abbia scritto poesie sin dall’infanzia, la prima raccolta, The Eye of the Hurricane, fu pubblicata soltanto nel 1964. Tra le seguenti raccolte ricordiamo Tigers (1967), High Tide in the Garden (1971), The Scenic Route (1974) e The Inner Harbour (1979). In 1982 ha curato The Oxford Book of Contemporary New Zealand Verse e nel 1983 sono usciti i Selected Poems, e le traduzioni in versi delle poesie latine medievali, The Virgin and the Nightingale.

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O notte notte, figlia di puttana


O notte notte, figlia di puttana

O notte notte, figlia di puttana
col tuo concorso portai a letto
il pargolo dell'est e la pupetta
per dar loro la sborra come pane.

[ Assunta Finiguerra]

la porta dell'anima e i sensi di colpa


La puerta del alma Cuando nos corremos liberamos nuestros miedos y cuando liberamos nuestros miedos accedemos al alma. Por eso, yo creo que mi coño es la puerta a mi alma. La porta dell'anima Quando veniamo ci liberiamo delle paure e quando ci liberiamo delle paure abbiamo accesso all'anima. Per questo, credo che la mia fica sia la porta della mia anima. Camila Rojas

io penso che, il giorno in cui le donne non dovranno più sentirsi in imbarazzo per le loro scelte sessuali, quel giorno saranno libere, veramente affrancate da una cultura maschile violenta e opprimente
Carmelo

Ma non è facile liebrarsene
perché certe convinzioni te le mettono dentro lo stomaco prima che nel cervello
Ed i sensi di colpa hanno sede, fisicamente, nello stomaco
Antonella



giovedì 28 gennaio 2016

Asparago bianco


Poesia erotica femminile in lingua inglese
Asparago bianco Chi parla mai delle forti correnti che scorrono nelle gambe, nei seni di una donna incinta al quarto mese? È giovane, è la sua prima volta è snella e la nausea è passata. La pancia comincia a farsi tonda i seni prudono tutto il giorno, ed è sorpresa che quello che vuole è lui di nuovo dentro di lei. Oh vieni come un cavallo, vorrebbe dire, muoviti come un cane, un lupo, diventa un poppante cucciolo di leone. Vieni qui, e qui, e qui, ma nuota veloce e non ti fermare. Chi parla mai del verde utero noce di cocco i muscoli scoscesi, una profonda risacca e il verde latte di cocco che sigilla il suo pozzo, però scorre e la bagna al suo tocco più lieve? Chi capisce la logica dietro questo desiderio? Chi parla della montante marea che risveglia il suo sangue che lentamente ingrossa? E la fame cruda ossessione che nasce dalla forma dell’asparago: bianco per mancanza di sole e venato di ombre porporine, ne compra tre chili di quelli grossi, più spessi di qualunque dito, ne accarezza le teste seriche alcune allegramente incappucciate... perfino l’odore la fa eccitare. (Sujata Bhatt – India)

Sujata Bhatt, è considerata una delle voci più innovative della poesia contemporanea in lingua inglese. Nata nel 1956 ad Ahmedabad (India) ha vissuto e studiato negli Stati Uniti. Attualmente vive a Brema, in Germania. Le sue poesie sono state pubblicate in Inghilterra (da Carcanet) e in India (da Penguin). Le sue opere comprendono: Brunizem (1988), Monkey Shadows (1991), The Stinking Rose (1995). Del 1997 è la raccolta antologica Point no Point. Nel marzo 2000 è uscita, sempre per Carcanet, il suo ultimo volume, Augatora. La sua produzione poetica ha avuto ampi riconoscimenti sia in India che in Gran Bretagna, tra cui, nell’1988 il Commonwealth Poetry Prize (Asia) e l’Alice Hunt Bartlett Award. Alcune sue poesie sono state tradotte in italiano su numerose riviste e sono incluse nell’antologia L’India dell’anima curata da Andrea Sirotti per Le Lettere (2000). A Better Colour for Solitude, la sua ultima raccolta, è uscita nel maggio 2002.

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Bimbetta guarda questo bel trenino


Bimbetta guarda questo bel trenino

Bimbetta guarda questo bel trenino
vuole andare dritto nella bocca
per fare ciuf ciuf e sopra il viadotto
venire lieto nelle tue manine

[ Assunta Finiguerra]

mercoledì 27 gennaio 2016

un bisogno impellente - una storia in dieci mosse di @vestitaacipolla
















Oh figlia figlia leccami l'uccello


Oh figlia figlia leccami l'uccello

Oh figlia figlia leccami l'uccello
con la boccuccia di fiore innocente
fammi venire, dai, fammi contento
che ti risparmio il culo e la stella

[ Assunta Finiguerra]

Non è così



Non è così ...eppure mi sorridi, mi parla, ridiamo.. ma non è così Il mio volto è aperto sul vostro, il mio cuore è solo uno spiraglio il mio sorriso ed il vostro.. eppure non è così! Non è così che io sono, non è così che noi siamo! Non è così che io non provo non piango e non rido.. Non è così che noi viviamo, amiamo e sogniamo.. Non è così, Non è così.. Non è così.. ma.. D.N. 23 giugno 1984
Il porto Io vengo da mari lontani – io sono una nave sferzata dai flutti dai venti – corrosa dal sole – macerata dagli uragani – io vengo da mari lontani e carica d'innumeri cose disfatte di frutti strani corrotti di sete vermiglie spaccate – stremate le braccia lucenti dei mozzi e sradicate le antenne spente le vele ammollite le corde fracidi gli assi dei ponti – io sono una nave una nave che porta in sé l'orma di tutti i tramonti solcati sofferti – io sono una nave che cerca per tutte le rive un approdo. Risogna la nave ferita il primissimo porto – che vale se sopra la scia del suo viaggio ricade l'ondata sfinita? Oh, il cuore ben sa la sua scia ritrovare dentro tutte le onde! Oh, il cuore ben sa ritornare al suo lido! O tu, lido eterno – tu, nido ultimo della mia anima migrante – o tu, terra – tu, patria – tu, radice profonda del mio cammino sulle acque – o tu, quiete della mia errabonda pena – oh, accoglimi tu fra i tuoi moli – tu, porto – e in te sia il cadere d'ogni carico morto – nel tuo grembo il calare lento dell'ancora – nel tuo cuore il sognare di una sera velata – quando per troppa vecchiezza per troppa stanchezza naufragherà nelle tue mute acque la greve nave sfasciata – Antonia Pozzi 20 febbraio 1933


martedì 26 gennaio 2016

Se al cuore si potesse dire



Se al cuore si potesse dire Se al cuore si potesse dire: non correre! Se potessi ordinargli: brucia! Già si spegne. Ancora una scarpina, ancora una mano, ancora un anellino da cucito, prima che la chiave giri e si apra quella porta nella quale entriamo e piangiamo per quella tremenda bellezza che viene chiamata vita. Non vergognatevi, il Signore Gesú pianse anche lui. Cosí chiare ieri brillavano le stelle. Perché però deve parlar di sé un solo stelo, se c’è l’erba? Mi scuso con voi, vi domando soltanto qualche parola. Quando per i dolori crollai e la morte già si leccava il dito per spegnermi la fiammella rossa del sangue, venne colei che mi era la piú vicina, s’inginocchiò accanto a me e si chinò ancora per soffiarmi nei polmoni in lunghi baci il suo dolce respiro come a un annegato. E colui che se ne stava andando aprí nuovamente gli occhi per afferrarsi disperato alle spalle e ai capelli chini. È forse possibile vivere anche senza l’amore; ma morire senza, questo è disperazione. Ancora una fogliolina, ancora un granello, ancora una punta d’ago! Che io possa ancora barcollare un momentino nel mite perielio della femminilità, che ci porta e riporta, cerca e lascia, provoca e trattiene, accarezza e uccide, ala e àncora, laccio e raggio, rosa e artiglio fino alla fine. Jaroslav Seifert


DELL'OMBRA






letture dell'adolescenza


DELL'OMBRA Un giorno di primavera vidi l'ombra di un'albatrella addormentata sulla brughiera come una timida agnella. Era lontano il suo cuore e stava sospeso nel cielo; nel mezzo del raggiante sole bruno, dentro un bruno velo. Ella si godeva il vento; solitaria si rimuoveva per far quell'albero contento di fiammelle, qua e là, ardeva. Non aveva fretta o pena; altro che di sentir mattino, poi il suo meriggio, poi la sera con il suo fioco camino. Fra tante ombre che vanno continuamente, all'ombra eterna, e copron la terra d'inganno adoravo quest'ombra ferma. Cosí, talvolta, tra noi scende questa mite apparenza, che giace, e sembra che si annoi nell'erba e nella pazienza. Carlo Bettocchi ricordo del gennaio 1984

il critico Titta Rosa, negli anni '50, scrisse del Nostro che "L'ermetismo pur vivendo a Firenze tra il '28 e il '38, lo sfiorò appena, senza turbare la sua schietta e umana vena che s'incanta a un richiamo immediato della natura come a voci segrete che gli giungono da un'assorta contemplazione interiore." Poi, Mario Luzi - il piú noto rappresentante dell'ermetismo d'impronta cristiana - gli dedicò dei versi proprio polemicamente incentrati sulla religione:

"Abiura io? chi può dirlo
 qual è il giusto compimento
di una fede - e poi che fede era?
era solo il mio allegro
quotidiano innamoramento - quale
allora illegittimo suggello
perderla sostengo, negarsi il privilegio
d'averla, non lei forse,
la sua sufficienza, la sua teologale ultra superbia (...)".
 
Va precisato che Betocchi stava ormai alla fine del suo percorso vitale: "Anni di dubbi, di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa e spavalda comunione teologale con tutte le creature" (Leandro Piantini). Dunque i versi dell'amico Luzi tentarono, mi sembrerebbe, di giustificare i dubbi religiosi che verosimilmente colsero il Nostro sugli ultimi gradini prima dell'arrivo, il sospirato arrivo celeste. Luzi appunto dice chiaramente che se di perdita di fede si trattava, era solo che Betocchi stava perdendo la sua fiducia nella Chiesa fatta dagli uomini, ben dotata di "teologale ultra superbia".
 
D'altronde, il rapporto di Betocchi con la fede non è sempre troppo distante dalle ansie ermetiche, ossia dalla contorta e spesso irrisolta maniera novecentesca di problematizzare la relazione fra la carnale presenza umana e le entità metafisiche (o che dir si voglia: supreme, astrali), come dimostrerà il paragone fra l'ombra di una albatrella (che è una pianta e non un uccello) antropomorficamente semidormiente in campagna e le ingannevoli ombre umane. La poesia s'intitola Dell'ombra e ben chiarisce la meditazione di fondo dell'autore: gli uomini vivono esistenze umbratili, cariche d'ansia e di false irrequietudini; l'albatrella, invece, porta il messaggio di un'ombra pacificata con Dio e con lo scorrere dei giorni che Dio ha fatto e fa ad uso dell'uomo

Sergio Sozi link esterno

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