

Wagner si avvicinò alla porta. Poi si inginocchiò all’altezza della serratura. Lo sguardo cadde prima su un pezzo di carta bianco, poi su un bicchiere; poi, vide il luccichio di un anello alla mano destra della donna. Fu solo un istante, perché la donna si allontanò subito, e dopo vide che appoggiava le mani sul pavimento e si faceva cadere all’indietro, nuda, addosso all’uomo che la abbracciava e la obbligava a girarsi. Ciò che vedeva si disintegrava in piccoli dettagli: il copriletto verde si dilatava come fosse un prato, una mano bianca si distendeva per aria senza un senso apparente e un bracciale alla schiava dorato avvolgeva la caviglia della donna.
Il maestro Pardo si appoggiò al corpo di Wagner e iniziò anche lui a guardare la scena dal buco. Attraverso la serratura vide la finestra, lo schienale di una sedia e due gambe di donna che sembravano aprirsi nel vuoto. Apparve poi, un’altra volta, il fascino dei corpi nudi, come se avesse infilato la testa sotto il panno nero del fotografo.
La posizione ricurva dei corpi che stava osservando gli fece ronzare il sangue nelle orecchie e le voci dall’altro lato della porta mormorarono e poi tacquero. Wagner, lentamente, si alzò. Anche il maestro Pardo si tirò su e si sentì un po’ nauseato.
«Se n’è accorto?», disse Wagner. «Lei ci guardava».
«Il tizio era un altro. Viene ogni volta con uno diverso».
«Gliel’ho detto, ha visto? È lei che affitta la stanza».
«Ma non è una zoccola».
«No. È sposata, le ho visto la fede. Si toglie i suoi sfizi».


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