sabato 12 dicembre 2015

L’ultra-assurda parola: separarsi


L’ultra-assurda parola: separarsi - Una delle cento? Semplicemente una parola di quattro sillabe, dietro le quali c’è - il vuoto. POEMA DELLA FINE, 5 Colgo il movimento delle labbra. E so - non parlerà per primo. «Non mi amate?» - «No, ti amo.» - «Non amate!» - «Ma mi tormento, ma sono ubriaco, sono distrutto. (Scrutando come un’aquila il posto): Scusate, ma questa è una casa?» - «La casa è nel mio cuore.» - «Letteratura! L’amore è carne e sangue. Fiore innaffiato del proprio sangue. Voi credete che l’amore sia discorrere davanti a un tavolino? Un’oretta - e poi a casa? Come quei signori e quelle dame? L’amore, questo vuol dire...» «Un tempio? Bambina, sostituite con una cicatrice la cicatrice!» - «Sotto lo sguardo dei servi e degli ubriaconi? (Io, senza suono: L’amore vuol dire: un arco teso: l’arco: la separazione). L’amore vuol dire - legame. Per noi tutto è separato: le bocche e le vite.» (Te l’avevo pur chiesto: non dare il malocchio! In quell’ora, segreta, vicina, in quell’ora sulla cima della montagna e della passione. Il memento è uno svaporare: l’amore vuol dire tutti i doni nel rogo - e sempre per nulla!) La cavità a conchiglia della bocca è pallida. Non sogghigno - inventario. «E prima di tutto un solo letto.» «Un solo abisso, volevate dire?» - Tamburo battente delle dita. - «Non smuovere montagne! L’amore vuol dire...» - «Mio. Vi capisco. Deduzione?» Il tamburo battente delle dita cresce (Patibolo e piazza.) «Partiremo». - «E io: moriremo, speravo. È più semplice! Basta con i bassi prezzi, rime, rotaie, alberghi, stazioni...» «L’amore vuol dire: vita.» «No, in altro modo era chiamato dagli antichi...» - «E così? (Un brandello di fazzoletto nel pugno, come un pesce). Così, partiremo?» - «Il vostro itinerario? Veleno, rotaie, piombo - a scelta! La morte - e nessuna installazione!» - «La vita!» - Come un condottiero romano, scrutando aquilino delle truppe i resti. - «Allora ci diremo addio.» (da Poema della fine, 1926 - Traduzione di Pietro a Zveteremich)
Il Poema della fine di Marina Cvetaeva (1892-1941) è la cronaca di un addio, della separazione dall’amante K. B. Rodzević, come lei e come il marito Sergej Efron, esule a Praga. Questa strofa con i pensieri reconditi e certi dettagli - le dita che tamburellano, il fazzoletto stretto nel pugno - messi in risalto come in un primo piano cinematografico, si trasforma in una scena teatrale, una passeggiata per la città tra i banchi dei commercianti e i ponti sulla Moldava con una disquisizione sull’essenza dell’amore, sul significato di quella storia ormai avviata alla conclusione. «È il dolore femminile ormai esploso» conferma la Cvetaeva in una lettera del 1926, «le lacrime che erompono».
il canto delle sirene link esterno


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