lunedì 19 ottobre 2015

Il mio cuore si spense nel suo palmo



Il passero di Lesbia Il mio cuore si spense nel suo palmo, le ali frullanti tra polso e bracciale e fui già via, nel limbo dei non umani, i poveri messaggeri del cielo. Sentii me stesso spegnersi come il loro cervello di sera si addormenta, senza sapere se mai ci sarà un altro risveglio. Pregò lui, che non aveva dei in cui credere. Vidi svenendo gli occhi di Catullo pieni e ingranditi dal flusso delle lacrime. Le oscure divinità ebbero pena, il pianto dei Cupidi e delle Veneri sorse spontaneo come aveva pregato il poeta. Sentii le mie piccole ali ridestarsi e vibrare e volai via, inconscio, incolume, passai la soglia che conduceva al giardino, sfiorai la vasca delle lamprede e dei murici, vidi volando la murena dormiente, poi cambiò tutto, entrai nel tempo, la macina che opprime i sublunari che hanno anime individuali e meridiane, e scrivono parole con l’inchiostro. Le ali umide per il palo di Lesbia ancora calde dell’ultimo nido in me, o nell’aria, le parole di Catullo, “animula”, aveva detto, “tenera vita”, la mia, che gli svaniva tra le dita sfioranti quelle della donna amata. Ma cadde nell’errore del poeta, che fare eterno in questo mondo sia un dono come se non fossi un vivente ma un pensiero, già pagina, voce impressa, pietra scritta. Avrei preferito spegnermi tra le sue dita nell’ultima culla senza canto e voce, piuttosto che sopravvivere a amore e fine, vedendo Lesbia morire, andare via, leggere la data di nascita e di morte su una lapide del grande Catullo che mi ottenne la vita. Per essere qui, ora, nell’oltretempo terreno solo a cantare a piena voce la fine dei corpi che si abbracciano in furia e sudore, qui, sulla vetta della torre antica passero solitario, a un timido amico che il tempo che ci illuse in terra avrà fine e Lesbia, e Catullo, e Leopardi, in un respiro e la città di Roma e le carte sudate mi ordineranno di cantare ancora. Ars Amandi A tears go by, Ofelia Roberto Mussapi


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