sabato 6 febbraio 2016

Avendo avuto la grazia d'una sì incomparabile felicità


Bellevue Palace, Berna Lunedì mattina,
agosto 1920
Mia Amica carissima,
 
questa mattina mi sono destato parlandovi (in seguito saprete le parole che vi dicevo); non ho potuto continuare e ho avuto un attimo di cedimento.
 
Ma come ingrato sarebbe soffermarvisi; lo so, cara, non è con i sofismi che si corregge la gravitazione del cuore, ma questa stessa gravitazione ha le sue leggi che vanno accettate e alle quali bisogna sottomettersi, nel senso più elevato, il più sidereo.
 
Avendo avuto la grazia d'una sì incomparabile felicità, non dovremmo forse sentirci indotti a raggiungere consolazioni non meno alte, non meno profonde? Facciamone la scoperta, cara, da questo istante, facciamone umilmente la bella e ardua scoperta...
 
Del resto, abbiamo gettato il fondamento di tali consolazioni fin dalla nostra primo sera e, se consentissimo alla tristezza di traboccare, sarebbe come sconfessare tutte le vie attraverso le quali ci siamo avvicinati l'uno all'altra. Tutti i nostri discorsi, lo ricorderete, carissima, ebbero inizio al di là delle sensazioni provvisorie, ed è impossibile pensare che, dopo esserci arricchiti con continue elargizioni reciproche, ci si possa ritrovare in seguito meno temerari e meno assennati. Non ci sí deve fermare ai dettagli, neppure ai più cari (è così che si travisano i più perfetti disegni del destino); occorre ricondurre al «tutto» le diverse manifestazioni della nostra sensibilità, giacché soltanto così le considereremo nel loro valore durevole e definitivo.
 
Pensate, Amica mia, al dittico di re Andrea che abbiamo ammirato al Museo: anche quelle pietre grigie e tristi, anche quelle perle trapassate dal loro chiodo d'oro contribuiscono al generale splendore e all'esaltata armonia di tante beatitudini.
 
Fra tutte le fortune della nostra «vita», c'è stata anche quella d'avere, assieme alla tenera profusione del momento, ricevuto tutti i mezzi per sopravvivere ad esso, non soltanto nella sfera dei ricordi, ma nella continua interpretazione delle delizie che ci sono state offerte.
 
Cara, torno ora dal libraio dove ho trovato il mio libro doloroso (di prosa, iniziato a Roma, terminato verso il 1910 nella stanza rotonda del palazzo Biron) e Le sermon sur l'amour de Marie-Madeleine, opera del XVII secolo di cui s'ignora l'autore (alcuni suppongono a ragione o a torto che sia Bossuet). Quanto all'altro libro, il Malte, ho dovuto spesso toglierlo di mano a qualche giovane, vietandogliene la lettura.
 
Ciò perché quest'opera che sembra giungere più o meno alla conclusione che vivere è impossibile dev'essere letta, per così dire, controoarrente. Se contiene amari rimproveri, non è certamente alla vita che sono rivolti: al contrario, essa è la constatazione continua che è per mancanza di forza, per distrazione e per errori atavici che sperperiamo pressoché intieramente le innumerevoli ricchezze che ci furono destinate qui.
 
Sforzatevi, mia Cara, di scorrere gli eccessi di quelle pagine con tale intendimento; ciò non vi risparmierà lacrime, ma contribuirà a dare al vostro piangere un significato più chiaro e, se così posso dire, trasparente.
 
Il vostro amico René
 
P.S. Sul verso troverete le strofe che avevo composto per voi sabato, passeggiando nello stupendo viale del castello di Hottingen.
 
Rainer Maria Rilke - Lettere a Merline


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