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sabato 10 settembre 2016

perchè uno scrive VIII

Roberto Bolaño

Suppongo che uno scriva per via della propria sensibilità, tutto qui.
 
Per me, scrivere è l’esatto opposto di aspettare. Invece dell’attesa, c’è la scrittura. Be’, probabilmente sbaglio, può darsi che scrivere sia una forma di attesa, di procrastinazione.
 
È vero, le trame sono una cosa strana. Credo, sia pure con qualche eccezione, che a un certo punto una storia ti scelga e non ti lasci più in pace. Per fortuna, non è una cosa così importante: la forma, la struttura, continuano ad appartenerti, e senza forma e struttura non c’è libro, o almeno nella maggior parte dei casi è così che va. Diciamo che la storia e la trama arrivano accidentalmente, che rientrano nel campo del caso, cioè del caos, del disordine, o in quel territorio in continuo tumulto che qualcuno definisce apocalittico. La forma, viceversa, è una scelta che si compie usando l’intelligenza, l’astuzia e il silenzio, le armi usate da Ulisse nella sua battaglia contro la morte. La forma cerca l’artifizio, la storia cerca il precipizio. O per usare una metafora della campagna cilena (pessima, come vedrai): non è che non mi piacciano i precipizi, ma preferisco vederli da un ponte.
     Roberto Bolaño

Intervista di Carmen Boullosa link esterno

Perchè uno scrive

domenica 13 settembre 2015

malattia e poesia


Malattia e poesia

La poesia francese, come ben sanno i francesi, è la poesia più alta del XIX secolo e nelle sue pagine e nei suoi versi sono in qualche modo prefigurati i grandi problemi che l'Europa e la nostra cultura occidentale si sarebbero trovate ad affrontare nel XX secolo e che rimangono da risolvere ancora oggi. I temi possono essere la rivoluzione, la morte, la noia e la fuga. Questa grande poesia fu scritta da un pugno di poeti e il suo punto di partenza non è Lamartine, né Hugo, né Nerval, ma Baudelaire. Diciamo che ha inizio con Baudelaire, raggiunge la sua massima tensione con Lautréamont e Rimbaud e finisce con Mallarmé. Naturalmente, ci sono altri poeti notevoli, come Corbière o Verlaine, e altri non trascurabili come Laforgue o Catulle Mendès o Charles Cros, e perfino qualcuno non del tutto disprezzabile come Banville. Ma la verità è che con Baudelaire, Lautréamont, Rimbaud e Mallarmé ce n'è già a sufficienza. Cominciamo da quest'ultimo. Voglio dire, non dal più giovane, ma dall'ultimo a morire, Mallarmé, che per soli due anni non conobbe il XX secolo. Ecco cosa scrive in «Brezza marina»
 
La carne es triste, ¡ay!, y todo lo he leìdo.
¡Huir! ¡Huir! Presiento que en lo desconocido
de espuma y cielo, ebrios los pàjaros se alejan.
Nada, ni los jardines que los ojos reflejan
sujetarà este pecho, nàufrago en mar abierta
¡oh, noches!, ni en mi lampara la claridad
desierta sobre la virgen pàgina que esconde su blancura,  
 
y ni la fresca esposa con el hijo en el seno.
¡He de partir al fin! Zarpe el barco, y sereno
meza en busca de exóticos climas su arboladura.
Un hastio reseco ya de crueles hanelos
aun suena en el ultimo adiós de los panuelos.
¡Quién sabe si los màstiles, tempestades buscando,
se doblaràn al viento sobre el naufragio, cuando
perdidos floten sin islotes ni derroteros!.
¡Mas oye, oh corazón, cantar los marineros
***

«La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri,
Fuggire! Laggiù, fuggire! Sento gli uccelli ebbri
di essere fra ignote spume e cieli!
Nulla, neppure i vecchi giardini riflessi dagli occhi
Tratterrà questo cuore che in mare s'immerge
O notti! neppure il chiarore deserto della lampada
Sul vuoto foglio protetto dal biancore
 
Né la giovane moglie che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vapore che dondoli l'alberatura,
Leva l'àncora verso un'esotica natura!
Un Tedio, desolato da crudeli speranze,
Crede ancora all'addio estremo dei fazzoletti!
E forse, gli alberi delle navi, che invitano gli uragani
Sono di quelli che il vento piega sui naufragi
Perduti, senz'alberi, senz'alberi, né isole fertili...
Ma, O mio cuore, ascolta i canti dei marinai!»



 
Una bella poesia. Nabokov avrebbe consigliato al traduttore di non rispettare le rime, di renderla in versi liberi, di farne una versione «brutta», se Nabokov avesse conosciuto il traduttore, Alfonso Reyes, che per la cultura occidentale significa poco, ma che per quella parte della cultura occidentale che è la cultura latinoamericana significa (o dovrebbe significare) molto. Ma cosa voleva dire Mallarmé quando diceva che la carne è triste e che aveva letto tutti i libri? Che aveva letto fino alla sazietà e scopato fino alla sazietà? Che da un certo momento in poi ogni lettura e ogni atto carnale si trasformano in ripetizione? Che la sola cosa che gli rimaneva da fare era viaggiare? Che scopare e leggere, alla fine, diventa noioso, e che viaggiare è l'unica via d'uscita? Io credo che Mallarmé stia parlando della malattia, della battaglia che la malattia combatte contro la salute, due stati o due potenze, come volete, totalitarie; io credo che Mallarmé stia parlando della malattia rivestita dei panni della noia. L'immagine della malattia costruita da Mallarmé è, in realtà, per così dire intonsa: parla della malattia come rassegnazione, rassegnazione a vivere o rassegnazione a qualunque altra cosa. Come dire che sta parlando della sconfitta. E allo scopo di ribaltare la sconfitta vi oppone vanamente la lettura e il sesso, che sospetto, a maggior gloria di Mallarmé e per maggior perplessità di madame Mallarmé, per lui fossero equivalenti, altrimenti nessuno nel pieno possesso delle sue facoltà potrebbe dire che la carne è triste, così, in questo modo tassativo, che la carne è triste e basta, e che la petite morte, che in realtà non dura nemmeno un minuto, si estende a tutti i gesti dell'amore, che come ben si sa possono durare per ore e ore e farsi interminabili, insomma, un verso simile non stonerebbe nell'opera di un poeta spagnolo come Campoamor mentre stona invece nell'opera e nella biografia di Mallarmé, indissolubilmente unite, salvo in questa poesia, in questo manifesto cifrato, che solo Paul Gauguin prese alla lettera, perché è bene sapere che Mallarmé non ascoltò mai cantare i marinai, o se li ascoltò, non lo fece, di sicuro, a bordo di una nave dalla destinazione incerta. E tantomeno si può affermare che uno abbia già letto tutti i libri, perché anche ammesso che i libri finiscano non si finirebbe mai di leggerli tutti, cosa che Mallarmé sapeva bene. I libri sono in numero finito, gli incontri sessuali sono in numero finito, ma il desiderio di leggere e di scopare è infinito, travalica la nostra stessa morte, le nostre paure, le nostre speranze di pace. E che cosa rimane a Mallarmé in questa illustre poesia, quando non gli rimangono più, secondo lui, né la voglia di leggere né la voglia di scopare? Ebbene, gli rimane il viaggio, gli rimane la voglia di viaggiare. E questa è forse la chiave del delitto. Perché se Mallarmé fosse arrivato a dire che la sola cosa che gli rimane è pregare o piangere o diventare pazzo, forse avrebbe trovato l'alibi perfetto. Ma Mallarmé dice che la sola cosa che gli rimane è viaggiare, come se dicesse navigare e necessario, vivere non è necessario, massima che una volta sapevo citare in latino e che per colpa delle tossine viaggiatrici del mio fegato ho dimenticato, vale a dire, ed è lo stesso, che Mallarmé sceglie il viaggiatore a torso nudo, la libertà, anche quella a torso nudo, la vita semplice (ma non tanto semplice se grattiamo un po' la superficie) del marinaio e dell'esploratore, che oltre a essere un'affermazione della vita è anche un gioco costante con la morte e si colloca, in una scala gerarchica, sul primo gradino di un certo apprendistato poetico. Il secondo gradino è il sesso e il terzo sono i libri. Il che trasforma la scelta di Mallarmé in un paradosso o piuttosto in un ritorno, in un ricominciare da zero. E giunto a questo punto non posso, prima di tornare al nostro ascensore, non pensare a una poesia di Baudelaire, padre di tutti quanti, nella quale si parla del viaggio, dell'entusiasmo giovanile per il viaggio e dell'amarezza che ogni viaggio lascia alla fine nel viaggiatore, e penso che il sonetto di Mallarmé è forse una risposta alla poesia di Baudelaire, una delle risposte più terribili che io abbia mai letto, quella di Baudelaire, una poesìa malata, una poesia senza uscita, ma forse la poesia più lucida di tutto il XIX secolo.

Roberto Bolaño *** Letteratura + malattia = malattia


sabato 12 settembre 2015

Malattia e Dioniso


Malattia e Dioniso

Eppure la verità della verità, la più pura verità, è che mi rincresce molto ammetterlo. Quest'esplosione seminale, questi cumuli e cirri che ricoprono la nostra geografia immaginaria, finiscono per rattristare chiunque. Scopare quando non si hanno le forze per farlo può essere bello e perfino epico. Poi può trasformarsi in un incubo. Ma non si può fare a meno di ammetterlo. Guardate, per esempio, le carceri del Messico. Prendete un tizio non precisamente avvenente, basso, seborroico, panzone, strabico, e per di più cattivo e con un cattivo odore. Un tizio del genere, la cui ombra si sposta con lentezza esasperante lungo le pareti del carcere o lungo i corridoi interni del carcere, dopo pochissimo tempo che è lì diventa amante di un altro tizio, altrettanto brutto ma più forte di lui. Non c'è una storia d'amore prolungata, una storia d'amore fatta di passi e tappe successive. Non c'è un'affinità elettiva così come la intendeva Goethe. É un amore a prima vista, primario, se volete, ma il cui fine non differisce molto dal fine a cui tendono molte coppie normali o che a noi sembrano normali. Sono fidanzati. Le loro schermaglie, i loro deliqui, sono come radiografie. Scopano tutte le notti. A volte si picchiano. Altre volte si raccontano le loro vite, come se fossero amici, eppure non sono amici, ma amanti. La domenica ricevono entrambi le visite delle rispettive mogli, che sono brutte quanto loro

Ovviamente nessuno dei due è quel che si potrebbe definire un omosessuale. Se qualcuno glielo dicesse in faccia è probabile che se la prenderebbero così tanto, si sentirebbero così offesi, che prima violenterebbero brutalmente l'insolente e poi lo assassinerebbero. É così. Victor Hugo, che secondo Daudet era capace di mangiarsi un'arancia intera in un boccone, massima prova di salute, secondo lui, tipico gesto da maiale, secondo mia moglie, lasciò scritto nei Miserabili che la gente oscura, la gente atroce, è capace di provare una felicità oscura, una felicità atroce. A quanto credo di ricordare, visto che I miserabili è un libro che lessi in Messico moltissimi anni fa e che lasciai in Messico quando me ne andai per sempre e che non penso di ricomprare né di rileggere mai, perché non è il caso di leggere né tanto meno di rileggere i libri dai quali sono stati tratti dei film, e credo che dai Miserabili sia stato tratto perfino un musical. Questa gente atroce, come dicevo, la cui felicità è atroce, sono i ruffiani che accolgono Cosetta quando Cosetta è ancora una bambina, e che non solo incarnano alla perfezione il male e la meschinità di una certa piccola borghesia o di coloro che aspirano a far parte della piccola borghesia, ma con il passare del tempo e l'avanzare del progresso incarnano, ormai, quasi tutta quella che noi oggi chiamiamo classe media, una classe media di sinistra o di destra, colta o analfabeta, ladra o apparentemente onesta, gente provvista di buona salute, gente preoccupata di curare la propria salute, gente esattamente uguale (probabilmente meno violenta e meno coraggiosa, più prudente, più discreta) ai due pistoleri messicani che vivono il loro amore rinchiusi in un penitenziario. Dioniso ha invaso tutto. Ha il suo posto nelle chiese e nelle ONG, nel governo e nelle case reali, negli uffici e nelle baraccopoli. La colpa è tutta di Dioniso. E il suo antagonista o la sua contropartita non è nemmeno Apollo, ma il signor Fighettino o la signora Stronzetta o la signora Perbenino o il signor Neurone Solitario, guardaspalle pronti a passare al nemico al primo sparo sospetto

Roberto Bolaño *** Letteratura + malattia = letteratura


mercoledì 2 settembre 2015

Linguaggio e memoria

Liguaggio e memoria
 
«Linguaggio e memoria per Broch sono intimamente congiunti: si parla del mistero del linguaggio, si parla della memoria che è nel linguaggio. È una memoria che appartiene alla nostra piccola vita. In ognuno di noi, in qualche modo, passa un'esistenza di esseri sconosciuti. Questo è il nostro linguaggio. È il linguaggio che crea sia i momenti di massima solitudine, sia la solidarietà con tutti gli altri che sono dietro, quasi nascosti in ogni parola del nostro linguaggio, anche quando queste sembrano banali, logore, senza espressività. Per questo abbiamo una responsabilità nei confronti del linguaggio, piú degradiamo il linguaggio e piú degradiamo le ombre di tutti coloro che lo hanno determinato».
 
«Dunque nel linguaggio si riscontrano tante voci, tutte le voci della nostra vita, quelle che ricordiamo e quelle che non ricordiamo, e poi emerge quello che era prima della nostra vita, questa sorta di pluralità che agisce in noi anche quando non ce ne accorgiamo. Siamo uniti a qualcuno e nello stesso tempo ci differenziamo, e piú ascoltiamo e piú sentiamo tante voci È la solidarietà del sociale che parla nel linguaggio e ci precostituisce, ci prefigura, qualche volta anche ci domina».
Ezio Raimondi
 
Per scrivere romanzi non c’è bisogno
d’immaginazione ma soltanto di memoria.
I romanzi si scrivono intrecciando ricordi
 
Roberto Bolaño
 
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