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domenica 17 novembre 2019

Silvi si espanse in un soffio, in un urlo, in un grido


Federico Falco



L’uomo aveva l’alito da fumatore e un profumo appiccicoso, pesante e speziato.
Sono vergine, gli disse Silvi, e voglio fare sesso.
Benissimo, disse l’uomo. Io ti posso aiutare.
Lascia stare la Sprite, disse Silvi. Non c’è bisogno.
L’uomo mise la mano in tasca, tirò fuori un fascio di banconote, ne contò quattro o cinque e le mise sul tavolo. Poi le circondò la vita con un braccio.
Dove vuoi andare?, le chiese mentre uscivano in strada.
All’Hotel del Lago, disse Silvi.
L’uomo aggrottò la fronte.
È molto caro, disse. Vieni, ti porto in un posto che conosco io.
La portò in un albergo a ore, sulla statale, all’uscita dalla città. Entrarono direttamente con la macchina. L’uomo si mise nudo e aspettò che fosse nuda anche lei.
 
Vieni qua, le disse l’uomo. Succhiamelo finché mi viene duro.
Silvi fece come diceva.
I peli del pube le facevano il solletico al naso e Silvi starnutì.
Salute, disse l’uomo, e le strizzò le tette. Poi fece scivolare la mano e la tastò con le dita.
Sei bagnata, le disse.
Sì, mormorò Silvi.
Mettiti a quattro zampe.
L’uomo si infilò un preservativo e si mise dietro di lei. Silvi sentì che le appoggiava la punta calda, senza entrare. L’uomo rimase fermo. Respirava forte, l’aria sembrava densa, i fiori della carta da parati marrone.
Vuoi che te lo metta dentro?, chiese l’uomo con voce roca.
Sì, disse Silvi.
Chiedimelo, disse l’uomo.
Mettimelo dentro.
Che cosa?
Mettimelo dentro.
Che cosa?
Il cazzo, disse Silvi.
Dove?
Nella vagina.
Chiedimi di mettertelo nella fica.
Mettimelo nella fica, disse Silvi.
L’uomo la penetrò con una stoccata e a Silvi sfuggì un singhiozzo di dolore.
Lo senti?, chiese l’uomo.
Sì.
Ti piace così, bello duro?
Silvi non riusciva a parlare.
Ti piace o no?
Sì, disse Silvi.
Dimmelo, dimmi che ti piace, disse l’uomo.
Mi piace, disse Silvi, mentre l’uomo la prendeva per i fianchi e cominciava a muoversi avanti e indietro.
Dimmi che ti piace, ordinò l’uomo, a voce più alta.
Silvi sentiva l’odore del suo sudore sotto il profumo, un sudore acre, concentrato. L’uomo si agitava a ogni movimento e il sudore le cadeva sulla schiena come una pioggia.
Mi piace, mi piace, mi piace tantissimo, disse Silvi, e alzò la testa e guardò da sopra la spalla. Vide la faccia dell’uomo, una smorfia di sforzo gli torceva la faccia.
Scopami, disse allora Silvi. Scopami, disse, e di colpo fu come se un’onda la prendesse da sotto e la sollevasse e la mostrasse lì, nell’aria, nel miscuglio di odori dell’aria.
Il suo corpo non pesava più niente e si staccò dal materasso e da terra. Silvi si espanse in un soffio, in un urlo, in un grido. Un gemito lungo le prese la bocca, gli ansiti le scompigliarono i capelli. Silvi volava in alto, circondata di vento, finché l’uomo non le crollò sulla schiena e lei sentì che la schiacciava.
Poi fu un po’ come svegliarsi. Un brivido, e Silvi tornò in sé come se fosse passato moltissimo tempo. Ci mise un po’ a riconoscere la stanza d’albergo, le tende dozzinali, il ronzio monotono dell’aria condizionata. Inarcò la schiena, respirò a fondo, scostò i capelli che le si erano appiccicati sulla faccia.
Su, lavati, le disse l’uomo mentre si toglieva il preservativo e lo gettava sotto il letto.

Federico Falco, --- Silvi e la notte oscura,


sabato 16 novembre 2019

Odore di nebbia e di erba


Federico Falco



Quello stesso pomeriggio andò in farmacia e si comprò un deodorante Axe verde. Lo nascose fra i maglioni invernali e ogni sera, prima di andare a letto, ne spruzzava un po’ sulle lenzuola e sul cuscino e sulla testiera del letto e se ne metteva anche sui polsi e sulle gambe. Poi chiudeva gli occhi. In quell’odore Steve sorrideva per lei. Le dita bianche di Steve le accarezzavano le guance. Steve la abbracciava forte, con le labbra cercava la sua bocca, con le mani le stringeva il seno. Silvi, Silvi, Silvi, le diceva Steve, e le mostrava l’ascella.

Vieni qui, Silvi, le diceva. Avvicinati, leccami. Odore di nebbia e di erba, di fuoco e di legno verde, di sgocciolio di rugiada [...]

Silvi non lo ascoltava. Non riusciva a staccare gli occhi dalla mano di Steve, dalle unghie di Steve, dalle ginocchia di Steve piegate sotto la stoffa dei pantaloni, dalle sue cosce sode, che tiravano la cucitura grigia. E l’odore, l’odore. Quell’aroma fresco e fragrante, odore di muschio, di pietra nell’ombra, di ruscello d’acqua cristallina. [...]

Nel buio del soggiorno Silvi si abbandonava al calore del corpo di Steve a pochi centimetri dal suo. Avvolta nel suo odore fresco e silvestre, con la gamba di Steve così vicina che quasi toccava la sua, Silvi si lasciò andare all’indietro e appoggiò la testa allo schienale del divano. Come senza volerlo, si girò appena, fino a sfiorare col ginocchio la stoffa dei pantaloni di Steve. Quel contatto generò un’esplosione di elettricità che si propagò a ondate sulla sua pelle. Steve però non disse niente: non si spostò, non si mosse, forse non se ne accorse nemmeno. Silvi lo guardò con la coda dell’occhio, senza muovere la testa. Lui se ne stava fermissimo, la schiena dritta, lo sguardo fisso sul televisore. Il cuore di Silvi era come un tizzone crepitante sotto una coperta che sta per prendere fuoco. Nel punto esatto in cui aderiva alla stoffa ruvida e calda, la sua pelle scottava. Silvi avrebbe voluto adagiarsi sul petto di Steve, posare l’orecchio sul suo cuore, lasciare che lui la abbracciasse e le accarezzasse i capelli. Sullo schermo lo speaker parlava di pionieri che attraversavano il Grande Deserto Americano e Silvi spostò un pochino il braccio, allungò le dita, tastò l’aria col mignolo. La cucitura dei pantaloni di Steve era così vicina, così vicina. Silvi stava per toccarla quando suonò il campanello.

Federico Falco - - - Silvi e la notte oscura


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