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venerdì 7 luglio 2017

la distanza genera distanza

Jonathan Safran Foer
"Eccomi"
Una volta Jacob aveva pensato se comprare una spilla a Julia.
[...]
Era bella? Era un rischio? Si portano le spille? Era stucchevole nel suo simbolismo? [...] Non erano i soldi a preoccuparlo, ma il rischio di sbagliare, l’imbarazzo di tentare e fallire..
[...]
La distanza genera distanza, ma se la distanza è nulla, da che cosa si origina? Non c’era trasgressione né crudeltà e neppure indifferenza. La distanza iniziale era stata vicinanza: l’incapacità di superare la vergogna di bisogni sotterranei che non avevano più posto in superficie.  
voglio vederti venire
poi puoi avere il mio cazzo


    Jonathan Safran Foer
Eccomi

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giovedì 6 luglio 2017

Ma la distanza che non esisteva era troppo grande

Jonathan Safran Foer
"Eccomi"
Una volta Julia [...] fu inaspettatamente travolta da quel genere di tristezza che non si riferisce a nulla e non ha un significato ma solo un peso opprimente. Avrebbe voluto portare quella tristezza a Jacob, non nella speranza che lui capisse qualcosa che lei non riusciva a capire, ma che potesse aiutarla a sopportare quello che lei non riusciva a sopportare. Ma la distanza che non esisteva era troppo grande.

    Jonathan Safran Foer
Eccomi

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mercoledì 5 luglio 2017

Avevano bisogno di una distanza che non fosse un ritrarsi ma un tendere la mano.

Jonathan Safran Foer
"Eccomi"
Una volta Jacob scrisse quella che secondo lui era la migliore battuta che avesse mai scritto. Avrebbe voluto condividerla con Julia – non perché fosse fiero di sé ma perché voleva capire se era ancora possibile raggiungerla come in passato, indurla a dire qualcosa come: «Sei il mio scrittore preferito».
[...]
Lui avrebbe voluto dire: «Di’ solo: ‘Sei il mio scrittore preferito’».
 
Ma non poteva superare la distanza che non esisteva. L’ampiezza della loro vita in comune rendeva impossibile condividere le loro unicità. Avevano bisogno di una distanza che non fosse un ritrarsi ma un tendere la mano.

    Jonathan Safran Foer
Eccomi

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lunedì 3 luglio 2017

per paura che lui non la notasse

Jonathan Safran Foer
"Eccomi"
Una volta Julia si era comprata della lingerie. Aveva posato il palmo sulla pila morbida, non perché le interessasse ma perché, come sua madre, non riusciva a controllare l’impulso di toccare la merce nei negozi. Aveva prelevato cinquecento dollari dal bancomat perché l’acquisto non comparisse sul conto della carta di credito. Avrebbe voluto condividere l’acquisto con Jacob e aveva fatto del suo meglio per trovare o creare l’occasione giusta.

Una sera, dopo che i bambini erano andati a dormire, si era messa la culotte. Avrebbe voluto scendere le scale, tappare la penna di Jacob e comunicargli, senza dire una parola: Guarda come sono. Ma non ci era riuscita. Esattamente come non riusciva a convincersi a indossarla prima di andare a letto per paura che lui non la notasse. Esattamente come non riusciva neppure a lasciarla sul letto in modo che lui la vedesse e le chiedesse qualcosa. Esattamente come non riusciva a restituirla.

    Jonathan Safran Foer
Eccomi

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domenica 2 luglio 2017

essere vicini pur essendo distanti

Buenas noches

Bisognava inventare un modo per essere vicini alle persone senza doverle vedere o parlarci per telefono o scrivere (o leggere) lettere, email o sms.
 

Jonathan Safran Foer
Eccomi
  • Eccomi (Jonathan Safran Foer)
  • Il desiderio era diventato una minaccia – un nemico – nella loro vita domestica

    Jonathan Safran Foer
    "Eccomi"
    C’erano cose che Jacob voleva e che voleva da Julia. Ma la possibilità di condividere i desideri diminuiva mentre il bisogno di Julia di sentirseli dire aumentava. E viceversa. Amavano sinceramente la compagnia reciproca, più che stare soli o in compagnia di chiunque altro, ma più stavano bene insieme, più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori.
    [...]
    L’incrollabile padronanza di sé che Julia dimostrava con i figli era cresciuta fino a sembrare onnipazienza, mentre la sua capacità di esprimere pulsioni con suo marito si era ridotta agli sms con la poesia del giorno. L’abilità con cui Jacob toglieva il reggiseno a Julia senza mani era stata rimpiazzata dalla straordinaria e deprimente abilità nel montare il box dei bambini mentre lo portava su per le scale.
    Julia sapeva tagliare le unghie di un neonato con i denti [...] ma aveva dimenticato come toccare suo marito. Jacob insegnava ai bambini la differenza tra altro e altrui, ma non sapeva più come parlare a sua moglie.
    [...]
    e tra loro si era innescato un ciclo distruttivo: con l’incapacità di Julia di esprimere pulsioni, Jacob era diventato sempre meno sicuro di essere desiderato e sempre più timoroso di rischiare il ridicolo, e così la distanza tra la mano di Julia e il corpo di Jacob era ulteriormente aumentata, senza che Jacob avesse parole per definirla. Il desiderio era diventato una minaccia – un nemico – nella loro vita domestica.

        Jonathan Safran Foer
    Eccomi

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    mercoledì 7 dicembre 2016

    Ho voglia di allargare le gambe e voglio......

    Jonathan Safran Foer
    «Okay» disse lei. «Mi sto tenendo dentro qualcosa. Qualcosa di proprio difficile.»
    «Ottimo.»
    «Ma non credo di essere abbastanza evoluta da condividerlo.»
    «Come dicevano i dinosauri.»
    Julia si premette un cuscino in faccia e chiuse le gambe a forbice.
    «Sono solo io» disse lui.
    «Okay» fece lei con un sospiro. «Okay. Bene. Sdraiata qui, fumata, tutti e due nudi, mi è venuta una voglia.»
    D’istinto lui le allungò una mano tra le gambe e la trovò già tutta bagnata.
    «Dimmela» le disse.
    «Non posso.»
    «Scommetto che puoi.»
    Lei rise.
    «Chiudi gli occhi» disse lui. «Sarà più facile.»
    Lei chiuse gli occhi.
    «No» disse lei. «Non è più facile. Magari se tu chiudi i tuoi?»
    Lui chiuse gli occhi.
    «Mi è presa questa voglia. Non so da dove mi venga. Non so perché ce l’ho.»
    «Ma ce l’hai.»
    «Sì.»
    «Dimmela.»
    «Mi è presa voglia.» Rise di nuovo e gli incastrò la faccia nell’incavo dell’ascella. «Ho voglia di allargare le gambe e voglio che tu metta la testa lì in mezzo e mi guardi finché vengo.»
    «Solo guardarla?»
    «Niente dita. Niente lingua. Voglio che mi fai venire con gli occhi.»
    «Apri gli occhi.»
    «E tu apri i tuoi.»
    Jacob non disse una parola e non emise suono. Con una certa forza, ma non troppa, la fece rotolare sulla pancia. Intuiva che quello che lei voleva c’entrava con l’impossibilità di vedere lui che la guardava, con la rinuncia a quell’ultima misura di sicurezza. Lei gemette, facendogli capire che aveva ragione. Lui fece scivolare il proprio corpo lungo il corpo di lei. Le divaricò le gambe, gliele fece allargare ancora. Le infilò la faccia in mezzo così vicina da sentire il suo odore.
    «Mi stai guardando?»
    «Ti guardo.»
    «Ti piace quello che vedi?»
    «Voglio quello che vedo.»
    «Ma non puoi toccarla.»
    «Non la toccherò.»
    «Ma puoi accarezzarti mentre mi guardi.»
    «Lo sto facendo.»
    «Ti vuoi scopare quello che vedi.»
    «Certo.»
    «Ma non puoi.»
    «No.»
    «Vorresti sentire quanto sono bagnata.»
    «Certo.»
    «Ma non puoi.»
    «Ma lo vedo.»
    «Ma non puoi vedere quanto mi si stringe quando sto per venire.»
    «Non posso.»
    «Dimmi come sono e vengo.» Vennero insieme, senza toccarsi, e poteva finire lì. Lei avrebbe potuto rotolare sul fianco, appoggiargli la testa sul petto. Si sarebbero potuti addormentare. Ma accadde qualcosa: lei lo fissò, sostenne il suo sguardo e chiuse di nuovo gli occhi. Jacob chiuse gli occhi. E poteva finire lì. Avrebbero potuto esplorarsi a vicenda nel letto, ma Julia si alzò ed esplorò la stanza. Jacob non lo sapeva – capiva che non doveva aprire gli occhi – ma la sentiva. Senza dire niente, si alzò anche lui. Toccarono tutti e due la panchetta ai piedi del letto, la scrivania e la tazza con le penne dentro, i fiocchi sui nastri che legavano le tende. Lui toccò lo spioncino, lei toccò la manopola che controllava il ventilatore al soffitto, lui premette il palmo sul top tiepido del minifrigo.
    Julia disse: «Tu hai senso per me».
    Jacob disse: «E tu per me».
    Lei disse: «Ti amo tanto, Jacob. Ma per piacere, di’ solo ‘lo so’».

        Jonathan Safran Foer
    Eccomi

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    martedì 6 dicembre 2016

    ossessionato dall’immagine di lei in intimità con altri

    Jonathan Safran Foer
    Sempre, anche dopo che aveva perso il desiderio di toccarla o di essere toccato da lei, gli faceva orrore il pensiero di lei che toccava un altro o, peggio, di lei toccata da un altro. Persone con cui era stata, piacere che aveva dato e ricevuto, cose che l’avevano fatta gemere. In altri ambiti non era un insicuro, ma il suo cervello, come chi rivive all’infinito il ripetersi di un trauma senza riuscire a liberarsene, era ossessionato dall’immagine di lei in intimità con altri. Che cosa diceva a loro che aveva già detto a lui? Perché sentiva quella ripetizione come il tradimento supremo?

        Jonathan Safran Foer
    Eccomi

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    lunedì 5 dicembre 2016

    L’ho capito» disse lei, mentre con la mano gli risaliva la coscia

    Jonathan Safran Foer
    «Qual è l’ultima cosa che ti sei tenuto dentro?»
    Lui ci pensò. Lo spinello gli rendeva più difficile pensare, ma più facile condividere i pensieri.
    «Okay» disse. «È una cosa piccola.»
    «Le voglio tutte.»
    «Okay. L’altro giorno eravamo a casa. Mercoledì, forse. E io ti ho preparato la colazione. Ti ricordi? La frittata con il caprino.»
    «Sì» disse lei, mettendogli una mano sulla coscia, «è stato bello.»
    «Ti ho lasciato dormire e senza fare rumore ti ho preparato la colazione.»
    Lei espirò una colonna di fumo che mantenne la forma più di quanto sembrasse plausibile e disse: «Potrei mangiarmene una montagna, in questo momento».
    «Te l’avevo preparata perché volevo fare una cosa carina per te.»
    «L’ho capito» disse lei, mentre con la mano gli risaliva la coscia, facendoglielo venire duro.
    «E ti avevo messo tutto bene nel piatto. Con l’insalata vicino.»
    «Come al ristorante» disse lei, prendendoglielo in mano.
    «E dopo il primo boccone...»
    «Sì?»
    «C’è un motivo per cui la gente si tiene dentro le cose.»
    «Noi non siamo la gente.»
    «Okay. Va bene, dopo il primo boccone, invece di ringraziarmi o di dirmi che era squisita, mi hai chiesto se ci avevo messo il sale.»
    «E allora?» chiese lei, muovendo la mano su e giù.
    «E allora ci sono rimasto di merda.»
    «Perché ti ho chiesto se ci avevi messo il sale?»
    «Forse non rimasto di merda. Mi ha irritato. Deluso. Qualunque cosa abbia provato, non te l’ho detta.»
    [...]
    «Potrei già venire.»
    «Allora vieni.»
    «Non voglio ancora venire.»
    Lei rallentò, rallentò fino a una stretta ferma.

        Jonathan Safran Foer
    Eccomi

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