| HOME | poesie | poesie d'amore | poesie erotiche | narrativa | ti voglio bene | letture | lettere | Twitter | Indici temi & autori |
Visualizzazione post con etichetta Franco Buffoni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Franco Buffoni. Mostra tutti i post
domenica 2 giugno 2019
fedeltà e lealtà
venerdì 7 dicembre 2018
La poesia, quando è vera

mercoledì 4 maggio 2016
Di tutta la verita ma dilla obliqua
riletture:
Emily Dickinson
Di' tutta la verità ma dilla obliqua -
Il successo sta in un Circuito
Troppo brillante per la nostra malferma Delizia

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
sabato 28 marzo 2015
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Mistero
Mistero
Emily Dickinson è perfettamente consapevole dei limiti, delle insufficienze, della parola in
genere e della parola poetica in particolare. E ne soffre costantemente, perché la parola
resta comunque l’unico mezzo che ha a disposizione per mirare al centro... Certo, esiste la
musica; magari - come scriveva John Keats – una tuneless music, una musica senza suono,
oppure la musica della natura, il ronzio dell’ape che – se estaticamente ascoltato al
massimo grado di concentrazione e compenetrazione diviene più alto e armonioso della
più complessa sinfonia... Ma Emily non è un musicista; Emily solo con le parole può
“trattare”, quello è il suo business. E allora ecco che scant e slant fanno baruffa e
producono brutture, divengono un insieme orribile. L’aggettivo awful (in inglese: orribile)
contiene però il sostantivo awe, che significa anche timore estatico, reverenza. Reverenza
verso il Dio biblico della parola che si fa Carne; timore per il Tempo che ci sfugge e ci
impedisce di raggiungere il Centro da quella circonferenza su cui continuiamo a scivolare.
Timore di non riuscire a farcela ad unificare lo slant con lo scant, il dentro con il fuori,
restando per sempre nell’awful. Perché uno più uno fa uno: one and one is one.
In una delle lettere più famose di Emily si legge questa frase:
Franco Buffoni

pagina web di Franco Buffoni
“Non dirò quanto sia breve il Tempo,Il capovolgimento paradossale è la logica attraverso cui Dickinson cercò di venire a capo del Mistero. Molte delle persone che le erano state vicine se n’erano irrimediabilmente “andate”; il Tempo altrettanto irrimediabilmente passava, sulla Circonferenza si continuava a scivolare. Ma forse non è il tempo che passa: siamo solo noi che passiamo; e forse siamo già al centro mentre crediamo di stare sulla circonferenza. E la morte non è che un braccio che si distende dolcemente, lentamente sul guanciale, senza più fremiti, senza più scosse, finalmente quieto. Furono il suo sguardo e il suo respiro - ormai giunti aldilà della Parola - a svelare il Mistero.
perché a me fu rivelato da labbra
che subito si sigillarono”.
Emily Dickinson
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
pagina web di Franco Buffoni
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Rivelazione
Rivelazione
Il rapporto con il concetto di “traduzione” - di grande importanza quando si legge la poesia
di un autore straniero - diventa cruciale per il lettore di Emily Dickinson. Per una ragione
molto semplice: la poesia di Emily Dickinson è già di per sé una “traduzione”: essa nasce
all’interno del concetto di traduzione. Scriveva Josif Brodskij:
La poesia di Emily Dickinson è principalmente traduzione perché la poetessa si impose come missione quella di tradurre verità metafisiche in linguaggio terrestre. Impresa improba, perché è Dickinson stessa la prima a rendersi conto dell’inadeguatezza della parola. La sua è dunque una costante lotta (proprio come quella di Giacobbe con l’angelo) per giungere a una sorta di “rivelazione”, che tanto più pare raggiunta, o comunque vicina, quanto più sfugge e torna a svanire, ridiventando lontanissima.
Una lotta impari e improba ingaggiata da Emily con la forza della disperazione nei confronti della “parola”. Da qui la sensazione costante di stordimento, di “estasi”. Da qui la necessità del ricorso a un linguaggio ellittico. Come scrive Silvio Raffo “dire la verità intera non si può, se non attraverso la narrazione di una serie di estasi”. Emily Dickinson definisce questa “serie di estasi” che dovrebbero portare alla “rivelazione” (sempre parziale, sempre effimera, sempre sfuggente) “bollettini dell’immortalità”.
La rivelazione è dunque da Emily costantemente ricercata e perseguita, anche attraverso l’uso di quelle che lei stessa definisce “ample words”, parole ampie, vaste. “Immortale è una parola ampia”, scrive la poetessa, ben conscia del fatto che - mentre lo sta scrivendo – il concetto estatico sfugge e diviene... terreno, umano, mortale. E così via, in una estenuante lotta che, più che alla Bibbia in senso ampio, ci fa pensare direttamente all’Apocalisse.
Franco Buffoni

“Poesia è traduzione. Traduzione di verità metafisiche in linguaggio terrestre”.(Affermazione che, come corollario, ci porterebbe a riflettere su un’altra definizione stentorea, di Robert Frost: “Che cos’è la poesia? E’ ciò che si perde in traduzione”: una riflessione che però ci porterebbe troppo lontano...).
La poesia di Emily Dickinson è principalmente traduzione perché la poetessa si impose come missione quella di tradurre verità metafisiche in linguaggio terrestre. Impresa improba, perché è Dickinson stessa la prima a rendersi conto dell’inadeguatezza della parola. La sua è dunque una costante lotta (proprio come quella di Giacobbe con l’angelo) per giungere a una sorta di “rivelazione”, che tanto più pare raggiunta, o comunque vicina, quanto più sfugge e torna a svanire, ridiventando lontanissima.
Una lotta impari e improba ingaggiata da Emily con la forza della disperazione nei confronti della “parola”. Da qui la sensazione costante di stordimento, di “estasi”. Da qui la necessità del ricorso a un linguaggio ellittico. Come scrive Silvio Raffo “dire la verità intera non si può, se non attraverso la narrazione di una serie di estasi”. Emily Dickinson definisce questa “serie di estasi” che dovrebbero portare alla “rivelazione” (sempre parziale, sempre effimera, sempre sfuggente) “bollettini dell’immortalità”.
La rivelazione è dunque da Emily costantemente ricercata e perseguita, anche attraverso l’uso di quelle che lei stessa definisce “ample words”, parole ampie, vaste. “Immortale è una parola ampia”, scrive la poetessa, ben conscia del fatto che - mentre lo sta scrivendo – il concetto estatico sfugge e diviene... terreno, umano, mortale. E così via, in una estenuante lotta che, più che alla Bibbia in senso ampio, ci fa pensare direttamente all’Apocalisse.
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Congiunzione
Congiunzione
Non c’è bisogno di essere linguisti per sapere che la congiunzione è un elemento
fondamentale, forse addirittura l’elemento fondamentale della costruzione linguistica.
Come definire allora la scrittura di Emily Dickinson dove le parti connettive nel migliore
dei casi sono abbreviate, ma più frequentemente sono tolte? La “e”, congiunzione principe
- ancora più pesante e significativa nell’”and” inglese - in Dickinson non compare. Al suo
posto appaiono barre, separazioni, intervalli. E’ la stessa cosa? No, non è la stessa cosa,
non può essere la stessa cosa. Perché così barrato, intervallato, separato, il dettato
dickinsoniano giunge al lettore in modo nervoso, isterico. Immediatamente si coglie un
dato: quella poesia non sarà mai pacificatrice o pacificante. Comunicherà sempre
asprezza, ansietà, disagio. Constatazione, questa, che naturalmente non cancella un’altra
realtà della poliedrica e immensa (ripetiamo: circa 1700 componimenti) produzione
dickinsoniana: come è altrettanto evidente anche a chi legge Emily solo in traduzione,
infatti, esiste nel suo animo e quindi nel suo dettato poetico anche una forte componente
sentimentale.
Tale attitudine al “sentimentalismo” fu la prima ad essere colta dal pubblico della Nuova Inghilterra. Con la prima edizione a stampa, dopo la morte della poetessa, “passò” questa componente, capace di trasformare una parte della sua poesia in motto da calendario, in frase proverbiale. Un aspetto, questo, che potrebbe essere definito in qualche modo l’involucro, la carta luccicante nella quale rimane avvolto come un nocciolo duro la realtà sfuggente, verticale, astratta del suo genio. Una realtà che induce Emily a rifuggire quasi sempre anche dal ricorso grammaticale a forme di coordinazione e di subordinazione.
Come ebbe a scrivere Nadia Fusini,
Emily Dickinson può dunque essere complessivamente definita come un’avventura particolare e irripetibile della lingua inglese, capace di mettere in imbarazzo - in primis - proprio un lettore di madrelingua.
Franco Buffoni

Tale attitudine al “sentimentalismo” fu la prima ad essere colta dal pubblico della Nuova Inghilterra. Con la prima edizione a stampa, dopo la morte della poetessa, “passò” questa componente, capace di trasformare una parte della sua poesia in motto da calendario, in frase proverbiale. Un aspetto, questo, che potrebbe essere definito in qualche modo l’involucro, la carta luccicante nella quale rimane avvolto come un nocciolo duro la realtà sfuggente, verticale, astratta del suo genio. Una realtà che induce Emily a rifuggire quasi sempre anche dal ricorso grammaticale a forme di coordinazione e di subordinazione.
Come ebbe a scrivere Nadia Fusini,
“la lingua della Dickinson è compressa, contratta, lacunare, procede from blank to blank”.Proprio il procedimento da spazio bianco a spazio bianco la rende evanescente e infinitamente interpretabile, la rende unica. In pratica, con Dickinson, ci si trova quasi sempre ad avere a che fare con con una mancanza “centrale”. Una mancanza che la stessa Dickinson definì “ellittica”. E se ellittico è in genere il suo procedimento verbale, la figura geometrica dell’ellissi non può che essere il marchio distintivo della sua opera e della sua vis creativa.
Emily Dickinson può dunque essere complessivamente definita come un’avventura particolare e irripetibile della lingua inglese, capace di mettere in imbarazzo - in primis - proprio un lettore di madrelingua.
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Traduzione
Traduzione
scriveva il grande poeta romantico John Keats circa la funzione del “poeta”, l’essenza della sua
“missione”. Una definizione adattissima per Emily Dickinson, solo sostituendo al termine
“leone” - troppo prosaico, animalesco, terreno - il termine “vertigine”, per esempio, o
“voragine”. E qui una lettura di tipo psicanalitico avrebbe ovviamente buon gioco. Il poeta
vede il fondo della voragine e si ritrae inorridito, prova un terribile senso di vertigine e...
cerca di comunicarlo, di tradurlo ai suoi lettori.
Ma come funziona questo gioco se i lettori non ci sono? Se le 1700 poesie vengono scritte come una sorta di diario personale in versi, persino sul retro di buste di carta da lettere già usata, o sulla nota di un negoziante, e soprattutto senza alcun progetto editoriale né prossimo né remoto? Solo oggi noi possiamo permetterci di leggere queste 1700 poesie in sequenza, mentre nemmeno Emily - allora - era in grado di farlo. Questa constatazione inevitabilmente pone un ulteriore problema di tipo traduttologico. Come si deve porre un traduttore rispetto a poesie non pensate altrimenti che per restare inedite?
Un problema in più, rispetto a quello già non indifferente, che vede il testo “originale” bloccato in una sorta di atemporalità. Mentre la lingua della traduzione - meglio: delle traduzioni - è una lingua del tempo e nel tempo, che inevitabilmente porta con sé il concetto di “ritraduzione”, in vista di un continuo adeguamento della “traduzione” all’evoluzione della lingua cosiddetta di “arrivo”.
Proprio per questo troviamo affascinante la teoria dello studioso tedesco Friedmar Apel, che parla di “movimento del linguaggio nel tempo” anche per il testo cosiddetto di “partenza”. Perché è vero che il testo che stiamo traducendo è stato scritto “allora”, ma è innegabile che - pur con tutti gli sforzi di contestualizzazione – noi lo si sta leggendo e interpretando “oggi”. In questa ottica Emily scrive per noi oggi.
Franco Buffoni

“Egli ha udito il ruggito del leone,
e sa tradurlo nel linguaggio degli uomini”
John Keats
Ma come funziona questo gioco se i lettori non ci sono? Se le 1700 poesie vengono scritte come una sorta di diario personale in versi, persino sul retro di buste di carta da lettere già usata, o sulla nota di un negoziante, e soprattutto senza alcun progetto editoriale né prossimo né remoto? Solo oggi noi possiamo permetterci di leggere queste 1700 poesie in sequenza, mentre nemmeno Emily - allora - era in grado di farlo. Questa constatazione inevitabilmente pone un ulteriore problema di tipo traduttologico. Come si deve porre un traduttore rispetto a poesie non pensate altrimenti che per restare inedite?
Un problema in più, rispetto a quello già non indifferente, che vede il testo “originale” bloccato in una sorta di atemporalità. Mentre la lingua della traduzione - meglio: delle traduzioni - è una lingua del tempo e nel tempo, che inevitabilmente porta con sé il concetto di “ritraduzione”, in vista di un continuo adeguamento della “traduzione” all’evoluzione della lingua cosiddetta di “arrivo”.
Proprio per questo troviamo affascinante la teoria dello studioso tedesco Friedmar Apel, che parla di “movimento del linguaggio nel tempo” anche per il testo cosiddetto di “partenza”. Perché è vero che il testo che stiamo traducendo è stato scritto “allora”, ma è innegabile che - pur con tutti gli sforzi di contestualizzazione – noi lo si sta leggendo e interpretando “oggi”. In questa ottica Emily scrive per noi oggi.
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Libro
Libro
E’ stilnovistico questo splendido aforisma di Emily Dickinson, capace da solo di rivelarci il
grande segreto della poetessa. Leggere, per lei, significava veramente viaggiare, e la sua
stanza diventava il mondo, l’universo.
Ciò che la fantasia, ispirata da un libro, sapeva costruire valeva incommensurabilmente di più di piroscafi e di sbarchi, di calessi e ferrovie. La realtà che i mezzi di trasporto e di locomozione riuscivano a rivelare era infinitesimale rispetto a quella che un libro era in grado dischiudere. E poi i trasporti erano violenti e faticosi; soprattutto mettevano alla prova la tenuta dell’involucro corporeo nel mondo esterno. Una tenuta piuttosto fragile per Emily. Il libro apriva invece ogni via di fuga ed era discreto: non imprecava come un carrettiere, non maleodorava come una carrozza ferroviaria, non traspirava, non emetteva fetori, non induceva sgradevoli sensazioni di calura o di gelo. E permetteva di viaggiare più velocemente di qualsiasi mezzo “terreno”. Solo il volo di un grande uccello libero era paragonabile al libro. E la fantasia di Emily si librava come e più di un immenso uccello libero.
anzi quelli non erano preoccupanti, dato il carattere schivo e riservato di Emily. Dai libri potevano, più pericolosamente, venire turbamenti alla fede pura nell’unico Libro. La Nuova Inghilterra, dove i Dickinson vivevano, grazie alle parole stampate, non era impermeabile a quanto avveniva aldilà dell’oceano: e dalla vecchia Inghilterra giungevano messaggi poco rassicuranti per l’establishment. Socialmente si stava realizzando un pericoloso compromesso, definito “vittoriano”, ma ancor più pericolosamente la parola stampata portava istanze di sovvertimento: il mondo non era vecchio di soli 4000 anni: i geologi smentivano i calcoli dei teologi sulla genealogia di Adamo; peggio ancora, si metteva in dubbio la presenza provvidenziale nel mondo. Troppo, troppo per un uomo dabbene e per pudiche fanciulle.
Franco Buffoni

“Nessun vascello c'è che, come un libro,
possa portarci in contrade lontane”
Emily Dickinson
Ciò che la fantasia, ispirata da un libro, sapeva costruire valeva incommensurabilmente di più di piroscafi e di sbarchi, di calessi e ferrovie. La realtà che i mezzi di trasporto e di locomozione riuscivano a rivelare era infinitesimale rispetto a quella che un libro era in grado dischiudere. E poi i trasporti erano violenti e faticosi; soprattutto mettevano alla prova la tenuta dell’involucro corporeo nel mondo esterno. Una tenuta piuttosto fragile per Emily. Il libro apriva invece ogni via di fuga ed era discreto: non imprecava come un carrettiere, non maleodorava come una carrozza ferroviaria, non traspirava, non emetteva fetori, non induceva sgradevoli sensazioni di calura o di gelo. E permetteva di viaggiare più velocemente di qualsiasi mezzo “terreno”. Solo il volo di un grande uccello libero era paragonabile al libro. E la fantasia di Emily si librava come e più di un immenso uccello libero.
“Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di che cosa si faccia in casa”scrisse Emily in una delle sue “riflessioni” apparentemente svagate; in realtà taglienti come lame e capaci di rivelare la consistenza del suo mondo famigliare ben più di una indagine sociologica. La riflessione infatti così procede:
“Mio padre mi compra molti libri, ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.Il padre, ricco e colto avvocato, adorava questa figlia intelligente e sensibilissima, e voleva che fosse felice. Se i libri la rendevano felice, Mr Dickinson le comprava dei libri. Ma Mr Dickinson era anche un uomo del suo tempo: vi erano tanti pericoli nel mondo, che attraverso i libri potevano turbare la mente di una fanciulla. Non solo pensieri d’amore:
anzi quelli non erano preoccupanti, dato il carattere schivo e riservato di Emily. Dai libri potevano, più pericolosamente, venire turbamenti alla fede pura nell’unico Libro. La Nuova Inghilterra, dove i Dickinson vivevano, grazie alle parole stampate, non era impermeabile a quanto avveniva aldilà dell’oceano: e dalla vecchia Inghilterra giungevano messaggi poco rassicuranti per l’establishment. Socialmente si stava realizzando un pericoloso compromesso, definito “vittoriano”, ma ancor più pericolosamente la parola stampata portava istanze di sovvertimento: il mondo non era vecchio di soli 4000 anni: i geologi smentivano i calcoli dei teologi sulla genealogia di Adamo; peggio ancora, si metteva in dubbio la presenza provvidenziale nel mondo. Troppo, troppo per un uomo dabbene e per pudiche fanciulle.
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Franco Buffoni racconta Emily Dickinson: Amore
Amore
In questo celebre aforisma di Emily
Dickinson può dirsi condensato il suo pensiero profondo sul sentimento-principe.
Sentimento per definire il quale gli antichi greci usavano due termini: eros e agape, l’amore
provvisto di carica erotica distinto dall’amore-donazione.
Per la vita appartata, riservata e schiva che condusse; per l’afflato biblico o comunque religioso che sempre la pervase, si potrebbe supporre che soltanto il secondo ambito, quello dell’agape, sia stato di pertinenza dickinsoniana. E che all’ambito dell’eros la poetessa si sia più o meno volontariamente sempre sottratta. Sarebbe un grossolano errore. Proprio perché l’eros non venne “agito” nella vita di solitudine e di autoreclusione che Emily condusse, un erotismo fecondo, un erotismo da Cantico dei cantici prorompe dai suoi versi, attanagliando il lettore attento, quasi stordendolo.
Franco Buffoni
Che l'Amore sia tutto quel che c'è
È tutto ciò che sappiamo dell'Amore,
È abbastanza, il carico dev'essere
Proporzionato al solco.
Emily Dickinson

“Che l’amore sia tutto,
è ciò che sappiamo dell’amore”.
Emily Dickinson
Per la vita appartata, riservata e schiva che condusse; per l’afflato biblico o comunque religioso che sempre la pervase, si potrebbe supporre che soltanto il secondo ambito, quello dell’agape, sia stato di pertinenza dickinsoniana. E che all’ambito dell’eros la poetessa si sia più o meno volontariamente sempre sottratta. Sarebbe un grossolano errore. Proprio perché l’eros non venne “agito” nella vita di solitudine e di autoreclusione che Emily condusse, un erotismo fecondo, un erotismo da Cantico dei cantici prorompe dai suoi versi, attanagliando il lettore attento, quasi stordendolo.
“Prima di amare,scrisse ancora la poetessa. Oltre ai famigliari, chi amò - dunque - Emily? E’ la domanda che ingenuamente qualcuno potrebbe porre. Magari evocando un certo professore, un reverendo col quale Emily ebbe un intenso rapporto epistolare. Oppure safficamente alludendo a una fanciulla, che faceva parte della cerchia allargata della famiglia, segreto oggetto di palpiti amorosi. Possiamo replicare che appurare quale sia stata la persona “reale” (posto che sia mai esistita) non ha alcuna importanza? E che la grandezza dei versi ispirati all’amore e dall’amore in Dickinson abbaglia ancora di più se il dettaglio biografico rimane nell’ombra?
non ho mai vissuto pienamente”,
Emily Dickinson
Franco Buffoni
Che l'Amore sia tutto quel che c'è
È tutto ciò che sappiamo dell'Amore,
È abbastanza, il carico dev'essere
Proporzionato al solco.
Emily Dickinson

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Di' tutta la verità ma dilla obliqua
Di' tutta la verità ma dilla obliqua
Di' tutta la verità ma dilla obliqua -
Il successo sta in un Circuito
Troppo brillante per la nostra malferma Delizia
La superba sorpresa della Verità
Come un Fulmine ai Bambini chiarito
Con tenere spiegazioni
La Verità deve abbagliare gradualmente
O tutti sarebbero ciechi
Tell all the truth but tell it slant -
Success in Circuit lies
Too bright for our infirm Delight
The Truth's superb surprise
As Lightning to the Children eased
With explanation kind
The Truth must dazzle gradually
Or every man be blind -
Emily Dickinson
Estasi in Emily Dickinson
La pulsione all’espressione dell’estasi, per Emily, confliggeva dunque costantemente con la scelta delle parole con cui esprimerla. Da qui la necessità di ridurre le parole al minimo, di lasciare parlare gli spazi bianchi: appunto, i famosi blanks, la barre ecc. Un procedimento questo che può essere ben sintetizzato da due aggettivi tipicamente dickinsoniani: scant e slant.
Il primo significa “secco”, “aspro” e si attaglia in modo particolare a definire la lingua poetica di Emily: la sua via alla descrizione dell’estasi è costruita sul linguaggio della secchezza, dell’asperità, dell’economia puritana e laconica della comunicazione.
“Tell all the truth, but tell it slant”scriveva Emily Dickinson: cerca di raccontare tutta la verità, di dirla fino in fondo, ma dilla in modo obliquo, dilla “obliqua”. Se la dici chiaramente puoi offendere o uccidere. Come il sole a mezzogiorno, troppa luce può accecare, piuttosto che illuminare. In una notte di luna si vede meglio che non con il sole allo zenit.
Di' tutta la verità ma dilla obliqua
Ecco allora la necessità vitale dello slant, che in altri termini potrebbe essere tradotto con la necessità di modulare il grido. Il grido, estatico o di gioia, di orrore o di misericordia, se giunge disarticolato e animale non produce effetti di comprensione, ma solo di terrore o di furore. Per essere efficaci occorre imparare a modularlo. E questa ricerca dell’estasi in primo luogo linguistica, è ciò che fece, per tutta la vita, con la sua poesia, Emily Dickinson.
Franco Buffoni

Franco Buffoni racconta Emily Dickinson
Iscriviti a:
Post (Atom)