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mercoledì 30 marzo 2016

poesie al femminile

Poesia delle donne



poesia femmina








11 poesie erotiche tradotte da Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti








poesie erotiche femminili
in lingua inglese


venerdì 4 marzo 2016

amami

Poesia femmina

AMAMI
 
Mi trasporto in punta di piedi
mi trasporto nel galoppo della mia vista.
Mi avvolgo nelle fasce della mia pelle.
Mi abbraccio desiderandomi.
Benedico il mio flusso, lo zampillare che da me proviene.
Mi cullo sul mio seno.
Alle mani germoglianti infilo i guanti della poesia.
 
Reclamo la rivelazione,
le mie incisioni sono su pietra.
La mia immagine reca acqua alla sete
ed esche alla rete dei pescatori.
Trascorro i rintocchi delle campane della sera
scolpendo.
Dormo nella mia stessa ombra.
Indosso la mia natura beduina
quando sono stanca.
Entro in un giardino
che non mi istiga contro me stessa.
Amo la mia anima impossibile,
quella i cui piedi
sono ignoti alla terra.
 
[Amal Musa (1971) Tunisia]

giovedì 3 marzo 2016

mercoledì 2 marzo 2016

Il desiderio divampa in me


Maram al-Masri


3
Il desiderio divampa in me
i miei occhi scintillano
infilo le buone maniere nel cassetto più vicino,
divento Satana
bendando gli occhi ai miei angeli
solo per un bacio.

Maram al-Masri



martedì 1 marzo 2016

Amami

Poesia femmina
Joumana Haddad


Amami

Mi trasporto in punta di piedi
mi trasporto nel galoppo della mia vista.
Mi avvolgo nelle fasce della mia pelle.
Mi abbraccio desiderandomi.
Benedico il mio flusso, lo zampillare che da me proviene.
Mi cullo sul mio seno.
Alle mani germoglianti infilo i guanti della poesia. Reclamo la rivelazione,
le mie incisioni sono su pietra.
La mia immagine reca acqua alla sete
ed esche alla rete dei pescatori.
Trascorro i rintocchi delle campane della sera
scolpendo.
Dormo nella mia stessa ombra.
Indosso la mia natura beduina
quando sono stanca.
Entro in un giardino
che non mi istiga contro me stessa.
Amo la mia anima impossibile,
quella i cui piedi
sono ignoti alla terra.

Joumana Haddad



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Che follia


Maram al-Masri


2
Che follia!
Il mio cuore ogni volta che sente bussare
apre la porta.

Maram al-Masri


lunedì 29 febbraio 2016

Sono la ladra dei dolci



Maram al-Masri


1
Sono la ladra dei dolci
esposti nel tuo negozio
le mie dita sono appiccicaticce
e non sono riuscita
a metterne uno solo
in bocca.

Maram al-Masri

domenica 28 febbraio 2016

le donne come me



Maram al-Masri
Le donne come me

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola rimane loro di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà…

Maram al-Masri




Maram al-Masri vive esule a Parigi dal 1982, non ‘ben vista’ dal regime di Assad. Ha pubblicato nel 1984 a Damasco il primo libro dal titolo “Ti minaccio con una colomba bianca”, seguito da “Ciliegia rossa su piastrelle bianche”, pubblicato a Tunisi, cui seguono vari volumi: “Ti guardo”, pubblicato a Beirut nel 2000, tradotto in vari paesi e pubblicato in italiano da Multimedia Edizioni che ha tradotto nel 2011 con il titolo “Anime scalze” anche il quarto volume “Les âmes aux pieds nus”, pubblicato in Francia. L’ultimo libro è “Arriva nuda la libertà” tradotto dall’arabo. In particolare sugli ultimi due ultimi libri, ispirati, rispettivamente, da storie vere di violenza sulle donne e dalla rivolta in Siria contro la dittatura di Assad, sarà incentrato l’incontro. L’autrice nella autoprefazione ad “Anime scalze” si è detta “incredibilmente sorpresa” quando in Francia un’allieva, sentendo le parole della poesia “Una donna come me” di Maram, “è riuscita a parlare della violenza subita”. Così nella presentazione del secondo libro la poetessa indica numeri che parlano da soli e che sono oggi in tragico aumento: “Fino a questo giorno di marzo 2014 ci sono stati più di 250.000 vittime e 8 milioni di profughi. Difficile menzionare tutti i nomi benché avrei voglia di scrivere i loro nomi su ogni pagina. Ci sono i civili, e non dimentico i soldati dell’esercito regolare anch’essi intrappolati in questa violenza. Soprattutto non dimenticare nessuno”. Una poesia quella di Maram al-Mrasi che non dimentica e che è in qualche modo utile se serve a farci riflettere su atrocità cui sembriamo da tempo esserci, indifferentemente, abituati fino a quando non ci toccano da vicino.

lunedì 15 febbraio 2016

Geologia dell’io

Poesia femmina

Joumana Haddad

Geologia dell’io

Io sono il sesto giorno di dicembre del 1970.
Sono l´ora poco dopo le dodici.
Sono le urla di mia madre che mi dà vita,
le sue urla che le danno vita.
Il suo grembo che mi lascia affiorare,
il suo sudore che realizza la mia probabilità.
Sono lo schiaffo del medico che mi rianimò.
(Ogni schiaffo successivo che provò a rianimarmi, mi distrusse.)
Sono gli occhi della famiglia su di me,
gli sguardi del padre, del nonno, delle zie.
Sono tutti i loro possibili scenari,
sono i sipari aperti, i sipari celati
e le mura che dietro di essi, verranno,
e sono colei che non ha nome, e non ha mano per ciò che verrà.
Sono le aspettative, i sogni falliti,
i vuoti sospesi al mio collo come amuleti.
Sono lo stretto cappotto rosso che mi faceva piangere,
e ogni costrizione che mi fa piangere ancora.
Sono la bambola dai capelli scuri e gli occhi di plastica,
sono quella bambola respinta che rifiutai di cullare,
ignorata, ancora sanguinante alla nuca
(due gocce nei giorni feriali e tre in quelli di riposo e di vacanza).
Sono il triste buco nelle calze della mia maestra
che continua a guardarmi come il rimprovero di Abele nella mia anima,
raccontandomi la sua povertà e la mia impotenza,
lo sfinimento della mia pazienza e il terrore della sua disperazione.
Sono le tabelline che non ho imparato finora,
sono il due che si somma a uno, sempre a uno.
Sono la teoria delle linee curve che non si uniscono mai,
e sono le loro applicazioni.
Sono il mio odio della storia, dell´algebra e della fisica.
Sono il mio credere, da bambina, che la terra girasse intorno al mio cuore
e il mio cuore intorno alla luna.
Sono la bugia di Babbo Natale,
a cui credo ancora.
Sono l´astronauta che sognavo di diventare.
Sono le rughe di mia nonna che si è suicidata,
la mia fronte posata sulle sue ginocchia assenti.
Sono il ragazzo (si chiamava Jack?) che mi ha tirato i capelli ed è scappato via.
Sono colui che mi ha fatto piangere, facendomi innamorare ancora di più.
Io
sono il mio gattino,
e la bicicletta del figlio dei vicini che mi ha investito senza che protestassi.
(Ho venduto le anime del mio gattino per uno sguardo da quel bel ragazzo.) Sono il ricatto, il mio vizio inaugurale.
E sono la guerra
il cadavere dell´uomo che i combattenti trascinavano davanti a me,
e la sua gamba strappata che cercava di seguirlo.
Io
sono i libri che ho letto da bambina e che erano inadatti a me
(che ora scrivo e che continuano a essere inadatti).
Sono l´adolescenza del mio seno destro,
e la saggezza del sinistro.
Il potere dei due sotto una maglietta aderente
poi la mia consapevolezza del loro potere: l´inizio della discesa.
Sono la mia noia veloce, la mia prima sigaretta, la mia ostinazione tardiva,
e le stagioni trascorse.
Sono la nipote della bambina che fui,
la sua mancanza della mia rabbia,
le mie delusioni e le mie vittorie,
i miei labirinti e i miei desideri,
le mie bugie e le mie guerre,
le mie cicatrici e i miei giri sbagliati.
Sono la tenerezza che ho a dispetto di me stessa,
sono il mio Dio e la mia avidità,
le mie assenze colmate dai miei morti,
sono i miei morti che non dormono mai,
i miei cadaveri che non dormono mai,
sono i loro ultimi sospiri sul cuscino, a ogni alba.
E io
sono il mio risentimento, il mio contagio,
il mio pericolo,
la mia fuga dalla viltà al peggio.
Sono la mia attesa senza conoscere il tempo
e il mio non capire lo spazio.
Sono il silenzio che ho imparato.
E il silenzio che non ho imparato finora.
La solitudine che, come un insetto, percorre la mia anima.
Sono la nipote della bambina che fui:
la mia mancanza della sua innata indifferenza,
della sua perfezione altruista.
Sono il disastro dell´amore
e avvengo.
Sono il lupo della poesia che mi scorre nel sangue
e sono io che corro scalza con lui,
sono colei che cerca il suo cacciatore
non trovando il suo cacciatore.
Sono le acque spumeggianti della mia lussuria,
la successione delle lingue che irrigano la sua spuma,
e il mio rossetto che anticipa ogni sete.
Sono anche le mie unghie: quello che c´è sotto e quello in cui sprofondano.
Sono la memoria delle loro ferite,
la memoria della loro rabbia,
la memoria della loro debolezza,
la memoria della loro forza, oltre ogni prova,
e sono i pezzetti di carne strappati dalle spalle degli uomini nei momenti di estasi.
Sono i miei denti
le mie cosce delicate
i miei desideri osceni.
Sono i miei peccati, e quanto li amo,
sono i miei peccati, e quanto mi assomigliano.
Sono la mia amica che mi ha tradito…
e per questo la ringrazio.
Sono la mia spina dorsale che urla in faccia ai traditori.
Sono i miei occhi che cercano l´oscurità che mi appartiene.
Sono il mio dolore
il mio dolore, sì.
Sono il mio grido nel pieno della notte
(soppresso al momento opportuno).
Sono quello che mi dicono di non dire
di non sognare
di non pensare
di non osare
di non prendere.
Sono quello che mi dicono di non essere.
Sono quello che nascondo,
quello che non voglio nascondere, ma nascondo lo stesso
quello che voglio nascondere, e non nascondo.
Sono il “dimmi quanto mi ami’
e il “non ti credo’.
Sono la testa connessa al corpo, sconnessa dal corpo.
Sono la mia morte prematura – lo dico senza dramma –
e qualsiasi devastazione lascerò dietro di me.
Sono la follia e l´assenza che mi hanno preceduta.
E le piccole, irrilevanti cose che svelano:
i francobolli, i ritagli di lettere,
i biglietti sotto il vetro della scrivania, il mio sorriso in vecchie foto.
Sono la somma degli uomini che mi hanno amata e che non ho amato.
Sono quelli che ho amato e che non mi hanno amata,
quelli che non ho amato e non mi hanno amata,
quelli che ho immaginato di amare
e quelli che hanno immaginato di non amarmi.
Sono la somma dell´unico uomo che amo.
Sono la sposa la cui immagine piangeva nella foto del suo primo matrimonio (solo l´immagine).
Sono le mie proiezioni, le mie sconfitte, le mie vane vittorie.
Sono la mia salvezza dall´annegamento una volta (se veramente fu salvezza).
Sono la noia di una briciola sul tavolo.
Sono i sette giorni e i secoli che furono necessari a crearmi.
Sono i pesci, gli uccelli e gli alberi
il fumo delle fabbriche,
l´asfalto della strada e il fischio delle bombe,
e sono il vento, i ragni e la polpa della frutta.
Sono ogni vulcano sulla cima di ogni montagna in ogni paese in ogni continente in ogni pianeta.
Sono ogni buco scavato in ogni terra di ogni paese in ogni continente in ogni pianeta.
Sono il secondo che ho impiegato per distruggermi
e tutti i miei corpi
e le strade umide della mia città
e sono chi ero e sono chi avrei potuto essere.

Sono il vestito blu che mia madre non si comprò per pagarmi le tasse della scuola.
Sono la libreria di mio padre, i suoi occhi e il suo cuore petulante.
Sono gli sguardi che non mi sono permessa, le parole che non ho detto e le labbra che non ho baciato
e le tracce che non lascerò dietro di me:
tutte le cose stupide che non ho fatto
tutte le grandi cose che non ho fatto ancora
tutte le partenze da cui non sono tornata.
Io
sono mia figlia che non ho messo al mondo e che potrei
e
la donna che sarò.
Sono quasi quella donna
e sono quasi l´uomo
che non sono diventata completamente
che non voglio diventare
e che mi salva ogni giorno da me stessa.
Sono la donna che non sono adesso,
tutte le cose e le persone che ero ieri,
che sarò domani,
e che compongono
scompongono
e ricompongono me.
 
Joumana Haddad
(Traduzione di Oriana Capezio)


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lunedì 8 febbraio 2016

Ascolto i tuoi sogni

Poesia femmina

Ascolto i tuoi sogni Ascolto i tuoi sogni come se navigassi un fiume i tuoi occhi seguiranno allo steso tempo la superficie dell’acqua e i suoi tremolii più segreti. Guardo da questo settimo piano la città che inizia a infiammarsi e una ferocia da lupo mi assalta: ho un corpo e ha una fine. Claudia Hernández de Valle-Arizpe (Messico)

venerdì 5 febbraio 2016

Nudo di donna in piedi

Poesia femmina

Nudo di donna in piedi Sei ore così per pochi franchi. Pancia capezzoli culo alla luce della finestra, mi succhia il colore. Un po’ più a destra, Madame. E cerca di stare ferma. Sarò rappresentata analiticamente e starò appesa in grandi musei. I borghesi andranno in solluchero di fronte a una tale immagine di puttana di strada. La chiamano Arte. Forse. Lui si preoccupa di volume, spazio. Io del prossimo pasto. Stai dimagrendo, Madame, non va bene. I miei seni pendono un po’ verso il basso, lo studio è freddo. Nelle foglie del tè posso vedere la regina d’Inghilterra che fissa le mie forme. Magnifiche, mormora, andando avanti. Mi fa ridere. Si chiama Georges. Mi dicono che è un genio. Ci sono volte in cui non si concentra e si irrigidisce in cerca del mio calore. Mi possiede sulla tela mentre intinge il pennello ripetutamente nel colore. Bello mio, non puoi permetterti le arti che vendo. Tutti e due poveri, ci guadagniamo da vivere come possiamo. Gli chiedo. Perché lo fai? Perché devo. Non c’è scelta. Non parlare. Il mio sorriso lo confonde. Questi artisti si prendono troppo sul serio. Di notte mi riempio di vino e vado in giro nei bar a ballare. Quando è finito me lo mostra con orgoglio, si accende una sigaretta. Dico dodici franchi e prendo lo scialle. Non mi somiglia. Carol Ann Duffy (traduzione di Anna Maria Robustelli)



mercoledì 3 febbraio 2016

amore interrotto

Poesia femmina

Amore interrotto Sono del tutto indifesa Ti stai muovendo su di me come se fosse un convegno e sto pensando che il sogno di avere un giorno un figlio da te è nato nella città che Cervantes chiamava casa che tu mai lascerai tua moglie E questo appartamento che abbiamo usato per i nostri piccolo incontri è improvvisamente sordido e tu sei davvero come amante non proprio comunicativo Anche questo incontro non era programmato per finire col sesso ed è anche sbagliato il periodo del mese e adesso sputi fuori un pianto strozzato come se non volessi che il tuo piacere sia noto ed io grido che cosa hai fatto e tu lentamente ti giri verso di me sorpreso che io abbia una voce e dici Scusa stavo pensando ad altre cose. Karen Alkalay Gut

martedì 2 febbraio 2016

La ladra

Poesia femmina

La ladra Che dire quando il tuo uomo siede a terra in tuta, con l'ultimo progetto dispiegato davanti come un piccolo mondo, piantine e foto, diagrammi e mappe, tutto quello che spera di innalzare, inventare o creare, e tu in lui credi come hai sempre fatto, perfino dopo che posi in terra il tuo caffè e vai verso di lui, nel posto dove siede dimentico di te, e si concentra in un quadrato di sole — cammini sui righelli e la carta azzurra dei diagrammi per accovacciartigli dietro e lui lo nota appena, benché tu stia ancora in vestaglia e questa cada giù, aprendosi un po' mentre arrivi a circondargli il petto, avverti la ruota rosata dei capezzoli, il battito lento del suo cuore, con l'orecchio contro la sua schiena ad ascoltare, e tu sei lacerata, non volendo interrompergli il lavoro ma incapace di trattenere le dita dal tuffarsi nella trincea dei suoi calzoni, di nuovo squarciata dalla tenerezza al modo in cui la carne senza volerlo gli cresce verso il tuo palmo piegato, verso la luce, quasi tu l'avessi piantata, questa dolce radice, la tua bocca già un'eco della sua forma — ti sfugge la lingua nel suo orecchio e il tuo richiamo udito lo distoglie dal suo lavoro, dalle linee ad angolo dei suoi pensieri, fin dentro al luogo senza forma dove sei costretta a condurlo, sopra i ponti di osso, oltre confini di pelle, e gli ti arrampichi sopra dentro al mondo del corpo, al suo labirinto di scale a gradini e a pioli — e tu lo ami, con dosi uguali di aspettativa, timore e stupore, portandolo con te dentro la morbida geometria della carne, dentro la terra prima dei suoi marciapiedi e città, delle sue guglie scintillanti, riportandolo via dal mondo che ama dentro quest'altro mondo che non può edificare senza te. Dorianne Laux Traduzione di Fiorenza Mormile

lunedì 1 febbraio 2016

Il sonetto della vagina

Poesia femmina

Il sonetto della vagina II termine "vagina" va bene per essere usato in un sonetto? Non credo. "Vagina è brutto." Mi ha detto un famoso poeta. Intendeva, naturalmente, il suono. Nelle poesie. Frattanto inserisce spesso il suo pene nei versi, chiamandolo, seriamente, "II mio Pene". È corto, lo so, e dignitoso. Intendo naturalmente il suono. Nelle poesie. Tutta questa faccenda è infelice, ma di poco conto, come il mio rifiuto per i pro-memoria del Dipartimento di Inglese intestati "Signore/Signora/Signorina" - solo una lisca di pesce nella gola della rivoluzione - un inutile rovello - preoccuparsi della questione minore del buon nome della mia fica. Joan Larkin Trad. Anna Maria Robustelli

domenica 31 gennaio 2016

Per donne forti

Poesia femmina

Per donne forti Una donna forte è quella che tira la corda. Una donna forte è una donna che sta in punta di piedi a sollevare pesi mentre cerca di intonare il Boris Godunov. Una donna forte è una donna intenta a svuotare il pozzo nero degli anni, e mentre spala racconta di come non le importa di piangere, il pianto stura i dotti lacrimali, e vomitare sviluppa gli addominali, e continua a spalare tirando su dal naso. Una donna forte è una donna nella cui mente una voce ripete, te l’avevo detto, brutta cattiva, puttana, musona, strillona, strega, rompipalle, nessuno ricambierà mai il tuo amore, perché non sei femminile, perché non sei dolce, perché non stai zitta, perché non sei morta? Una donna forte è una donna determinata a fare qualcosa che altri sono determinati a non farle fare. Cerca di sollevare il coperchio di piombo di una cassa da morto. Cerca di alzare con la testa un tombino. Prova a sfondare a testate una parete d’acciaio. La testa le fa male. Chi aspetta che il buco sia fatto dice, più in fretta, sei così forte. Una donna forte è una donna che sanguina dentro. Una donna forte è una donna che si fa forte ogni mattina, mentre i denti s’allentano e la schiena duole. Ogni bambino, un dente, sentenziavano le levatrici, ed ora ogni battaglia una ferita. Una donna forte è un mucchio di cicatrici che fanno male quando piove e di ferite che sanguinano quando le urti e di memorie che si svegliano di notte e marciano avanti e indietro. Una donna forte è una donna che ha bisogno assoluto d’amore come d’ossigeno oppure diventa cianotica. Una donna forte è una donna che ama fortemente e piange fortemente e fortemente è terrorizzata e ha forti desideri. Una donna forte è forte in parole, opere, relazioni, sentimenti, non è forte come una roccia ma come una lupa che allatta i suoi piccoli. La forza non è in lei, ma lei la mette in moto come il vento che gonfia una vela. Ciò che le dà sollievo è che gli altri la amino ugualmente per la sua forza e la debolezza da cui sgorga, lampo da una nuvola. Il lampo abbaglia. Nella pioggia, si sciolgono le nuvole. Solo l’acqua delle relazioni rimane, e ci attraversa. Forti ci facciamo l’una con l’altra. Finché non saremo forti tutte assieme una donna forte è una donna fortemente spaventata. Marge Piercy trad Loredana Magazzeni

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