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venerdì 29 marzo 2019

Infedeltà


Gioconda Belli



Non si odono suoni oltre a quello delle loro lingue, al ritmo del loro respiro e delle loro palpitazioni, le bocche come molluschi affamati. Ernesto fa scivolare la mano lungo la schiena di lei, accarezza la curva delle natiche, solleva la gonna dell'abito beige, il tessuto morbido. Emma indossa un completino intimo molto succinto e così lui sente subito la pelle e con mani ansiose, avide, la tocca dappertutto.
 
Anche lei gli accarezza la schiena, il collo, le orecchie, presa da un impulso di passione ma al contempo di tenerezza, la sapienza di una donna che si abbandona ma che vuole anche prolungare il momento, fare in modo che il suo corpo parli, che racconti a Ernesto quant ha desiderato morderlo, come abbia immaginato di posare le labbra sulla sua pelle quando invece baciava Fernando. Pensare a suo marito non la fa sentire in colpa. Non le importa. Lei è qui. Vuole sentire e lasciare che ogni centimetro della sua pelle provi piacere. In questo istante lei è solo il suo corpo il suo corpo intero, pronto a smettere di essere suo per essere condiviso.
 
Ernesto le infila la lingua in bocca. La bocca di lei è fresca, leggermente salata, la saliva densa. Il corpo che sta esplorando è caldo, e con la mano lo accarezza senza indugio, percorrendo la curva perfetta delle natiche tonde, sode. Ha fretta di conoscerla tutta, di scoprirla, di guardarla nuda, distesa, di morderle i piedi, ogni dito piccolo e perfetto.
 
Quando si fa l'amore, la coscienza non si ferma. Il pensiero divaga, la ménte produce immagini. Emma vibra dalla testa ai piedi e si domanda come abbia fatto questa donna così pervasa da fluide detonazioni a vivere tranquilla dentro di lei. Dai talloni su per le gambe, dalla vagina e dal ventre, come un faro che si accende all'improvviso, parte una serie di impulsi così intensi da essere dolorosi, come se certe zone del suo corpo che non aveva mai usato a un tratto respirassero. Non apre gli occhi perché un'altra parte di lei è intimorita, prova vergogna per questa metamorfosi che la fa gemere, anelare disperatamente che Ernesto si distenda su di lei, che la prenda e la tocchi e la penetri e le faccia tutto quello che gli passa per la testa.
 
Ernesto, invece, la guarda, e guardarla è ciò che lo fa eccitare, perché anche se lei tace, il suo corpo nudo, morbido e rilassato, la pelle liscia, abbandonata, in palpitante attesa, gli rivela tutto il desiderio accumulato e trattenuto durante i lunghi pomeriggi trascorsi a chiacchierare in falegnameria, i pranzi insieme, i caffè, il vento che entrava dalla porta del patio, il silenzio mentre guardavano insieme il tramonto. Il viso di Emma, spigoloso, gli zigomi alti, è un po' pallido, ma il petto è arrossato e i seni, appena rilassati - quelli di una donna che ha allattato - hanno i capezzoli spavaldamente eretti, come pezzetti di legno perfettamente rotondi e duri.
 
Lui non ha nessuna paura. Muore dalla voglia di darle ciò che vuole, di mostrarle forza, virilità, di farla godere come non ha mai goduto in vita sua. Evitando l'abbraccio di lei, che cerca istintivamente di nascondere la sua nudità, Ernesto la fa adagiare sul letto. Poi le apre le braccia, trattenendole, mentre osserva il corpo di lei che si prepara ad assecondarlo, aprendo le gambe per accoglierlo in quel punto che palpita come vi sia disceso il cuore, quel punto che Ernesto accarezza sentendo il brivido che la scuote appena lui lo sfiora, quel punto remoto che infine esplora lentamente con la lingua fino a trovare il clitoride.

Gioconda Belli,
L'intenso calore della luna -


venerdì 18 maggio 2018

la sensazione dei suoi pantaloni bagnati sul ginocchio




Entrando nella stanza Nino notò che la mamma e lo zio stavano con le ginocchia unite anzi lo zio teneva le ginocchia della mamma fra le sue e una mano sulla gamba di lei. Chissà quante altre volte erano stati in atteggiamenti simili davanti al ragazzo; infatti non si mossero. Ma Nino si accorse per la prima volta in vita sua che quel gesto era molto intimo. Fece finta di non guardarli nemmeno e si avviò verso la sua stanza ma con la coda dell'occhio vide che lo zio stava accarezzando la gamba della mamma con un movimento lento soffermandosi ogni tanto per stringerla. ercole patti
 
Nino non si muoveva, sentiva la coscia calda della zia gravare su di lui e ad ogni risata di lei ne avvertiva l'eco e il tremito sulla propria gamba provando a quel contatto fortuito una sensazione piacevole. Ad un certo punto la zia si spostò ancora fino a fare incastrare il ginocchio del ragazzo in mezzo alle proprie gambe. Nino sentí sprofondare il ginocchio fra le cosce di lei che si schiudevano e di tanto in tanto si stringevano in un movimento che sembrava casuale. Parlando la zia si piegava in avanti fino a mettersi quasi a cavalcioni e a stringere il ginocchio del ragazzo; e Nino avvertiva che lei si muoveva su e giù fino a fargli sentire il calore umido dell'inguine attraverso i leggeri pantaloni che gli coprivano il ginocchio.
 
Al ragazzo rimase in mente la sensazione di calore umido sul ginocchio e dei movimenti che la zia faceva forse eccitata da quel contatto. Ripensandoci dopo per giorni e giorni ricostruiva la scena e sempre più si convinceva e forniva prove a se stesso che tutto si era svolto proprio come pensava lui e che la zia si era strofinata di proposito sulla sua gamba fino ad inumidirgli il ginocchio. La cosa lo aveva turbato tanto da fargli trascorrere ore rivivendo la scena nei suoi più piccoli particolari; la figura di quella giovane zia Cettina cosí calda e vogliosa abbandonata sulla sua gamba fino all'estenuazione e la sensazione dei suoi pantaloni bagnati sul ginocchio non lo abbandonò più.
 
Ercole Patti
Un Bellissimo novembre link esterno



giovedì 17 maggio 2018

fin quando strisciarono dove lui voleva




Sola con lei, a quell’ora della notte, con quell’ansito e il viso che smaniava di febbre, mi prese commozione: che per me, per causa mia si fosse ridotta in questo stato, e un sentimento di tenerezza e gratitudine mi spinse a carezzarla: scostai dalla fronte i cernecchi biondi e col fazzoletto le asciugai il sudore, poi sfiorai con un bacio le sue labbra di bambina. Non avevo avvertito i suoi passi: Luigi sulla soglia mi fissava allucinato, uno strano sorriso in volto, estatico, di chi ha visto un miracolo compiersi sotto i suoi occhi. In punta di piedi girò attorno al letto, sedette dall’altra parte, le rimboccò il lenzuolo sulle caviglie, sentivo il cuore martellarmi nel petto, Celestina era nuda dinnanzi a a noi. Con cautela, come si trasporta una bimba addormentata, le dischiuse le cosce per infilarvi il termometro. Allora, improvviso, l’incubo di un’altra notte mi fu in tutto il corpo. Allungai una mano verso il lenzuolo per ricoprirle il ventre, ma lui me la trattenne, adesso non temevo più ciò che avrebbe pronunciato, il suo delirio di parole: temevo solo me stessa, la promessa che mi ero fatta, e questo mi raddoppiava l’orgasmo, le mie dita cedevano nelle sue, liquefatte, fin quando strisciarono dove lui voleva, spegni almeno quella maledetta lampada, nel buio i nostri corpi si muovevano furtivi, la sua mano sostituì la mia, Celestina sobbalzò sgranando gli occhi. Ginocchioni sul letto mi chinai sul suo faccino, tutta la notte l’avrei allattata.
 
Carlo Castellaneta:
Villa di delizia



domenica 6 maggio 2018

Non mi aveva mai baciato così




” Non mi aveva mai baciato così. ma rimanevo completamente freddo, insensibile. La sua bocca mi faceva l’effetto strano e mostruoso di una ventosa. Pesò contro di me, mi spinse, mi gettò sul letto. Continuava a piangere, e a baciarmi sempre con la stessa furia, e intanto diceva:
 
«Tu non mi hai capito mai! Tu non hai capito niente! Io ti amo, amore, ti amo e ti voglio… sei mio, sei il mio sposo, il mio marito!». E cercò con la mano il mio sesso, e poi si inginocchiò sempre più disperata, e cominciò a baciare quello. Adesso voleva offrirmi subito ciò che mi aveva sempre rifiutato.
 
Mario Soldati
La busta arancione



lunedì 23 gennaio 2017

nel giro di pochi minuti scanditi da colpi furiosi

Domenico Starnone

Aveva una memoria vaghissima dei fatti raccontati nella lettera. Il nome stesso della mittente, Mariella Ruiz, non gli diceva niente. La ragazza se la ricordava appena: graziosa, minuta, con occhi grandi e mani sottili, ombra anonima in un cinema vuoto di una città dove in seguito era tornato assai di rado. Probabile che le avesse fatto un po’ di corte, ma senza finalità sessuali, solo per gioco.
 
Lei però a un certo punto, stupendolo, gli aveva preso il cazzo. Oppure no: gli pareva – anche se lei non lo raccontava – di aver cominciato lui baciandola sul collo. O forse, si disse, faccio confusione con altre situazioni, ho ricordi sfaldati, detriti ammucchiati solo intorno a due o tre picchi importanti.
 
Fatto sta che il cazzo per la sorpresa gli si era gonfiato in un lampo. Le ragazze, all’epoca, non facevano quelle cose al primo incontro, o almeno non le aveva fatte Nina. Quando erano ancora adolescenti, c’erano volute settimane per convincerla a prenderglielo in mano, e anche da sposati aspettava sempre che fosse lui a cominciare.
[...]
Il cazzo (che vergogna: Ari sorrise tra sé e sé) gli era esploso come un congegno troppo sensibile. Gambia non aveva mormorato nemmeno scusa, aveva finto di essere molto interessato al film. Una volta tornati nello studio dell’avvocato, l’aveva pregata di tenere d’occhio l’orologio, non voleva perdere il treno. Da quel momento erano successe cose – insignificanti, si badi: in seguito aveva avuto vicende ben piú interessanti – che lei nella lettera non raccontava, chissà perché. Al termine dell’incontro, Ursi s’era offerto di accompagnarlo alla stazione. Ari uscendo aveva fatto finta di dimenticare il suo bagaglio, che era un vecchio sacco di quelli che una volta erano usati dagli studenti per portare i libri. Nemmeno la ragazza era sembrata ricordarsene.
 
Una volta in strada, lui aveva esclamato: ommadonna, avvocato, il mio bagaglio, ed era risalito in fretta facendo le scale a due a due. Aveva bussato, lei gli aveva aperto. Tutto si era svolto in fretta. Le aveva sollevato la gonna, le aveva messo dentro il cazzo con una tale forza, che la ragazza aveva detto ah o chissà cosa, l’alito tiepido. Ma Ari non ci aveva fatto caso, nel giro di pochi minuti scanditi da colpi furiosi s’era sentito di nuovo montare lo sperma e si era tirato via proprio mentre schizzava seme. Ciao, le aveva detto. Aveva afferrato il sacco ed era scappato.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

domenica 22 gennaio 2017

Non hai reagito, hai solo smesso di parlare.

Domenico Starnone

Caro Aristide, tu sicuramente non ti ricordi di me e, devo dire subito, io stessa conservo di te soltanto l’impressione del tuo cazzo mentre mi si faceva duro nella mano. So che questa lettera è inutile ma ho deciso di provarci lo stesso.
[...]
All’epoca lavoravo per l’avvocato Nardino Ursi, gli tenevo in ordine uno schedario dentro cui raccoglieva tutto ciò che compariva su Napoli in riviste e giornali.
[...]
Bene, una mattina è successo che mi ha mandata alla stazione per accogliere un tale che veniva apposta da Napoli a discutere del suo dattiloscritto.
[...]
Mai visto un ragazzo piú brutto. Per di piú ti davi un sacco d’arie, parlavi della tua casa editrice – si chiamava Sillabario, mi pare, o Sillabe o Sillabo – come se fosse Einaudi, Mondadori o Feltrinelli. T’ho portato subito in ufficio, ma l’avvocato era in ritardo. Mi ha telefonato seccatissimo dal tribunale, mi ha detto di occuparmi di te, non sarebbe stato libero prima delle sei. T’ho portato a fare il giro del centro storico, dopo un po’ ti sei rilassato. È stata la prima volta che mi sono accorta che parlare cambia i lineamenti, specialmente se la persona parla con entusiasmo. Forse per questo non mi ricordo niente di te. Ora mi sembravi brutto, ora cosí cosí, a seconda della minore o maggiore energia delle frasi che pronunciavi. Abbiamo preso un toast, un caffè, a poco a poco mi sei diventato simpatico. Non sapevamo che fare e siamo andati al cinema Massimo.
 
Era il primo spettacolo, si proiettava un film con Mastroianni, La decima vittima. Per tutto il tempo, a bassissima voce, hai fatto commenti ironici. Solo sussurri all’orecchio, l’attrazione è cresciuta. Eravamo molto vicini. Mi sono accostata ancora di piú per sentire meglio quello che dicevi e anche perché il tuo respiro era gradevole. Avevi il gomito sul bracciolo e io pensavo: mi sta sentendo i seni, preme il ginocchio contro il mio, come devo reagire. Ero una ragazzina inesperta e non volevo che te ne accorgessi. Ti ho messo la mano su una gamba ridendo per le cose che dicevi, l’ho tenuta lí per qualche attimo, poi sono salita su quasi senza volerlo e t’ho cercato il cazzo. Oltre la stoffa dei pantaloni ho sentito un coso che pareva un rotolino di garza.
 
Non hai reagito, hai solo smesso di parlare. Ci sono rimasta male, ero certa che stavi provando le stesse cose che provavo io, invece no. Non hai parlato piú, fissavi lo schermo, ho fissato lo schermo anch’io. Che faccio, mi sono chiesta. Ho sbottonato due o tre bottoni dei tuoi calzoni, qualcosa si è mosso, mi sono rincuorata. Ti ho infilato la mano nelle mutande. Era grosso adesso, ha continuato a gonfiarsi. M’è piaciuto, devo dire, non il cazzo in sé, ma che ti diventasse duro per merito mio. Ora, ho pensato, farà qualcosa anche lui, mi metterà una mano tra le cosce. Invece hai seguitato a guardare lo schermo. Ti ho stretto forte, volevo che sentissi quanto ero contenta di tenertelo, ma c’è stato solo il tempo per quella stretta affettuosa. Un attimo dopo ho sentito il cazzo sussultare e mi hai bagnato la mano. L’onda del tuo piacere mi ha investita fin dentro la fica. Ho tirato fuori la
 
mano, piano, ho cercato la borsa, mi sono pulita col fazzoletto. Tu ti sei riabbottonato senza una parola, con gesti lenti per non fare rumore, e abbiamo guardato il film. Una volta fuori hai parlato con aria ispirata di com’era bella Ferrara.........

Autobiografia erotica di Aristide Gambia
Domenico Starnone     

giovedì 19 gennaio 2017

Un sogno

Beatriz Altamira

 


Un sogno
 
Stanotte ti ho sognato e stamattina ho cercato di tenere gli occhi chiusi, di non muovermi, di farlo continuare quel sogno.
Non guardare l' ora, non farti prendere dal pensiero delle cose da fare...voglio ancora qualche minuto di magia.
 
Ho in bocca il sapore dolce dei tuoi baci, quello aspro del tuo sesso..sulla mia pelle l' odore del tuo sudore..sì lo sento ancora..mi annuso il braccio..mi lecco le dita..sì sei ancora qui...
Filtra una lama di luce dalle tende...devo alzarmi...nella mano stringo uno slip di pizzo nero...
 
Beatriz Altamira


martedì 1 novembre 2016

Sogno nel sogno - 2

Edna O'Brien

Fatto sta che è nel letto. Andrà per le lunghe, la cosa che vuole. Non oso girarmi a guardarlo. Poi una certa gentilezza nell’abbassare il lenzuolo mi fa capire che potrebbe essere Quello Nuovo. L’uomo che ho conosciuto qualche settimana fa. Non è affatto il mio tipo, con le venuzze rotte sulle guance e i capelli rossi, ma proprio rossi.
 
Eravamo su una pelle di capra. Sollevata da terra però, alta come un letto. Durante l’amore avevo fatto quasi tutto io; seno, mani, bocca, tutto smaniava di soddisfarlo. Mi sentivo sicura, non mi ero mai sentita cosí sicura della validità di quello che facevo.
 
Poi ha cominciato a baciarmi là sotto e sono venuta sulla lingua che mi leccava e avevo la sua testa sotto le natiche e mi sembrava di partorirlo, solo che provavo piacere anziché dolore. Si fidava di me. Eravamo due persone, nel senso che non mi stava sopra, non mi soffocava, non faceva cose che non vedevo. Vedevo. Volendo avrei potuto cacargli su quei capelli rossi. Si fidava di me. Ha trattenuto lo sburro fino all’ultimo.
 
E tutte le cose che avevo amato fino a quel momento, come il vetro o le bugie, gli specchi e le piume, e i bottoni di madreperla, la seta e i salici piangenti, sono passate in secondo piano rispetto a quello che aveva fatto lui. Era steso in modo che potessi vederlo: cosí delicato, cosí magro, con un mucchio di vene azzurre preoccupate lungo i fianchi.
 
Parlargli è stato come parlare con un bambino. La luce nella stanza era un bagliore bianco. Mi aveva ammorbidita e fatta bagnare molto perciò me lo sono messo dentro. È stato rapido, duro, energico, e lui ha detto: «Non sto pensando a te, adesso, a te ci abbiamo già pensato», e io ho detto che aveva ragione e che quella brutalità mi piaceva. Ho detto cosí. Non ero piú un’ipocrita, non ero piú una bugiarda. In precedenza mi aveva rimproverato spesso, aveva detto: «Ci sono parole che fra noi non useremo, parole come: “Scusa”, oppure: “Hai fame?”» Parole che io avevo usato tantissimo. Perciò dal delicato scivolare del copriletto, piú simile a una richiesta, in effetti, penso che potrebbe essere lui, e se è vero voglio affondare giú giú nel pozzo caldo, scuro e sonnolento di questo letto e restarci per sempre, venendo insieme a lui. Ma non guardo per la paura che non sia Lui ma Uno degli Altri.
 
Quando finalmente mi svegliai ero in preda al panico e avevo un bisogno terribile di telefonargli, solo che, anche se non me l’aveva mai davvero vietato, sapevo che gli avrebbe dato molto fastidio

Oggetto d'amore (raccolta)      (Oggetto d'amore racconto )
     Edna O'Brien

Edna O'Brien:

domenica 30 ottobre 2016

Volevo fare tutto e di tutto per lui

Edna O'Brien

Lui disse di avere una leggera vena masochista e che spesso la notte, non riuscendo a dormire a letto, andava in un’altra stanza, si stendeva a terra con un cappotto addosso e si addormentava di schianto. Lo faceva anche da piccolo.
 
L’immagine di quel bimbetto che dormiva in terra mi mosse a enorme compassione e, senza una parola da parte sua, lo portai vicino al tappeto e lo feci stendere.
 
Fu l’unica volta in cui i ruoli si invertirono. Lui non era mio padre. Io diventai sua madre. Morbida e del tutto immune alle paure. Perfino i miei capezzoli, che sono molto suscettibili, non si sottrassero alle sue pretese furiose. Volevo fare tutto e di tutto per lui. Come spesso succede fra amanti, il mio ardore e la mia inventiva stimolarono i suoi. Non ci fermammo davanti a niente.
 
Dopo, commentando l’impresa – com’era sua abitudine –, considerò che era stato il piú intimo dei nostri momenti intimi. Come dargli torto. Quando ci alzammo per vestirci si asciugò le ascelle con la camicetta bianca che portavo prima e mi chiese quale dei miei bei vestiti avrei indossato per la cena. Scelse lui, quello nero. Disse che gli faceva tantissimo piacere sapere che pur cenando con qualcun altro avrei rimuginato su quello che avevamo fatto noi. Una moglie, il lavoro, il mondo potevano anche separarci, ma nel pensiero eravamo legati.
– Ti penserò, – dissi.
– Anch’io.
Non fu nemmeno tanto triste separarci

Oggetto d'amore (raccolta)      (Oggetto d'amore racconto )
     Edna O'Brien

Edna O'Brien:

giovedì 27 ottobre 2016

....lasciava trasparire piú del dovuto

Riletture:
Javier Marias

[...]
La camicia da notte era bianca o écru, di seta, e doveva essere lievemente trasparente oppure, per effetto della luce – una discreta applique del corridoio –, lasciava trasparire piú del dovuto, permettendomi di vederla quasi nuda, ma avvolta da una stoffa leggera, che forse è il modo piú attraente di vedere la nudità di un corpo attraente, perché la visione conserva un che di divinatorio, di clandestino e furtivo. [...]
[...]
o conservo ancora l’immagine di Beatriz Noguera quella notte: riuscii a intravedere – o forse un po’ di piú che intravedere – che sotto quella camicia da notte non c’era niente, neppure quel minimo indumento intimo che molte donne preferiscono tenere addosso anche durante il sonno, forse come protezione scaramantica, forse per non correre il rischio di macchiare le lenzuola con umidori involontari.      Javier Marias


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