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sabato 30 marzo 2019

Ti voglio guardare

Franco Arminio in rete

guardare il sole che ti passa
sulla fronte, le mani
che toccano la rosa sul tappeto


Ti voglio guardare
Ti voglio guardare
mentre hai gli occhi chiusi,
guardare il sole che ti passa
sulla fronte, le mani
che toccano la rosa sul tappeto,
e poi divampare in altri luoghi,
incollare le spalle alla parete,
sentire il tuo profumo mentre mordo
il pane della schiena,
Ti giri, guardo la tua bocca che si scuce.
Ora il tuo si è una sillaba assoluta,
la lingua arriva al sesso e gli fa luce.
Il seme è sui denti,
il mondo è immacolato e leggero.
 
Franco Arminio

giovedì 28 marzo 2019

Salasso

Francesca Dono
Va bene _ Mr Bloom_ lancia una banconota.
In me la prostituta insoddisfatta. Lo prometto.

ascoltarti mentre infierisco

 
il salasso.
La pienezza della vagina davanti ai tuoi duri testicoli.
Dammi l’uccello Mr. Bloom. Volatile l’oscurità.
Mi sciacquo con la tua sega triviale.
Finiamola_ splendido maiale. Riempimi la bocca d’acquasanta.
Più di tutto l’orgasmo per sbavare e fuggire tra i morsi colati.
Va bene _ Mr Bloom_ lancia una banconota.
In me la prostituta insoddisfatta. Lo prometto.
L’oscurità segreta. Il calco intero sul lenzuolo.
Tutto Mr. Bloom.
 
Francesca Dono

domenica 6 maggio 2018

Non mi aveva mai baciato così




” Non mi aveva mai baciato così. ma rimanevo completamente freddo, insensibile. La sua bocca mi faceva l’effetto strano e mostruoso di una ventosa. Pesò contro di me, mi spinse, mi gettò sul letto. Continuava a piangere, e a baciarmi sempre con la stessa furia, e intanto diceva:
 
«Tu non mi hai capito mai! Tu non hai capito niente! Io ti amo, amore, ti amo e ti voglio… sei mio, sei il mio sposo, il mio marito!». E cercò con la mano il mio sesso, e poi si inginocchiò sempre più disperata, e cominciò a baciare quello. Adesso voleva offrirmi subito ciò che mi aveva sempre rifiutato.
 
Mario Soldati
La busta arancione



sabato 22 luglio 2017

non farti illusioni


Non farti illusioni, il fatto che una donna succhi il tuo cazzo non significa che tu abbia qualche potere su di lei e che non stia per lasciarti proprio in quel momento. Devi solo sapere che lei ha succhiato già tanti cazzi e può ancora succhiarne mille di più.
 
Essendo obiettivo, posso dire che il mio cazzo è magnifico, ma non ho mai ottenuto da lui più di quanto i cazzi magnifici riescono a ottenere e non credo che a nessuna ragazza stia mancando il mio cazzo ora.
 
Efraim Medina Reyes [Gli Infedeli Vol. 1 Atto di pudore]


sabato 20 maggio 2017

Le sue labbra sono carine, ma un po' sottili

Javier Marias

«Le ho messo il cazzo in bocca», pensai quando ce lo ebbi messo, e lo pensai con queste parole, perché soltanto queste parole arrivano quando si trasforma in parole o in pensieri ciò che si sta facendo con ciò che definiscono (quando ciò che definiscono sta agendo), ancora di più se quasi non si conosce l'altro corpo e soprattutto se le parole fanno riferimento alle parti del proprio corpo e non a quelle dell'altro, con le quali si è sempre più rispettosi e per le quali si cercano e si usano gli eufemismi e le metafore e i termini neutri. «Le ho messo il cazzo in bocca o lei ci ha messo sopra la bocca, visto che è stata la sua bocca che è venuta a cercarlo. Le ho messo il cazzo in bocca, - pensai, - e non è come altre volte, come tante volte da molto tempo. La bocca di Muriel è adatta a succhiare, come ho notato sin dal primo momento, da quando l'ho baciata, ma non è spaziosa e liquida come quella di Clare Bayes. Le manca saliva e le manca spazio. Le sue labbra sono carine, ma un po' sottili, e sono ferme; o, più che ferme (non lo sono, sento molto il loro movimento), mancano di flessibilità, sono rigide. (Sono come nastri tesi). Mentre ho il cazzo nella sua bocca le vedo i seni, sono bianchi e grandi e con i capezzoli molto scuri, a differenza di quelli di Clare Bayes, che combinano i loro due colori senza stridori, come il passaggio dal colore dell'albicocca a quello della nocciola. Noto sulle mie cosce (che li stringono un po', senza farle male) la compattezza di quei seni bianchi, e, sebbene questa ragazza sia molto giovane, la consistenza è molle, come plastilina nuova e ancora non impastata né indurita dall'uso e dalle impronte del bambino che ci gioca. Io ho giocato molto con la plastilina, ma ignoro se il bambino Eric ci giocasse.

Tutte le anime
Javier Marias     

domenica 7 maggio 2017

Celebration

Leonard Cohen


Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me,
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,



Eros mi scuote
In queste sere
Quando ti inginocchi sotto di me
e nelle tue mani
tieni la mia virilità come uno scettro,
 
Quando avvolgi la lingua
sul gioiello d’ambra
e solleciti la mia benedizione,
Capisco quelle ragazze romane
che danzavano attorno a una verga di pietra
e la baciavano finchè la pietra non era calda.
 
Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me,
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,
 
Inginocchiati finchè non mi rovescio sulle tue spalle
con un rantolo, come quegli dei sul tetto
che Sansone fece crollare.
 
Leonard Cohen

mercoledì 2 novembre 2016

poi mi mettevano una mano sulla nuca e avvicinavano la mia testa.....

Elena Stancanelli


Lo so, è incredibile. Nelle condizioni in cui ero qualcuno aveva ancora voglia di scoparmi. Non molti, ma qualcuno sì. Davide, certo, ma anche altri. Di alcuni uomini, non Davide, potrei addirittura dirti che ritenevano quella mia condizione un vantaggio. In quell’anno ho incontrato uomini che volevano scopare con me non malgrado il fatto che io stessi male, ma proprio perché stavo male.
 
Quasi sempre ho lasciato che facessero quello che volevano. Erano contenti. Bastava guardarmi per capire che sarebbe stato del sesso veloce, come ci si svuota dentro una puttana. E così era infatti, senza sorprese. Scopavamo per il tempo necessario a loro, e nel modo che preferivano. Io non venivo mai, non facevo neanche finta. Ma a loro andava bene così.
 
Qualche volta neanche mi scopavano. Mi toccavano qua e là con scarso interesse, senza spogliarmi, mi baciavano malamente sul collo lasciandomi il segno, poi mi mettevano una mano sulla nuca e avvicinavano la mia testa al loro cazzo. Con un po’ di cautela all’inizio, fin quando si rendevano conto che non facevo resistenza. A volte ero io stessa a far capire che non c’era bisogno che si affaticassero a scoparmi e che glielo avrei preso serenamente in bocca, che era la cosa migliore anche per me.
 
E gli uomini, quegli uomini che ritenevano un vantaggio la mia condizione di inermità, erano sempre sollevati. Mi spingevano la testa con più forza, ma io ancora non mi opponevo. Per quanto fossero brutali, per quanto rischiassero di farmi male, di soffocarmi, io non mi opponevo. Era un altro esercizio di umiliazione. Aprivo la bocca e respiravo con calma.
 
Non mi stancavo, mi sembrava la comunicazione ideale con quegli uomini disperati quanto me. Con alcuni era davvero molto facile. Doveva trattarsi di un loro desiderio potente e spesso insoddisfatto. Venivano in fretta, felici. Altri faticavano a lasciarsi andare e dopo un po’, seccati, finivano da soli. Venendosi tra le mani come adolescenti. Si trattava di operazioni che duravano al massimo una decina di minuti, tutto compreso. La maggior parte di loro poi scappava in bagno e si rivestiva in fretta.
 
Non fuggivano, però. Spesso dopo passavamo anche del tempo insieme. Era un tempo piacevole. Andavamo a cena, chiacchieravamo. La cosa importante per loro era chiudere la pratica, considerare espletata la questione sesso. Una volta lavati e rivestiti, senza più nessuna prestazione da offrire, si rasserenavano. Dopo aver scopato, o quello che fosse, quegli uomini diventavano migliori.
 
Non avrei mai immaginato, prima di quell’anno, che esistessero tanti maschi che non amano per niente il sesso. Che, senza essere limitati da alcuna specifica difficoltà, pensano al sesso come a qualcosa di faticoso e imbarazzante. Bello da aver fatto ma snervante da fare.

     Elena Stancanelli
La femmina nuda

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domenica 30 ottobre 2016

Celebrazione

Leonard Cohen

Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me,
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,

Celebrazione

Quando ti inginocchi sotto di me
e nelle tue mani
tieni la mia virilità come uno scettro,

Quando avvolgi la lingua
sul gioiello d’ambra
e solleciti la mia benedizione,
Capisco quelle ragazze romane
che danzavano attorno a una verga di pietra 
e la baciavano finchè la pietra non era calda.

Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me, 
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,

Inginocchiati finchè non mi rovescio sulle tue spalle
con un rantolo, come quegli dei sul tetto
che Sansone fece crollare.



Leonard Cohen

mercoledì 17 agosto 2016

Monica non aveva teorie né limiti, accettava tutto ma restituiva colpo su colpo

Efraim Medina Reyes

Monica sapeva succhiarlo meglio di chiunque altra e ingoiava sempre.
 
Una certa ragazza non era male ma si portava dietro certe vestigia della sua breve militanza femminista. Prenderlo in bocca, per lei, era segno di sottomissione. A pensare che lo faceva solo per compiacermi mi passava la voglia e avevo deciso di eliminare questa parte dal nostro repertorio sessuale. Per compensarmi se lo lasciava mettere dietro tre volte al mese. Le faceva molto male e a me sembrava un segno di sottomissione anche peggiore. Lei sosteneva che volere entrare dalla porta posteriore era un autentico impulso selvaggio e quindi accettabile.
 
Monica non aveva teorie né limiti, accettava tutto ma restituiva colpo su colpo. Se glielo mettevo dietro lei prendeva una banana (ancora verde) e mi infilzava senza tanti complimenti. Se me lo succhiava dovevo succhiargliela, se facevo il "salto dell’angelo” lei pretendeva la “chiave del diavolo” e via dicendo.
 
Quando Monica lo succhiava sembrava non avesse denti, mi piaceva più la sua bocca della sua fica. Quella sera, mentre si stava dedicando alle mie parti basse, udimmo il boato. L’intero edificio tremò e alcune persiane saltarono ma lei non smise di succhiare.
C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
     Efraim Medina Reyes

mercoledì 20 luglio 2016

Baciò la sporgenza

Ann Owen

Sollevò il busto, rimanendo in ginocchio davanti a lui. Gli prese la mano e la baciò. Guy rimase immobile. Lei non stava obbedendo a un suo ordine, e il cuore le batteva fortissimo. L’avrebbe respinta?
L’avrebbe obbligata a tornare agli stivali, e leccarli, e lucidarli in quel modo degradante?
Cagna.
E lei l’avrebbe fatto, si rese conto. L’avrebbe fatto persino con piacere, se avesse sentito il suo desiderio. Ma c’era un’ombra sul cuore di Guy; Jane non voleva risparmiarsi un’umiliazione, voleva solo farlo tornare com’era qualche ora prima… qualche minuto prima, quando l’aveva guardata con dolcezza in giardino.
Era stato suo padre a farlo incupire così?
Gli baciò il pugno chiuso. Guy tacque, ma i suoi occhi erano fermi su di lei, il suo corpo rigido.
Spostò la bocca sui suoi calzoni, a lato del rigonfiamento che cominciava a tirare la stoffa. Baciò la sporgenza. Con la mano sinistra, lo accarezzò. La bocca si fece più ingorda, aprendosi e sentendo la forma del pene sotto la stoffa. L’erezione crebbe ancora, la rigidità di Guy si attenuò. Prese a respirare con difficoltà. La saliva gli bagnava i calzoni, e Guy le posò una mano sulla testa. Jane sentì riempirsi il cuore di felicità. Lui non parlava, ma stava accettando il suo regalo… la sua consolazione per qualunque cosa gli avesse spento gli occhi e indurito il cuore.
Cagna.
Gli aprì la patta dei pantaloni, abbassandoglieli. Gli lasciò su le mutande, e lui si portò una mano ai bottoni per slacciarli.
«No» mormorò Jane, fermandogli la mano e alzando gli occhi. «Non ancora.»
Guy la guardò stupito. La piccola Jane gli aveva appena dato un ordine?
Lentamente, sorrise. Ritirò la mano dalle mutande e gliela posò sulla guancia, accarezzandola con il pollice.
«Vuoi farmi implorare, angelo?»
 
Angelo…
Jane deglutì, commossa; non rispose e inclinò il capo per baciargli il palmo, poi lo leccò piano, come una cagnolina, sì, ora andava bene, andava così bene.
Oh, Guy, io ti amo da morire…
Lentamente tornò al cazzo. Svettava dentro il cotone bianco dei mutandoni. Cominciò dalla base; inclinando il capo, allargò le labbra in una pressione laterale. Risalì fino alla punta, in morbidi morsi.
Il desiderio di Guy cresceva a ogni bacio, a ogni leccata. Il suo respiro, i suoi ansimi, le davano potere e coraggio. La stoffa si stava inumidendo, e gemette quando lei gli prese in bocca la cappella.
«Jane…» mormorò. «Jane, così mi fai morire.»
Con una mano lei gli strinse la base, e allontanò il viso. Tirando fuori la lingua, cominciò a leccargli la punta sulla stoffa. Nessuna umiliazione, ma potere, il potere di una donna che ha in pugno un uomo.
Guy contrasse la mano sui suoi capelli. «Succhiamelo, piccola, io… non resisto più.»
Jane portò una mano al bordo delle mutande e le sbottonò. Il cazzo, prima limitato dalla stoffa, si erse davanti a lei.
«Prendilo in bocca, Jane, angelo mio…»
Ma lei scosse la testa. Si rivolse al di sotto del membro, alle palle. Le leccò assaporandone ogni piega; si spinse ancora più dietro, tra lo scroto e l’ano, e Guy si lasciò sfuggire un’oscenità eccitata tra i denti.
Lei aprì la bocca per accogliere il più possibile i suoi testicoli. La lingua, dentro quella calda cavità, si muoveva avvolgente e dolce. Dalla punta del cazzo cominciò a uscire un po’ di liquido preseminale.
«Oh, sì… così, bambina…»
Lei si staccò dai testicoli, e un filo di saliva unì le labbra alla pelle di lui. Leccò l’asta partendo dal basso, e godendo dei suoi gemiti, della sua eccitazione quasi dolorosa, arrivò alla punta del pene. Ci girò intorno con la lingua, mentre Guy le teneva la mano sulla testa. La guardava rapito, e il pensiero le contrasse il basso ventre. Averlo in suo potere la eccitava e, in basso, persino le faceva male. Si fermò a giocare sul frenulo, poi chiuse la bocca sulla cappella, andando avanti e indietro, spingendosi fino a sentirlo in gola.
«Dio, sei… sei splendida, Jane…»
Il pene si contrasse… Guy stava per venire. Jane gli prese la base con la mano, e mosse più veloce la bocca, la lingua che lo assaporava con voluttà.
 
«Succhialo, sì… oh, così, così…»
Venne con densi e potenti fiotti di sperma. Jane lo ingoiò, un po’ ne sfuggì ai lati della bocca. Accompagnò il suo orgasmo fino alla fine, poi fermò la mano, tirò via la bocca.
Lui si poggiò con le spalle al muro, disfatto.
Jane rimase con il capo contro la sua gamba. Con un dito, si ripulì dal seme ai lati della bocca. Soddisfarlo la rendeva felice, non era qualcosa che avrebbe dovuto aborrire? Ma era la sua schiava, e Dio, non voleva essere altro; che il cielo potesse avere pietà di lei e della sua anima. Gli strinse la gamba destra con la mano.
Schiava per vendetta
     Ann Owen

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Ospite

Vera Pavlova

Prima senza resistenza
mi concedo alla tua linfa,

Ospite
Maschio: impeto, pressione.
Prima senza resistenza
mi concedo alla tua linfa,
poi ti ricordo: il pube
sotto la polpa cela l’osso,
e tu non padrone sei, ma ospite.


Vera Pavlova


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domenica 25 ottobre 2015




(Era una di quelle bocche che inducono immediatamente gli uomini a immaginare scene inopinate e indecenti, spesso contro i loro rispettosi sforzi di sopprimerle sul nascere)

Javier Marias *** Così ha inizio il male



giovedì 16 luglio 2015

Scivola sul collo Fino al seno


La bocca produce

Scivola la crema
La sua bocca
la versa
nella mia
Scivola sul collo
Fino al seno
L'ombelico
la trattiene
tra i gemiti e i sospiri
Cola
Fino al vello
che trema e impazzisce

Dora Libretti





La bocca produce

La crema se desliza
Su boca
la vierte
en la mia
se desliza en el cuello
Hasta el seno
El ombligo
la retiene
entre gemidos y suspiros
Cola
Hasta el vello
que tiembla y se vuelve loca

Dora Libretti


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