Visualizzazione post con etichetta Orhan Pamuk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Orhan Pamuk. Mostra tutti i post

domenica 7 gennaio 2018

recuerdos 2

Noi siamo la nostra memoria


«Come mi hai ricordato?»
 
«Il ricordo di te è stato sempre presente; mai nitido e definitivo come un quadro compiuto.
Ti ho ricordato come si ricordano le grandi opere inconcluse, le storie irrisolte.
Le storie sfinite andate alla deriva in una lenta e dolorosa agonia
Ma vive, intense, profonde, fertili....
Ti ho ricordato in tanti modi, quante sono le versioni della nostra storia.
E continuo a cercare la storia vera, la storia nascosta. »

     Marcello C.

 

 


«Come mi ricordavi?»
 
«Con dolore. Perche’, quando ti ricordavo, pensavo che la donna che ricordavo non fossi tu, ma un'immagine.»

Il mio nome è rosso
     Orhan Pamuk



[...]
Cosa ti sovviene quando
Per caso
O per errore
Ti capita di pensare a me?

Per Caso o per errore
     Daniela N.

 


«Come mi ricorderai?»
 
«Con gioia. Perche’, quando ti ricorderò, sentirò che la donna che ricordo sei tu, che vivi dentro di me

     Marcello C.


«Come mi ricorderai?»
 
«Con nostalgia. Perche’, quando ti ricorderò, immaginerò ciò che poteva essere e non è stato

     Juan Pedroso


«Come mi ricorderai?»
 
«Non lo so come ti ricorderò!
Ora sei qui e ti sento,
sento di essere li e mi senti.

     Marcello C.


«Come mi ricorderai?»
 
ti ricorderò per tutto il bene che
mi hai dato

     Juan Pedroso

domenica 14 maggio 2017

lapsus

A volte esprimere la realta' cosi' come e' ci spinge a non essere sinceri.
La sincerita (...) non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza. ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione e patetica debolezza
Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso link esterno
A volte basta un singolo gesto per cambiare il corso delle cose.
La verità a lungo nascosta o negata o rimossa, una verità possibile emerge prepotente contro le nostre stesse intenzioni.
La strada è ormai segnata e non si puo' più tornare indietro.
Cala il silenzio, le parole sono inutili, vano ogni sforzo, un muro ci separa.

martedì 11 aprile 2017

Quindi non vale la pena ricordarli

Buenas noches

Non confondo i nomi e i volti [...] perche’ sono rimbambito,
ma perche’ a questi nomi e a questi volti mancano
colore e luce,
quindi non vale la pena ricordarli.
 

 
Orhan Pamuk Il mio nome è rosso

Quelli che definivo ricordi facevano parte dell'universo


Orhan Pamuk
il mio nome è rosso

Come posso descrivere tutti i colori che vidi durante questa meravigliosa ascesa? L'intero universo era fatto di colori, tutto era colore. Oltre a sentire che la forza che mi separava dalle altre cose consisteva di colori, capii anche di essere abbracciato con amore e legato all'intero universo dai colori. Vidi cieli arancioni, bei corpi verde foglia, uova color caffe’, meravigliosi cavalli azzurri.
 
Era come nelle leggende e nei disegni che avevo guardato per anni, e mi sembrava di vedere tutto, meravigliato e ammirato, per la prima volta, e allo stesso tempo di rivedere cose affiorate dai miei ricordi.
 
Quelli che definivo ricordi facevano parte dell'universo, e tutto l'universo, per il tempo illimitato che mi si apriva davanti in futuro, sarebbe diventato, prima, la mia esperienza, in seguito, i miei ricordi. Mentre morivo in questa gioia di colori, capii anche perche’ mi stavo rilassando come se mi liberassi di una camicia troppo stretta: d'ora in poi nulla mi era vietato, e disponevo di spazio e tempo illimitati per vivere in ogni epoca e in ogni luogo.

Orhan Pamuk Il mio nome è rosso



sabato 28 gennaio 2017

recuerdos

Noi siamo la nostra memoria


«Come mi ricordavi?»
 
«Con dolore. Perche’, quando ti ricordavo, pensavo che la donna che ricordavo non fossi tu, ma un'immagine.

Il mio nome è rosso
     Orhan Pamuk



[...]
Cosa ti sovviene quando
Per caso
O per errore
Ti capita di pensare a me?

Per Caso o per errore
     Daniela N.

 


«Come mi ricorderai?»
 
«Con gioia. Perche’, quando ti ricorderò, sentirò che la donna che ricordo sei tu, che vivi dentro di me

     Marcello C.


«Come mi ricorderai?»
 
«Con nostalgia. Perche’, quando ti ricorderò, immaginerò ciò che poteva essere e non è stato

     Juan Pedroso


«Come mi ricorderai?»
 
«Non lo so come ti ricorderò!
Ora sei qui e ti sento,
sento di essere li e mi senti.

     Marcello C.


«Come mi ricorderai?»
 
ti ricorderò per tutto il bene che
mi hai dato

     Juan Pedroso

domenica 25 settembre 2016

segreti e occultamenti


Questi erano i dolori miei più segreti e profondi, pensavo che non li avrei mai potuti raccontare a nessuno; erano totalmente veri, ma non erano affatto sinceri come notai imporvvisamente con stupore.

O.Pamuk - il mio nome è rosso pag. 161

Segreti, omissioni e occultamenti

E' faticoso muoversi nell'ombra e spiare senza essere visto o cercando di non essere scoperto, come è faticoso tenere un segreto o conservare un mistero, che fatica la clandestinità e la permanente coscienza di come non tutti i nostri congiunti possano avere uguali  conoscenze, a un amico si nasconde una cosa e a un altro un'altra  diversa da quella che è nota al primo, si inventano per una donna  storie complesse che poi bisogna ricordare per sempre nei dettagli  come se si fossero vissute, con il rischio di farsi scoprire più  tardi, e a un'altra donna più nuova si racconta la verità su tutto  tranne su quelle cose innocue che ci provocano vergogna di noi  stessi: che siamo capaci di passare ore guardando alla televisione  partite di calcio o degradanti concorsi, che leggiamo fumetti mentre  ormai siamo adulti o che ci getteremmo in terra per giocare a  rimbalzino se solo avessimo con chi farlo, che andiamo matti per il  gioco d'azzardo o ci piace un'attrice che ammettiamo essere odiosa e  perfino offensiva, che abbiamo un carattere tremendo e fumiamo appena  svegli e che fantastichiamo di una certa pratica sessuale che si considera aberrante e che non osiamo proporle.

Non sempre si occulta per il proprio interesse o per paura o per aver commesso una vera mancanza, non sempre per difendersi, molte lo si fa per non dare un dispiacere o non guastare la festa e per non arrecare danno, altre volte per puro civismo, non e' buona educazione nè da persona civile farsi conoscere del tutto, figurarsi mostrare le manie e i vizi; a volte sono le origini cioò che si tace o si falsifica (...) la gente nasconde i genitori e i nonni e i fratelli, i mariti o le mogli e a volte perfino i figli più somiglianti o legati al coniuge, passa sotto silenzio alcune fasi della propria vita, rifugge dalla gioventù o dall'infanzia o dall'età matura, in ogni biografia c'è un episodio oltraggioso o desolato o sinistro, qualcosa o molto - o è tutto - che per gli altri è meglio che non esista, per se stessi è meglio dissimularlo

Ci vergogniamo di troppe cose, del nostro aspetto e delle nostre convinzioni passate, della nostra ingenuitaà e della nostra ignoranza, della sottimissione o dell'orgoglio che abbiamo dimostrato una volta, della transigenza e della intransigenza, di tante cose proposte e dette senza convinzione, di esserci innamorati di chi ci siamo innamorati e di essere stati amici di chi lo siamo stati, le vite sono spesso  tradimento e negazione continui di ciò che vi è stato prima, si  sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia  continuiamo a essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi  stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri,  anche se la maggior parte di questi sono banali.

 Com'è faticoso  muoversi sempre nell'ombra o è anche più difficile nella penombra mai  uniforme né uguale a se stessa, con ogni persona sono alcune le zone  illuminate e altre quelle tenebrose, cambiando a seconda della  conoscenza e dei giorni e degli interlocutori e delle ambizioni, e ci  diciamo costantemente: «Non sono più quello che ero, ho voltato le  spalle al mio vecchio io».

le vite sono spesso tradimento e negazione continui di ciò che vi è stato prima, si sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia continuiamo a essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri, anche se la maggior parte di questi sono banali...

...con ogni persona sono alcune le zone illuminate e altre quelle tenebrose, cambiando a seconda della conoscenza e dei giorni e degli interlocutori e delle ambizioni, e ci diciamo costantemente:"non sono più quello che ero, ho voltato le spalle al mio vecchio io".

Javier Marias - domani nella battaglia pensa a me

  • L'unica verità è quella che non si conosce
    (Javier marias e Orhan Pamuk)


  • giovedì 8 settembre 2016

    perchè uno legge 1


    Orhan Pamuk
    Cosa ci succede quando leggiamo un romanzo

    Cosa succede nella nostra mente, nella nostra anima, quando leggiamo un romanzo? In cosa tale sensazione interiore differisce da ciò che proviamo guardando un film, un quadro, o ascoltando una poesia, o un poema epico? Un romanzo può dare, di tanto in tanto, lo stesso piacere che danno una biografia, un film, una poesia, un quadro o una fiaba. Eppure l’effetto vero, esclusivo, di quest’arte è fondamentalmente diverso da quello degli altri generi letterari, del cinema e della pittura. E forse posso cominciare a illustrarvi la differenza raccontandovi ciò che ero solito fare e le complesse immagini che l’appassionata lettura di romanzi suscitava in me quando ero giovane. Come il visitatore di un museo in primo luogo e soprattutto desidera che il quadro che sta guardando nutra i suoi occhi, io i solito preferivo l’azione, il conflitto, e la ricchezza del paesaggio. Mi godevo sia la sensazione di osservare segretamente la vita privata di un individuo sia quella di esplorare gli angoli oscuri della veduta d’insieme.
     
    Non pensate che l’immagine che conservavo in me fosse sempre turbolenta. Quando leggevo un romanzo, nella mia giovinezza, accadeva talora che prendesse forma dentro di me un paesaggio ampio, profondo, quieto. E qualche volta le luci si spegnevano, il bianco e il nero si accentuavano e poi si scindevano, e spuntavano le ombre. Qualche volta mi meravigliavo, perché avevo l’impressione che il mondo intero fosse fatto di una luce del tutto diversa. E qualche volta il crepuscolo pervadeva e copriva ogni cosa, l’intero universo diventava una singola emozione e un singolo stile, capivo che ciò mi piaceva e sentivo che stavo leggendo il libro per quella particolare atmosfera. Mentre venivo lentamente sommerso dal mondo del romanzo, mi rendevo conto che le tracce delle azioni che avevo compiuto prima di aprire le pagine del libro, seduto nella casa di famiglia nel quartiere di Besiktas a Istanbul - il bicchiere d’acqua che avevo bevuto, la conversazione con mia madre, i pensieri che avevano attraversato la mia mente, i piccoli risentimenti albergati -, svanivano piano piano.
     
    Sentivo che la poltrona arancione in cui ero seduto, il posacenere maleodorante lì accanto, la stanza piena di tappeti, le grida dei ragazzini che giocavano a pallone in strada e il fischio dei battelli in lontananza retrocedevano dalla mia mente; e un mondo nuovo prendeva forma davanti a me, parola per parola, frase per frase. Pagina dopo pagina, quel mondo nuovo si cristallizzava e acquistava nitidezza, come quei disegni segreti che appaiono a poco a poco quando ci si versa sopra un reagente; e venivano messi a fuoco linee, ombre, avvenimenti e personaggi.
     
    In quei primi momenti, tutto ciò che ritardava il mio ingresso nel mondo del romanzo e mi impediva di ricordare e immaginare personaggi, avvenimenti e oggetti mi procurava grande fastidio. Un membro della famiglia di cui avevo dimenticato il grado di parentela con il protagonista, l’incerta ubicazione di un cassetto con dentro una pistola, o una conversazione di cui intuivo ma non riuscivo a interpretare il significato recondito, ecco, questo tipo di cose mi irritavano enormemente. Scrutavo con avidità le parole, augurandomi, con un misto di impazienza e piacere, che ogni cosa andasse rapidamente al suo posto. In quei momenti, tutte le porte della mia percezione erano spalancate, come i sensi di un animale domestico lasciato libero in un ambiente del tutto alieno, e la mia mente cominciava a funzionare assai più svelta, quasi in preda al panico. Mentre concentravo tutta la mia attenzione sui dettagli del romanzo che stringevo fra le mani, per mettermi in sintonia con il mondo in cui stavo entrando, lottavo per visualizzare le parole con la mia immaginazione e vedere con l’occhio della mente ogni cosa descritta nel libro.
     
    Dopo un po’, quello sforzo intenso ed estenuante dava i suoi risultati e l’ampio paesaggio che desideravo vedere si apriva davanti a me come un immenso continente che appare in tutta la sua nitidezza quando la nebbia si solleva. Vedevo allora le cose raccontate nel romanzo come una persona che guarda comodamente il panorama da una finestra. Considero una sorta di modello come Tolstoj in Guerra e pace descrive Pierre che osserva la battaglia di Borodino dalla cima di un colle. Molti dettagli che il romanzo intesse delicatamente e prepara per noi, e che sentiamo il bisogno di serbare nella memoria, appaiono in questa scena come in un dipinto. Il lettore ha l’impressione di trovarsi non fra le parole di un romanzo, bensì in piedi davanti a un quadro. Qui, la cura dello scrittore per il dettaglio visivo, e l’abilità del lettore nel visualizzare le parole trasformandole in un vasto paesaggio, sono decisive. Leggiamo anche romanzi che non si svolgono nel paesaggio, su campi di battaglia o nella natura, e sono invece ambientati in una stanza, in atmosfere interiori soffocanti - La metamorfosi di Kafka è un buon esempio. Leggiamo queste storie come se stessimo osservando un paesaggio e, trasformandolo con l’occhio della mente in un quadro, ci abituiamo all’atmosfera della scena, ce ne lasciamo influenzare, anzi la esploriamo. Voglio fare un altro esempio, di nuovo da Tolstoj, che ha a che fare con l’atto di guardare fuori da una finestra e mostra come leggendo si possa entrare nel paesaggio di un romanzo. È una scena del più grande romanzo di tutti i tempi, Anna Karénina. Anna ha appena incontrato Vrònskij a Mosca.
     
    La sera, tornando in treno a San Pietroburgo, è felice perché l’indomani rivedrà il figlio e il marito: «Anna \ prese dalla sua borsetta il tagliacarte e un romanzo inglese. Dapprima non poteva leggere. Davano noia il chiasso e l’andare e venire; poi, quando il treno si mosse, non si poteva non porgere orecchio ai rumori; poi la neve che batteva contro il finestrino di sinistra e che si appiccicava al vetro, e la vista d’un capotreno imbacuccato che passava vicino, coperto di neve da una parte, e i discorsi a proposito di com’era terribile la tempesta che c’era fuori, distrassero la sua attenzione. Più innanzi tutto fu sempre lo stesso: lo stesso traballìo accompagnato da picchi, la stessa neve contro il finestrino, gli stessi celeri passaggi da un caldo di vaporazione al freddo e di nuovo al caldo, lo stesso balenare degli stessi volti nella penombra e le stesse voci, e Anna cominciò a leggere e a capire quel che leggeva. \ Anna Arkàdjevna leggeva e capiva, ma le dispiaceva di leggere, cioè di seguire i riflessi della vita di altre persone. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa. Se leggeva che l’eroina del romanzo vegliava un malato, aveva voglia di camminare a passi silenziosi per la stanza d’un malato; se leggeva come un membro del parlamento pronunciava un discorso, aveva voglia di pronunciare quel discorso; se leggeva che Lady Mary inseguiva un branco a cavallo e stuzzicava la cognata e stupiva tutti col suo coraggio, voleva far questo lei stessa. Ma non c’era nulla da fare, ed ella, girando il coltellino liscio con le sue piccole mani, si sforzava di leggere».
     
    Anna non riesce a leggere perché non può fare a meno di pensare a Vrònskij, perché desidera vivere. Se fosse capace di concentrarsi sul romanzo, non avrebbe difficoltà a immaginare Lady Mary che monta a cavallo e segue la muta dei cani. Visualizzerebbe la scena come se stesse guardando da una finestra e avrebbe la sensazione di entrarci lei stessa a poco a poco.
    La maggior parte degli scrittori sanno che la lettura delle prime pagine di un romanzo è un’esperienza affine all’entrare in un quadro di paesaggio. Pensiamo a come Stendhal inizia Il rosso e il nero. Prima vediamo da lontano la città di Verrières, la collina su cui è situata, le sue case bianche con i tetti spioventi di tegole rosse, le macchie di robusti castagni e le rovine delle fortificazioni. Sotto scorre il fiume Doubs. Poi notiamo le segherie e la fabbrica che produce toiles peintes, tessuti stampati pieni di colore.
     
    Una pagina dopo, abbiamo già incontrato il sindaco, uno dei personaggi principali, e capito la sua struttura mentale. Il vero piacere di leggere un romanzo inizia con la capacità di vedere il mondo non dall’esterno ma con gli occhi dei personaggi che in quel mondo vivono. Leggendo un romanzo, oscilliamo fra ampia visione e attimi fuggevoli, fra pensieri generali e fatti specifici, a una velocità che nessun altro genere letterario è in grado di offrire. Mentre fissiamo un dipinto di paesaggio da lontano, ci ritroviamo all’improvviso tra i pensieri dell’individuo nel paesaggio e le sue sfumature d’umore. Ciò somiglia al modo in cui, nei dipinti di paesaggio cinesi, contempliamo una piccola figura umana sullo sfondo di fiumi, dirupi e alberi con miriadi di foglie: ci concentriamo su quella figura, poi cerchiamo di immaginare il paesaggio circostante attraverso i suoi occhi. (I dipinti cinesi sono fatti per essere letti così).
     
    A quel punto ci accorgiamo che la composizione del paesaggio risponde all’esigenza di riflettere i pensieri, le emozioni e le percezioni della figura che c’è dentro. Allo stesso modo, sentendo che il paesaggio dentro il romanzo è un’estensione, o una parte, dello stato mentale dei personaggi, ci accorgiamo di identificarci con loro in una transizione invisibile. Leggere un romanzo significa che, mentre affidiamo alla memoria il contesto nel suo insieme, seguiamo, a uno a uno, i pensieri e le azioni dei personaggi attribuendo loro un significato nel paesaggio d’insieme. Siamo ora dentro il paesaggio che fino a poco fa guardavamo dall’esterno: oltre a vedere le montagne con l’occhio della mente, sentiamo la frescura del fiume e odoriamo il profumo della foresta, parliamo con i personaggi e ci addentriamo nell’universo del libro. La lingua del romanzo ci aiuta a combinare questi elementi distanti e distinti, e a vedere sia i volti sia i pensieri dei personaggi come parte di un’unica visione.
     
    Quando siamo immersi in un romanzo, la nostra mente lavora sodo, ma non quanto quella di Anna, nello scompartimento di un treno sferragliante e coperto di neve per San Pietroburgo. Oscilliamo continuamente fra il paesaggio, gli alberi, i personaggi, i loro pensieri, gli oggetti che toccano - e dagli oggetti ai ricordi che essi evocano, ad altri personaggi, e infine alle riflessioni generali. La nostra mente e la nostra percezione sono attivissime, agiscono con estrema rapidità e concentrazione, facendo parecchie operazioni simultaneamente, ma molti di noi non si rendono nemmeno più conto di farle. Ci comportiamo esattamente come chi guida un’auto, che non compie consapevolmente il gesto di schiacciare pulsanti, premere pedali, ruotare il volante con cautela e nel rispetto di molteplici regole, leggendo e interpretando i segnali stradali e tenendo d’occhio il traffico.
     
    Questa analogia è valida non solo per i lettori ma anche per il romanziere. Alcuni autori non sono consapevoli delle tecniche che usano, scrivono in modo spontaneo, come se stessero compiendo un gesto del tutto naturale, dimentichi delle operazioni e dei calcoli che svolgono mentalmente e del fatto che stanno usando il cambio, i freni e i pulsanti di cui li fornisce l’arte del romanzo. Userò il termine «ingenuo» per descrivere questo tipo di sensibilità, questo tipo di romanziere e di lettore di romanzi: quelli a cui non interessa quanto c’è di artificioso nello scrivere e nel leggere un libro. E userò il termine «riflessivo» per descrivere la sensibilità opposta: vale a dire quei lettori e scrittori che sono affascinati dalla componente artificiosa del testo e dalla sua mancata adesione alla realtà, e che prestano severa attenzione ai metodi usati nello scrivere romanzi e a come funziona la nostra mente mentre leggiamo. Essere un romanziere è l’arte di essere nello stesso tempo ingenuo e riflessivo. © 2010 Orhan Pamuk. All rights reserved

    Orhan Pamuk

    Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

    home