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martedì 8 novembre 2016

Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio.

Riletture:
Marina Cvetaeva



[...]
La bocca l’ho sempre sentita come mondo: volta celeste, Il corpo l’ho sempre tradotto in anima, l’ho reso magnifico a tal punto che all’improvviso non ne è rimasto nulla.
Perché ti dico tutto questo? Per paura, forse – che tu mi ritenga comunemente passionale. “Ti amo e voglio dormire con te” – all’amicizia non è data tanta concisione. Ma è con un’altra voce che io lo dico, quasi nel sonno profondo. Il mio suono è diverso da quello della passione.
Tutto ciò che mai dorme desidera saziarsi di sonno fra le tue braccia.
Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio. (non incendio: voragine).
Rainer, si fa sera, ti amo. Ulula un treno. I treni sono i lupi, i lupi la Russia. Non un treno – la Russia intera sta ululando verso di te.

     Marina Cvetaeva -

lettera a Rainer Maria Rilke - 1926

martedì 2 agosto 2016

je t'aime

#playretwitter by     @_Ironica_1





mercoledì 27 aprile 2016

Il dolore è una parola vera

Riletture: Marina Cvetaeva
Io sono molte persone, m'intendi? Forse infinite! (Un'infinità insaziabile!) Nessuna deve sapere dell'altra, non è bene.
[...]
Caro! Ti voglio regalare una frase, forse non la conosci. Il dolore è una parola vera, il dolore è una parola buona, il dolore è una parola misericordiosa

Lettera a Rilke      Marina Cvetaeva

domenica 22 novembre 2015

puoi anche disgiungere le tue mani


La questione è nelle tue mani. Le puoi anche.... disgiungere. Non Ti amerò certo di più o di meno per questo. Lettera di M.Cvetaeva a R.M.Rilke


tanto più profondamente in me



Quanto più lontano da me, tanto più profondamente in me. Lettera di M.Cvetaeva a R.M.Rilke


sabato 21 novembre 2015

Il passato è ancora di là da venire





se io sono meno (di Te) sicuro… (che dipenda forse da quella strana gravezza che mi sento addosso, di cui soffro, e che spesso credo di non poter più superare, a tal punto che ora non attendo tanto le cose che mi devono succedere, quanto un loro speciale aiuto, un’assistenza adeguata?). […] “Sposta il tempo, fa che sia concesso come se fosse già avvenuto”, pensai quando Ti lessi… E in aggiunta hai scritto sul margine destro della Tua lettera: “Il passato è ancora di là da venire…” (Magico verso ma quale allarmante contesto!). […] R.M.Rilke lettera a M. Cvetaeva Ich bin derselbe noch, der kniete vor dir in mönchischem Gewand: der tiefe, dienende Levite, den du erfüllt, der dich erfand. Die Stimme einer stillen Zelle, an der die Welt vorüberweht, - und du bist immer noch die Welle die über alle Dinge geht. Es ist nichts andres. Nur ein Meer, aus dem die Länder manchmal steigen. Es ist nichts andres denn ein Schweigen von schönen Engeln und von Geigen, und der Verschwiegene ist der, zu dem sich alle Dinge neigen, von seiner Stärke Strahlen schwer. Bist du denn Alles, - ich der Eine, der sich ergiebt und sich empört? Bin ich denn nicht das Allgemeine, bin ich nicht Alles, wenn ich weine, und du der Eine, der es hört? Hörst du denn etwas neben mir? Sind da noch Stimmen außer meiner? Ist da ein Sturm? Auch ich bin einer, und meine Wälder winken dir. Ist da ein Lied, ein krankes, kleines, das dich am Micherhören stört, - auch ich bin eines, höre meines, das einsam ist und unerhört. Ich bin derselbe noch, der bange dich manchmal fragte, wer du seist. Nach jedem Sonnenuntergange bin ich verwundet und verwaist, ein blasser Allem Abgelöster und ein Verschmähter jeder Schar, und alle Dinge stehn wie Klöster, in denen ich gefangen war. Dann brauch ich dich, du Eingeweihter, du sanfter Nachbar jeder Not, du meines Leidens leiser Zweiter, du Gott, dann brauch ich dich wie Brot. Du weißt vielleicht nicht, wie die Nächte für Menschen, die nicht schlafen, sind: da sind sie alle Ungerechte, der Greis, die Jungfrau und das Kind. Sie fahren auf wie totgesagt, von schwarzen Dingen nah umgeben, und ihre weißen Hände beben, verwoben in ein wildes Leben wie Hunde in ein Bild der Jagd. Vergangenes steht noch bevor, und in der Zukunft liegen Leichen, ein Mann im Mantel pocht am Tor, und mit dem Auge und dem Ohr ist noch kein erstes Morgenzeichen, kein Hahnruf ist noch zu erreichen. Die Nacht ist wie ein großes Haus. Und mit der Angst der wunden Hände reißen sie Türen in die Wände, - dann kommen Gänge ohne Ende, und nirgends ist ein Tor hinaus. Und so, mein Gott, ist jede Nacht; immer sind welche aufgewacht, die gehn und gehn und dich nicht finden. Hörst du sie mit dem Schritt von Blinden das Dunkel treten? Auf Treppen, die sich niederwinden, hörst du sie beten? Hörst du sie fallen auf den schwarzen Steinen? Du musst sie weinen hören; denn sie weinen. Ich suche dich, weil sie vorübergehn an meiner Tür. Ich kann sie beinah sehn. Wen soll ich rufen, wenn nicht den, der dunkel ist und nächtiger als Nacht. Den Einzigen, der ohne Lampe wacht und doch nicht bangt; den Tiefen, den das Licht noch nicht verwöhnt hat und von dem ich weiß, weil er mit Bäumen aus der Erde bricht und weil er leis als Duft in mein gesenktes Angesicht aus Erde steigt. R.M.Rilke

la Tua capacità così rigorosa di cercare e trovare




Lettera a M. Cvetaeva
Meravigliosa Marina,
 
Come nella Tua prima lettera, in ognuna che ne è seguita ammiro la Tua capacità così rigorosa di cercare e trovare, il Tuo incessante cammino verso ciò che intendi dire e, sempre, il Tuo aver ragione. Tu hai sempre ragione, Marina (non è cosa rara per una donna?), questo Tuo essere dalla parte della ragione ne nel senso più autentico e più equanime; questo Tuo essere nel giusto non per un qualche scopo e nemmeno per un qualsivoglia motivo, ma in modo assolutamente schietto, a partire dal tutto, dalla completezza, e per questo hai ragione all'infinito.
 
Ogni volta che Ti scrivo vorrei scrivere come Te, dire me alla maniera Tua, con i Tuoi modi imperturbabili e pur cosi sensibili.
 
La Tua maniera d'esprimerTi, Marina, è l'immagine riflessa di una stella sull'acqua e dall'acqua turbata, dalla vita dell'acqua, dalla sua fluida notte, interrotta, cancellata e di nuovo accolta, e poi di nuovo giù nei flutti, come avvezza ormai a quel mondo di specchi, e ad ogni suo dileguarsi — eccola di nuovo più giù nei loro abissi! (Tu, grande stella!).
 
Conosci la storia del giovane Tyge de Brahé, al tempo in cui, per la precisione, ancora non si occupava di astronomia ed era tornato a casa dall'università di Lipsia per le vacanze, nei possedimenti di uno zio..., dove risultò che conosceva il cielo con tale precisione (malgrado Lipsia e gli studi di giurisprudenza!), a tal punto lo conosceva a memoria
(pense: il savait le ciel par coeur!),
che un semplice sguardo verso l'alto dei suoi occhi, più acquietati che tesi alla ricerca, gli fece dono di un nuovo astro nella costellazione della Lira: la sua prima scoperta nella natura stellata.
(E non è, ma forse m'inganno, proprio quella la stella Alfa della Lira, visible de toute la Provence et des terres méditerrannées, che ora sembra destinata a chiamarsi Mistral? Del resto, perché noi ci affidassimo al tempo presente, non basterebbe che fosse di nuovo possibile questo: il poeta innalzato alle stelle:
Tu diras à ta fille un jour, en t'arrètant à Maillane: voici «Mistral », comme il est beau ce soir! Finalmente, la «gloria», non soltanto sulle insegne delle vie!)
 
Tuttavia, Marina, io non Ti ho trovata a occhio nudo, è stato Boris a porre il telescopio davanti al mio cielo... dapprima, nel mio sguardo levato verso l'alto, sono accorsi gli spazi, e poi, d'un tratto, ecco Te, pura e forte, al centro del campo visivo, là dove i raggi della Tua prima lettera, Ti hanno avvistata per me
[...]

R.M.Rilke


domenica 11 ottobre 2015

Rainer prendimi con te




Lettera a Rilke
St. Gilles, 14 giugno 1916
 
Ascolta, Rainer, che Tu lo sappia fin dal princi-pio. lo sono cattiva. Borís è buono. E a causa della mia cattiveria ho taciuto: soltanto qualche frase su quanto vi è in Te di russo, in me di tedesco, ecc. E d'un tratto la lamentela: «Perché mi escludi? lo lo amo quanto l'ami Tu»:
 
Che cosa ho provato? Pentimento? No. Mai. Neanche un po'. In vece di un sentimento, l'azione. Ho trascritto per lui le Tue due prime lettere e glie-le ho spedite. Che cosa potevo fare di più? Oh, sono cattiva, Rainer, non voglio alcun confidente, fos-s'anche Dio in persona.
 
Io sono molte persone, m'intendi? Forse infinite! (Un'infinità insaziabile!) Nessuna deve sapere dell'altra, non è bene. Quando sto con mio figlio, colui (colei?) no - ciò che Ti scrive e Ti ama non deve esserci.
 
Quando sto con Te ecc. Esclusività e chiusura. Non soltanto intorno a me, neppure dentro di me voglio avere confidenti. Per questo nella vita sono bugiarda (vale a dire taciturna, e se costretta a parlare - bugiarda), sebbene in una vita diversa io sia ritenuta sincera, e lo sia. Sono incapace di condividere.
 
E tuttavia ho condiviso (è stato due o tre giorni prima della Tua lettera). No, Rainer, non sono bugiarda, sono troppo sincera. Se io buttassi lì parole semplici e lecite - scrivessi lettere, amicizia - andrebbe tutto bene! ma so che tu non sei scriversi lettere nè amicizia.
 
Nella vita delle persone io voglio essere ciò che non è causa di male e per questo mentisco - a tutti, tranne a me stessa.
 
Situazione equivoca che mi accompagna da tutta la vita. « Poichè non sono autentico la dove sono piegato ». Non autentica, Rainer, e non: bugiarda!
 
Se io getto le braccia al collo a uno sconosciuto, è naturale, se lo racconto, diventa innaturale (per me stessa!). Se però lo dico in una poesia, è naturale. Dunque, l'azione e la poesia mi danno ragione. "ciò che sta in mezzo" mi accusa. "ciò che sta in mezzo" è menzogna, non io. Se riferisco la verità (braccia al collo), è menzogna. Se riferisco la verità (braccia al collo), è menzogna. Se taccio, è verità.
 
Intimo diritto a mentenere il segreto. Ciò non riguarda nessuno, nemmeno il collo intorno a cui sono state gettate le mie braccia. Affari miei. E considera che per di più io sono una donna, sposata, con figli, ecc.
 
Rinunciare? Oh, non è mai così importante da valerne la pena. Già io rinuncio troppo facilmente. D'altro canto, quando faccio un gesto sono conten-ta di aver ancora potuto fare un gesto. È così raro che le mie mani vogliano qualcosa!
 
Sprofondare in me stessa e, dopo giorni o anni — imprevisto, all'improvviso — tutto restituire come fontana zampillante, profondità fatta altezza, svezzata dal dolore, trasfigurata. Mai però raccontare: ho scritto a quello, ho baciato quell'altro.
 
« Rallegrati, ben presto tutto finirà!» — così parla l'anima alle mie labbra. E abbracciare un albero o una persona per me è lo stesso. È lo stesso.
 
Questo è un aspetto. Ora l'altro. Boris mi ha donato Te. E non appena ricevuto il dono, ecco che io voglio <>tenerTi tutto per me. Brutta faccenda. E abbastanza dolorosa, per lui. Per questa ragione gli ho spedito le lettere.
 
Le Tue care fotografie. Vuoi sapere come appari in quella più grande? Come qualcuno che sta all'erta e poi venga chiamato d'improvviso. Mentre l'altra, quella piccola, è un commiato. Qualcuno che, in procinto di partire (i cavalli già aspettano), getta ancora uno sguardo, apparentemente fugace, al suo giardino, come a una lettera scritta prima di inviarla. Non vuole strapparsene, soltanto liberarsene. Qualcuno che lascia cadere — lieve — tutto un paesaggio. (Rainer, prendimi con Te!)
 
Hai occhi chiari, Tu, d'acqua chiara, come Ariadna, mentre il solco (verticale!) fra le sopracciglia l'hai preso da me: l'avevo già da bambina, sempre con le sopracciglia aggrottate, per via dei pensieri o della collera.
(Rainer, mi sci molto caro e voglio venire da Te.)
 
La Tua elegia. Per tutta la vita, Rainer, io mi sono data nei versi, a tutti. Anche ai poeti. Ma ho sempre dato troppo, il tono della mia voce ha sempre superato ogni possibile risposta. La risposta se ne impauriva. Io le sottraevo in anticipo tutta l'eco. Per questo i poeti non hanno mai scritto poesie per me (nemmeno brutte, meglio di niente!), e io sorridevo: lasciano che a farlo sia colui che verrà fra cent'anni.
 
E la Tua poesia, Rainer, una poesia di Rilke, del Poeta, una poesia... della Poesia. E il mio silenzio, Rainer. Situazione inversa. Situazione giusta.
 
Oh, io Ti amo, non so dirlo diversamente; è la prima venuta, anzi, la prima e la benvenuta parola.
 
Rainer, ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome. (Domani sarà il sud!) Non l'ho accolto in casa, se n'è rimasto sulla soglia. Non è entrato in casa, ma mi ha portata con sé sul mare, appena mi sono addormentata.
 
«Dispensatori di segni, e nulla più».
E quell'essere in- ed es-clusi degli amanti («Dal centro del Sempre»...).
E il lungo tacito vagabondaggio della luna.
E comunque tutto ciò non altro significa se non:
Ti amo.
 
Marina
 
Caro! Ti voglio regalare una frase, forse non la conosci.
Il dolore è una parola vera, il dolore è una parola buona, il dolore è una parola misericordiosa
(Santa Cunegonda, mit secolo).'
Marina Cvetaeva


sabato 10 ottobre 2015

Cvetaeva & Rilke




Carteggio Cvetaeva & Rilke


Lei deve vedersi dai / con miei occhi: la Sua grandezza attrraverso la loro grandezza quando io La guardo: la Sua grandezza attraverso tutta la lontananza.....

Perchè non venni da Lei? Perchè Lei è quanto di più caro possiedo al mondo. Tutto qua....

Leggevo la Tua lettera in riva all'oceano, l'oceano leggeva con me, leggevamo insieme. Non Ti disturba un simile compagno di lettura? Altri non ce ne saranno - sono troppo gelosa (nei tuoi confronti - sollecita).

Merina Cvetaeva *** lettera a R.M.Rilke 9 maggio 1926

Ti ho ricevuta nell'animo mio, in tutta la mia consapevolezza che freme di te, della tua venuta, come il Tuo grande compagno di lettura, l'oceano insieme con Te, marea del cuore, mi avesse travolto, sommergendomi.

Che dirTi? Mi hai teso le tue mani, prima l'una, poi l'altra, e poi le hai giunte, Marina hai affondato le Tue mani nel mio cuore come nella conca di una fontana fluente: ora è a te che corre, fin tanto che ve le terrai, il flusso deviato...

Non respingerlo. Che dire: tutte le mie parole [...], le mie parole, tutte, anelano a venire subito da Te, nessuna nessuna vuol cedere il passo all'altra.

Rainer Maria Rilke *** lettera a M. Cvetaeva 10 maggio 1926

Una topografia dell'anima, questo Tu sei.
Tu, Tu sei l'amico che rende profonda e sublima la gioia (che sia una gioia?) dei grandi momenti fra due persone (eternamente due!), un amico senza il quale non si sente più l'altro e che, come in fondo si dovrebbe fare, è l'unico che si ama.

Merina Cvetaeva *** lettera a R.M.Rilke 12 maggio 1926
Nel maggio del 1926 Rainer Maria Rilke si trova nella clinica svizzera di Val-Mont per curare un malessere ancora ritenuto lieve, di probabile origine nervosa (in realtà sono le avvisaglie di quella leucemia che lo condurrà alla morte il 29 dicembre dello stesso anno). Da tempo ormai, da quando ha terminato il decennale lavoro delle Elegie duinesi, la vita in lui si è fatta «stranamente pesante», il suo corpo, prima così servizievole, ora sembra rifiutarsi di assecondarlo; e su tutto la terribile sensazione di vuoto, di spaesamento, di chi si è ormai lasciato alle spalle il culmine della propria parabola umana e creativa.

Nel mezzo di una simile crisi, trova però il tempo, esaudendo una richiesta di Boris Pasternak, di scrivere a un’intima amica di quest’ultimo, la poetessa Marina Cvetaeva, per inviarle con dedica un proprio volume di liriche. La risposta di lei non si fa attendere: un’appassionata, debordante dichiarazione d’amore verso il poeta Rilke, anzi, verso un Rilke che è addirittura «l’incarnazione della poesia», nonché «quanto di più caro possieda al mondo » questa esule russa dall’esistenza difficile e tormentata. E al suo tono appassionato, come all’uso del «tu» con cui la Cvetaeva supera d’un balzo, sin dall’inizio, le convenzioni di uno scambio epistolare tra sconosciuti, lui si adegua immediatamente.

Comincia così tra i due il breve, folgorante carteggio ora pubblicato nella traduzione italiana di Ugo Persi (Lettere, SE, pp. 104, € 13); comincia, possiamo dire, una breve ma intensissima storia d’amore tra un uomo e una donna accomunati dalla più profonda diffidenza verso ciò che nell’amore è adempimento, legame, possesso. Entrambi, per tutta la vita, hanno sempre cercato tutt’altro: quello slancio dell’anima che è sinonimo, o traduzione, o alimento dello slancio poetico; quel «bacio assoluto» rispetto al quale ogni bacio concreto rappresenterebbe già una forma di degradazione.

@ Paola Capriolo, Corriere della sera link esterno



Io ti amo e voglio dormire con Te"



lettera di Marina Cvetaeva a R.M.Rilke - 1926

"Per il mio onomastico, dunque, il regalo più bello: la Tua lettera. Del tutto inattesa, come è stato ogni volta, non mi abituerò mai a Te (né a me!), e neanche allo stupore, e ai miei pensieri per Te. Tu se ciò che stanotte sognerò, ciò che stanotte mi sognerà. (Sognare o essere sognati?) Una sconosciuta in un sogno altrui. Non Ti attendo mai, Ti riconosco sempre. Se qualcuno sognerà Te e me insieme, allora ci incontreremo."

Rainer, voglio venire da Te anche per amore di quel mio nuovo io che può nascere soltanto con Te, soltanto in Te. E allora Rainer, ("Rainer" - il leitmotiv di questa lettera), non Ti arrabbiare (sono io la cattiva) voglio dormire con Te – addormentarmi e dormire.

Questa meravigliosa espressione popolare: com'è profondo, com'è vero, inequivocabile preciso ciò che essa esprime. , esattamente come ciò che esprime. Semplicemente dormire. E e niet’altro.
No, ancora una cosa: affondare il capo nella Tua spalla sinistra, il braccio intorno alla destra, e nient'altro.No ancora uma cosa: sapere, persino nel sonno più profondo, che Tu sei lì. E ancora: ascoltare come risuona il tuo cuore e baciarlo.
[...]
Ho sempre considerato òa bocca come un mondo: volta celeste, grotta, voragine, abisso.Ho sempre trasferito il corpo nell'anima (l'ho discorporato), e l'amore "fisico", per poterlo amare a tal punto l'ho magnificato che d'un tratto non ne è restato più nulla. Sprofondandomi in esso, ho finito per svuotarlo. Penetrandovi ho finito per respingerlo. Di lui non sono rimasta che io stessa: anima (così mi chiamo. e di qui lo stupore, l'onomastico!)

L'amore odia il poeta. Non vuole essere magnificato ("è già magnifico di per se"), si ritiene un assoluto, l'unico assoluto. Non si fida di noi. Nel suo profondo sa di non essere magnifico (perciò è come dispotico), sa che magnifica è soltanto l'anima, e la dove inizia l'anima finisce il corpo. Pura gelosia, Rainer. La stessa che l'anima ha in serbo per il corpo: tanto decantato! Il breve episodio di Francesca e Paolo. Povero Dante! Chi pensa più a Dante e Beatrice? Della commedia umana sono gelosa. L'anima non è mai amata come il corpo, al massimo - lodata. Il corpo lo si ama con mille anime. Chi mai si è dannato per un'anima? E se anche qualcuno lo volesse, sarebbe impossibile: amare un'anima fino alla dannazione significa essere più angeli. Ci hanno sottratto, con l'inganno, tutto l'inferno! (" ...trop pure - provoque un vent dédain!").

Chissa perchè ti dico questp.Forse per paura che Tu mi consideri una passionale qualunque (passione è schiavitù).
"Io ti amo e voglio dormire con Te", all'amicizia non è concessa tanta concisione. Ma io lo dico con altra voce, quasi nel sonno. già nel sonno. Il mio tono è molto diverso da quello della passione. Se miprendessi con Te, prenderesti les plus déserts lieux. Tutto ciò che non dorme mai vorrebbe concedersi al sonno tra le Mue braccia. Giù fino all'anima (gola), questo sarebbe il bacio.
(Non incendio: abisso) je ne plaude pa mas cause, je plaide la cause du plus absolu des baisers
[...]
Rainer, si fa sera e io Ti amo. Ulula un treno. I treni sono lupi, i lupi sono la russia. Non è un treno è tutta la Russia che ulula verso di Te. Rainer, non T'arrabbiare: che Tu T'arrabbi oppure no, stanotte dormirò con Te. Chiudo lo strappo nell'oscurità stellata: la finestra (quando penso a Te e me, penso a una finestra, non al letto.) Gli occhi spalancati, perchè fuori c'è ancora più buio che dentro. Il letto è una nave, e noi partiamo per una viaggio.

La bocca l’ho sempre sentita come mondo: volta celeste, Il corpo l’ho sempre tradotto in anima, l’ho reso magnifico a tal punto che all’improvviso non ne è rimasto nulla.
Perché ti dico tutto questo? Per paura, forse – che tu mi ritenga comunemente passionale. “Ti amo e voglio dormire con te” – all’amicizia non è data tanta concisione. Ma è con un’altra voce che io lo dico, quasi nel sonno profondo. Il mio suono è diverso da quello della passione.
Tutto ciò che mai dorme desidera saziarsi di sonno fra le tue braccia.
Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio. (non incendio: voragine).
Rainer, si fa sera, ti amo. Ulula un treno. I treni sono i lupi, i lupi la Russia. Non un treno – la Russia intera sta ululando verso di te.

Rainer, non arrabbiarti, oppure arrabbiati quanto vuoi: stanotte dormirò con te. Uno squarcio nel buio – ci sono le stelle – concludo: finestra. (Alla finestra penso, non al letto, quando penso a te e a me.) Gli occhi spalancati, perché fuori è ancora più buio che dentro. Il letto è un vascello, ci mettiamo in viaggio. Non occorre che tu risponda – continua a baciare.

Marina Cvetaeva - lettera a Rainer Maria Rilke - 1926



“Fare l’amoe con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte. L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore (desiderio che si applica a una quantità infinità di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un’unica donna)
Milan Kundera - l'insostenibile leggerezza dell'essere





Il letto è una nave, e noi partiamo per una viaggio.




Rainer, si fa sera e io Ti amo. Ulula un treno. I treni sono lupi, i lupi sono la Russia. Non è un treno è tutta la Russia che ulula verso di Te. Rainer, non T'arrabbiare: che Tu T'arrabbi oppure no, stanotte dormirò con Te. Chiudo lo strappo nell'oscurità stellata: la finestra (quando penso a Te e me, penso a una finestra, non al letto.) Gli occhi spalancati, perchè fuori c'è ancora più buio che dentro. Il letto è una nave, e noi partiamo per una viaggio.
lettera di Marina Cvetaeva e R.M. Rilke - 2 agosto 1926




mercoledì 2 settembre 2015

Ti aspetto, sul confine tra me e te




Ti aspetto con gioia come se tu fossi un intero paese e completamente nuovo.
Ti aspetto, sul confine tra me e te.

Marina Cvetaeva *** lettera a Rilke

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