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venerdì 4 marzo 2016

io non sono uno che chiede la carità

Gaspar Heredia. Arrivai a Z verso la metà della primavera
 
Arrivai a Z verso la metà della primavera, una sera di maggio, proveniente da Barcellona. Mi rimanevano pochissimi soldi, ma non ero preoccupato perché a Z mi aspettava un lavoro. Remo Moràn, che non vedevo da molti anni ma di cui avevo sempre avuto notizie, a parte quel periodo in cui non si era saputo niente di lui, mi aveva offerto, tramite un'amica comune, un lavoro stagionale da maggio a settembre. Devo chiarire che io non avevo chiesto il lavoro, che né allora né prima avevo mai cercato di mettermi in contatto con lui, e che non avevo mai avuto l'intenzione di andare a sistemarmi a Z. E vero che eravamo stati amici ma molto tempo prima e io non sono uno che chiede la carità. Fino ad allora vivevo in un alloggio insieme ad altre tre persone, nel Barrio Chino, e le cose non mi andavano male come si potrebbe immaginare. La mia situazione legale in Spagna, tranne i primi mesi, era, senza voler caricare troppo le tinte, disperata: non ho il permesso di soggiorno, non ho il permesso di lavoro, vivo in una specie di purgatorio indefinito in attesa di trovare abbastanza denaro per spiccare il volo o pagare un avvocato che mi sistemi i documenti. Naturalmente, questo giorno è un giorno utopico, almeno per gli stranieri che come me poco o niente possiedono. Comunque non mi andava male. Per molto tempo avevo fatto lavori occasionali, come tenere una bancarella sulla Rambla o cucire con una Singer sgangherata borse di pelle per una fabbrica pirata, e così mangiavo, andavo al cinema e pagavo la mia stanza. Un giorno conobbi Monica, una cilena che aveva pure lei una bancarella sulla Rambla, e parlando venne fuori che entrambi, in periodi diversi delle nostre vite, io qualche anno prima, lei in Europa e in modo più regolare, eravamo stati amici di Remo Moràn. Da lei venni a sapere che adesso viveva a Z (io sapevo che viveva in Spagna, ma non dove) e che era imperdonabile che nella mia situazione attuale non andassi a trovarlo o non gli dessi un colpo di telefono. Per chiedergli aiuto! Naturalmente, non feci nulla; la distanza fra Remo e me mi sembrava invalicabile e poi non mi andava di disturbare. Sicché continuai a vivere o a vivacchiare, dipende, finché un giorno Monica mi raccontò che aveva visto Remo Moràn in un bar di Barcellona, e che dopo avergli spiegato la mia situazione lui aveva detto che partissi subito per Z perché lì avrei potuto sistemarmi e lavorare almeno durante la stagione estiva. Moràn si ricordava di me! Il fatto è, devo riconoscerlo, che non avevo niente di meglio e le prospettive, fino a quel momento, erano nere come un barile di petrolio. La proposta, inoltre, mi emozionò. Niente mi legava a Barcellona, avevo appena smaltito il peggior raffreddore della mia vita (arrivai a Z che avevo ancora la febbre), la sola idea di passare cinque mesi ininterrotti in riva al mare mi faceva sorridere come uno scemo, dovevo solo prendere il treno della costa e andarmene. Detto fatto: infilai nello zaino i libri e i vestiti e me ne partii col vento in poppa. Tutto quello che non riuscii a mettere lì dentro lo regalai. Lasciandomi alle spalle la Estación de Francia pensai che non avrei mai più vissuto a Barcellona. Dietro e fuori di me! Senza dolore né amarezza! All'altezza di Mataró cominciai a dimenticare tutti i visi... Ma, ovvio, questo è tanto per dire, niente si dimentica...

Roberto Roberto Bolaño La pista di ghiaccio

mercoledì 2 marzo 2016

Lo vidi per la prima volta in calle Bucareli

Remo Moràn. Lo vidi per la prima volta in calle Bucareli
 
Lo vidi per la prima volta in calle Bucareli, a Città del Messico, quindi durante la mia adolescenza, nella zona confusa e incerta che apparteneva ai poeti di ferro, in una notte greve di nebbia che costringeva le auto a circolare con lentezza e induceva i passanti a commentare, con allegro stupore, il fenomeno brumoso, così inconsueto in quelle notti messicane, almeno per quanto mi è possibile ricordare. Prima che me lo presentassero davanti al caffè La Habana, sentii la sua voce, profonda, come di velluto, l'unica cosa che non sia cambiata col passare degli anni. Disse: è una notte fatta su misura per Jack. Si riferiva a Jack lo Squartatore, ma la sua voce aveva un suono che evocava terre senza legge, dove qualunque cosa era possibile. Eravamo tutti adolescenti, adolescenti tosti, questo sì, e poeti, e ce la ridevamo. Lo sconosciuto si chiamava Gaspar Heredia, Gasparín per gli amici e i nemici gratuiti. Ricordo ancora la nebbia sotto le porte girevoli è le battute che andavano e venivano. A stento si scorgevano i visi e le luci, e la gente avvolta in quella garza sembrava energica e ignara, frammentata e innocente, come lo eravamo davvero. Adesso siamo a migliaia di chilometri dal caffè La Habana e la nebbia, fatta su misura per Jack lo Squartatore, è più densa che allora. Da calle Bucareli, a Città del Messico, fino all'omicidio!, penserete... L'intento di questo racconto è provare a persuadervi del contrario...

Roberto Bolaño La pista di ghiaccio
traduzione di Angelo Morino *** Sellerio, 2004
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