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martedì 24 settembre 2019

Nessuno ci lascia mai veramente

L'AMORE E I SUOI MIRACOLI


L’amore alto deve per forza essere possessivo, geloso?
Esiste una furia amorosa che ci porta a volere l’altro non tutto per noi ma tutto per noi e per gli altri?
Questa mi pare una zona cruciale della nostra vita sentimentale personale e collettiva. Forse le confezioni in cui mettiamo normalmente l’amore, a cominciare dal matrimonio, devono essere riviste.
Una bottiglia è un posto adatto per un liquido, ma non per una nuvola.
Tutti noi abbiamo fatto e abbiamo avuto dichiarazioni amorose improvvisamente smentite.
Non è che siamo disonesti, è che dovremmo prendere atto che noi non siamo la cosa che diciamo, noi vorremmo essere la cosa che diciamo, almeno in quel momento, poi l’umore si aggroviglia, guardiamo l’altro da un altro punto del corpo.
Forse è arrivato il momento di capire che la serietà dell’amore è anche accettare il suo essere poggiato sull’acqua. Siamo pesci in un acquario, abbiamo mosse dolci e mosse brusche in cui ci ritiriamo, passiamo ad altro.
Sono fantasie gli avvicinamenti, ma sono fantasie anche gli allontanamenti.
Nessuno ci lascia mai veramente, così come non si muore mai veramente.
 
Io non credo alla reincarnazione per il semplice fatto che non ce n’è bisogno, si rimane al mondo, ma si rimane al mondo in una forma che non ci è dato immaginare.
La cosa importante è tenere larga la vita e tenere largo l’amore.
Incontrarsi per non restare nel punto in cui siamo, ma per muoverci, per guardare il fondo e per guardare in alto. Furia, ma anche quiete, trasgressione, ma anche il buon filo delle abitudini.
In amore non è che puoi trovarti tra le braccia più di quello che ci metti. Non è che puoi fare il pane senza la farina.
Forse il grande errore sta nel pensare che c’è una forma in cui dobbiamo entrare.
E invece la forma è provvisoria, l’intimità è sempre un viaggio, uno sbilanciamento, una falla che non ci fa affondare, ma da cui dobbiamo uscire. È un miracolo incontrare gli altri, ma anche i miracoli non sono tutti belli, dobbiamo capire i miracoli che ci riguardano, quelli che a cui possiamo credere.
 
Franco Arminio


sabato 2 febbraio 2019

trenta modi per difendersi dalla miseria spirituale

trenta modi per difendersi dalla miseria spirituale
1.
avere una vita sentimentale molto viva. tenere ogni giorno molto spazio per il cuore: scrivere una lettera, accarezzare, leggere una poesia d'amore.

2.
uscire a vedere qualcosa, non un museo o un film, uscire a vedere un pezzo di mondo qualsiasi, in un posto qualsiasi.

3.
scrivere a mano e leggere un libro di carta almeno per un'ora al giorno.

4.
andare al cimitero almeno una volta la settimana.

5
passare un poco di tempo con un animale.

6
parlare con persone che hanno un'età lontana dalla nostra.

7
non mangiare carne o farlo molto raramente.

8
dire grazie molto più spesso.

9
fare almeno un esercizio di ammirazione al giorno.

10
salutare gli alberi e le altre piante.

11
cantare al telefono per qualcuno.

12
visitare gli infermi, stare vicini ai familiari degli infermi.

13
pensare a dio, anche se non ci credi.

14
inginocchiarsi ogni tanto.

15
candidarsi alle elezioni.

16
dire le proprie paure.

17
aprire la finestra appena ti svegli.

18
avere tra i propri amici una persona molta anziana.

19
parlare dei propri figli.

20
parlare dei morti.

21
immaginare di essere morti sette anni fa.

22
chiedere a qualcuno di cosa soffre.

23
confidare in tutti, non pretendere da nessuno.

24
riconoscere i propri errori e scusarsi subito.

25
benedire ogni forma di allegria.

26
leggere una poesia prima di mangiare.

27
dire ai violenti che è bello essere dolci.

28
riconoscere che le sventure sono molto rare.

29
essere grati a chi ci aiuta.

30
sapere che non siamo una cosa sola, siamo tante persone in una e tante epoche e tanti paesaggi, siamo dentro e fuori, non siamo una cosa, ma un movimento dell'universo.
 
Franco Arminio


giovedì 26 luglio 2018

lettera a Roberto Saviano

Lettera a Roberto Saviano


caro roberto,
io penso che essere contro salvini non significa dire parole contro salvini.
io penso che bisogna fare delle cose. per esempio, fare Altura con i ragazzi di bisaccia
è una cosa che produce fervore e gioia. noi di quello abbiamo bisogno
di fervore e gioia
non di parole cupe contro qualcuno. Le parole cupe sono il terreno su cui Salvini prospera.
Io difendo chi sta zitto, non per oppurtunismo, ma per non partecipare al gioco dell'attualità.
Gli scrittori che non parlano per furbizia semplicemente non sono scrittori ma mestieranti ipocriti di cui non abbiamo alcun bisogno.
Chi pensa solo ai suoi libri è un poveraccio. Oggi bisogna toccare il corpo delle persone, bisogna lavorare sullo smarrimento di tutti. é un lavoro politico colossale. La letteratura chiusa nei suoi riti e nelle sue cerchie anemiche non serve a niente.
Caro Roberto, Salvini rischia solo di essere ingigantito dalle tue attenzioni e da quelle che vorresti contro di lui. Occupiamoci di innescare fervori, passioni alte.
Occuparsi di Salvini senza pensare a come è andato il raccolto del grano ha poco senso.
E bisogna pensare alle vacche, alle api.
Gli scrittori devono avere coraggio e tu ne hai tanto
ma è un coraggio da spendere per fare bellezza
non per giocare sul campo della bruttezza.
 
Franco Arminio


mercoledì 13 giugno 2018

Kafka in ognuno di noi

Buenas noches

Ormai sono abituato: quando scrivi qualcosa chiedendo una risposta, la risposta non arriva, non arriva mai. C’è una legge che domina il mondo, una sola: si chiama indifferenza. La parola di ognuno nasce e muore da sola, senza intrecciarsi con nessun altra.
 
Franco Arminio
Kafka ognuno di noi link esterno
Questo segreto ci dice che gli altri non solo non ci sono, come sempre è stato, ma non hanno neppure voglia di esserci. Questa è la novità dell’epoca che io chiamo dell’autismo corale. Gli altri ci dicono in continuazione che non ci vogliono essere. Non ce lo dicono neppure, è come se mettessero un disco.
Franco Arminio

Immaginiamo che all’inizio vi fossero tanti piccoli gruppi, dove sono mescolati individui con atteggiamenti rivolti più verso i propri interessi e altri più tesi alla cooperazione, al benessere della comunità. Cosa hanno potuto verificare gli studiosi? All’inizio nulla di stupefacente: all’interno del gruppo, gli “egoisti” tendono ad aumentare, secondo le previsioni della selezione darwiniana, che privilegia gli individui più abili nel fare i propri interessi singoli. Ma in un secondo momento la situazione tende al ribaltamento: questo perché i gruppi dove prevalgono i generosi e gli altruisti hanno più chance di successo come gruppo. Quindi, se gli egoisti prevalgono numericamente nel corto termine e dentro il gruppo, poi, in virtù della selezione fra gruppi e dell’espansione demografica dei gruppi con più cooperatori, alla fine gli egoisti si ritrovano in minoranza e non prevalgono.
.....
La parola “altruismo”, in natura, vuol dire due cose: c’è l’altruismo con reciprocità, che ti porta a comportarti in modo altruista perché sai che avrai una ricompensa immediata. Le leonesse cacciano in gruppo, è vero, ma perché sono consapevoli del fatto che in questo modo hanno molta più probabilità di raggiungere prede grosse e dunque più cibo in media. L’altra faccia della medaglia è più difficile da spiegare: Homo sapiens – ma anche altre specie di primati, come gli scimpanzé – è capace di comportarsi in modo altruista senza aspettarsi una contropartita, almeno non nell’immediato. La selezione di gruppo fornisce qualche risposta in merito: l’individuo rinuncia in parte ai propri interessi in virtù di un benessere più grande, quello del gruppo, che poi porterà un vantaggio a tutti, compresi i singoli.

Termo Pievani

mercoledì 8 novembre 2017

Per chi ama l'amore

I libri di una pagina.
Questo è il libro secondo.
Per chi ama l'amore.


Parliamo al buio, l’unica luce sono i suoi occhi, i miei sono quasi sempre chiusi. Mi guarda, mi tocca le mani, accarezza il mio gatto. Quasi ogni sera arriva un po’ di neve, la giornata con gli altri finisce alle quattro del pomeriggio, non c’è più bisogno di uscire.
 
Io prima di lei non avevo mai incontrato un essere umano capace di vedermi. Erano stati capaci di odiarmi e di amarmi, ma mai di vedermi. È bello vivere con una che ti vede. Io da quando ho conosciuto lei ho smesso di spiare il mio corpo, non mi guardo più, ho tolto dalla casa anche gli specchi. Lei viene, mi guarda e dice dove sono, e non ho bisogno di chiedere, non ho bisogno di quelle laboriose e infruttuose operazioni che facevo un tempo al fine di farmi avvistare. Con lei ho smesso anche la mia attitudine al lamento, alla recriminazione. La mia vita è finalmente vuota e insignificante. Non devo dimostrare più niente a nessuno. Io e lei non facciamo niente. Lei racconta, io ascolto, lei mi guarda, io mi faccio guardare. Ogni tanto la guardo anche io, le accarezzo i capelli, guardo i suoi seni e poi torno con gli occhi chiusi, sento la casa, sento il tempo che passa insieme a lei, sento che l’universo sa tutto di noi, ci lascia fare, sento quello che sono e tutte le anime che ho passato, sento i miei primi respiri, aspetto i suoi gesti e i suoi gesti arrivano.
 
Non ci tocchiamo molto, ci limitiamo a guardarci e ad ascoltare i suoni, le storie che vengono dai nostri corpi. I nostri corpi suonano o raccontano mentre ci guardiamo, i nostri corpi stanno alla luce o in penombra, distesi o in piedi o seduti, quello che accade è sempre diverso anche se facciamo sempre la stessa cosa, teniamo il tempo tra le braccia e cerchiamo di non farlo cadere. Capita spesso di avere grandi pensieri mentre la guardo e anche lei mi dice di avere grandi pensieri mentre mi guarda. A volte questi pensieri li diciamo ad alta voce e s’incrociano tra loro e vanno per strade strane, i pensieri fatti col corpo in amore sono diversi dai pensieri che vengono quando leggiamo un giornale. Una volta mentre le accarezzavo la schiena ho pensato in modo così semplice da sentire il grande capogiro dell’universo. Lei mi porta in un mondo in cui c’è un solo attimo e in questo attimo il mondo si apre, si chiude, si offre, si nasconde, mi fa sentire le piante della casa, mi fa toccare il soffitto, fa scendere le nuvole nel camino, mi fa seguire una formica, mi mette nella sua testa e vedo il mondo da lì, ora sono dietro una briciola di pane, ora c’è il sole, è quel granello di zucchero, sto mangiando la luce che entra dalla finestra, sto accarezzando l’erba che è fuori, nessuno sa che noi siamo qui, la formica ci ha consigliato di tacere, ora lei mi sta baciando, ora la sua lingua incolla le vertebre, non sono più un uomo a frammenti, non sono più una cosa sparsa in una terra spezzata, sono nel mio fiato, sento le mie mani, piango, rido, divento una mollica di pane offerta a un passero, le mie ossa si sono rimpicciolite, stanno scomparendo, lo scheletro non mi serve, io devo solo piangere e pensare per il resto dei miei giorni, io devo solo vedere, ora si è aperto un occhio sulla pianta dei piedi, ora finalmente so dove cammino, e se apro le braccia tocco sempre qualcosa, il mio corpo ha smesso di girare a vuoto.
 
Franco Arminio


giovedì 26 ottobre 2017

il cammino degli infermi

Franco Arminio lo chiama il cammino degli infermi, quelli che ormai si muovono solo in rete e spesso anche quando fanno due passi non smettono di guardare lo schermo di uno smartphone e afferma che negli ultimi anni «l'Italia s'è fermata»
Serena Dandini


«Uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi… Vivere è un mestiere difficile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore più facilmente si fa arte, e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate…».
 
Franco Arminio
Lettera ai ragazzi del Sud link esterno

domenica 1 ottobre 2017

A me pare che tutte le persone abbiano paura della morte

A me pare che tutte le persone abbiano paura della morte

A me pare che tutte le persone abbiano paura della morte. La divisione è tra le persone che hanno una guaina protettiva che impedisce di essere fulminati dal pensiero della morte e tra le persone che non ce l’hanno. Io credo di appartenere a questo secondo gruppo, non so quanto numeroso. In questo secondo gruppo, credo, ci sia un’ulteriore differenza. Nel primo gruppo di persone c’è un’apprensione costante per il fatto che si muore. Nel secondo gruppo la morte è come un fiordo molto profondo dentro la carne.
 
Io credo di appartenere a questo secondo gruppo e in questo secondo gruppo c’è un’ulteriore divisione. Da una parte quelli che hanno paura della morte, ma la vedono comunque come una cosa del futuro, e quelli che la vedono come una cosa della giornata, una cosa sempre imminente.
 
Io appartengo a questo secondo gruppo. Infine c’è ancora una divisione in questo ultimo gruppo. Ci sono quelli che pensano che dopo la morte forse si continua in qualche modo a essere al mondo e quelli che pensano che si rimane morti all’infinito e pure se a un certo punto dovesse finire l’infinito tu comunque rimani morto. E mentre si fa questo giro da un infinito all’altro la testa gira e la morte non finisce e si torna qui al punto in cui ti trovi, vivo sopra il tuo secondo, sopra il tuo piccolo sasso circondato da un mare nerissimo e infinito.
 

 
Franco Arminio


lunedì 11 settembre 2017

riflessioni su FB

RIFLESSIONI SU FB

Se Facebook diventa un grande divoratore del tempo di una grande parte dell’umanità è chiaro che merita attenzione. Ed è chiaro che svolgere critiche su questo mezzo è del tutto lecito, anche mentre lo si usa. È proprio l’uso che poi ti consente la conoscenza del mezzo. Contesto a molti miei amici scrittori una critica radicale a questo pezzo basata su una sorta di impressione alla lontana o su una qualche fugace apparizione.
La faccenda è molto seria. E ci sono implicazioni molto profonde sulle inclinazioni psicologiche degli uomini del terzo millennio.
 
Io non credo per niente che si stia su Facebook per ritrovare vecchi amici. La questione è che qui si crea un surrogato di comunità nel momento in cui il mondo delle merci congeda sempre di più la comunità reale.
 
Questo non è un luogo innocente, in un certo senso è un luogo criminoso. Si uccide un mondo e in qualche modo si contribuisce a costruirne un altro. Che può essere migliore o peggiore, ma comunque non stiamo parlando di un piccolo gioco, stiamo parlando di una vicenda colossale, intimamente clamorosa. Una vicenda che altera l’equilibro tra ethos, logos e pathos. Facebook è il regno del pathos, ma è un pathos frivolo, scadente.
 

 
Franco Arminio


Facebook: un gigantesco bivacco
in cui ognuno si è iscritto a parlare
a un’assemblea planetaria
che non ha indetto nessuno.
È l’agonia ciarliera,
il diluvio universale del verbo.
Qui finiscono amori
che non sono mai nati,
formiamo associazioni
che non associano niente,
raccontiamo battaglie
che non stiamo combattendo,
mostriamo ferite
che non buttano sangue ma parole.
Franco Arminio

mercoledì 23 agosto 2017

E' bello vivere con una che ti vede

E' bello vivere con una che ti vede

Parliamo al buio, l’unica luce sono i suoi occhi, i miei sono quasi sempre chiusi. Mi guarda, mi tocca le mani, accarezza il mio gatto. Quasi ogni sera arriva un po’ di neve, la giornata con gli altri finisce alle quattro del pomeriggio, non c’è più bisogno di uscire.
 
Io prima di lei non avevo mai incontrato un essere umano capace di vedermi. Erano stati capaci di odiarmi e di amarmi, ma mai di vedermi. È bello vivere con una che ti vede. Io da quando ho conosciuto lei ho smesso di spiare il mio corpo, non mi guardo più, ho tolto dalla casa anche gli specchi. Lei viene, mi guarda e dice dove sono, e non ho bisogno di chiedere, non ho bisogno di quelle laboriose e infruttuose operazioni che facevo un tempo al fine di farmi avvistare. Con lei ho smesso anche la mia attitudine al lamento, alla recriminazione. La mia vita è finalmente vuota e insignificante. Non devo dimostrare più niente a nessuno. Io e lei non facciamo niente. Lei racconta, io ascolto, lei mi guarda, io mi faccio guardare.
 
Ogni tanto la guardo anche io, le accarezzo i capelli, guardo i suoi seni e poi torno con gli occhi chiusi, sento la casa, sento il tempo che passa insieme a lei, sento che l’universo sa tutto di noi, ci lascia fare, sento quello che sono e tutte le anime che ho passato, sento i miei primi respiri, aspetto i suoi gesti e i suoi gesti arrivano. Non ci tocchiamo molto, ci limitiamo a guardarci e ad ascoltare i suoni, le storie che vengono dai nostri corpi. I nostri corpi suonano o raccontano mentre ci guardiamo, i nostri corpi stanno alla luce o in penombra, distesi o in piedi o seduti, quello che accade è sempre diverso anche se facciamo sempre la stessa cosa, teniamo il tempo tra le braccia e cerchiamo di non farlo cadere. Capita spesso di avere grandi pensieri mentre la guardo e anche lei mi dice di avere grandi pensieri mentre mi guarda. A volte questi pensieri li diciamo ad alta voce e s’incrociano tra loro e vanno per strade strane, i pensieri fatti col corpo in amore sono diversi dai pensieri che vengono quando leggiamo un giornale.
 
Una volta mentre le accarezzavo la schiena ho pensato in modo così semplice da sentire il grande capogiro dell’universo. Lei mi porta in un mondo in cui c’è un solo attimo e in questo attimo il mondo si apre, si chiude, si offre, si nasconde, mi fa sentire le piante della casa, mi fa toccare il soffitto, fa scendere le nuvole nel camino, mi fa seguire una formica, mi mette nella sua testa e vedo il mondo da lì, ora sono dietro una briciola di pane, ora c’è il sole, è quel granello di zucchero, sto mangiando la luce che entra dalla finestra, sto accarezzando l’erba che è fuori, nessuno sa che noi siamo qui, la formica ci ha consigliato di tacere, ora lei mi sta baciando, ora la sua lingua incolla le vertebre, non sono più un uomo a frammenti, non sono più una cosa sparsa in una terra spezzata, sono nel mio fiato, sento le mie mani, piango, rido, divento una mollica di pane offerta a un passero, le mie ossa si sono rimpicciolite, stanno scomparendo, lo scheletro non mi serve, io devo solo piangere e pensare per il resto dei miei giorni, io devo solo vedere, ora si è aperto un occhio sulla pianta dei piedi, ora finalmente so dove cammino, e se apro le braccia tocco sempre qualcosa, il mio corpo ha smesso di girare a vuoto.
 
Franco Arminio


martedì 22 agosto 2017

dall'età della pietra all'età della piastrella

Il cammino degli infermi

Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
 
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
 
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
 
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni .
 
Nei miei testi continuo a fare l’elogio dell’andare fuori, però anche nei miei giri paesologici di fatto passo molto tempo in macchina. Faccio camminate brevi, spesso mi prende lo sconforto e mi rimetto in moto in cerca di un altro paese.
 
Insomma, quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.
 
Ultimamente si vedono dei camminatori infelici, gente che ha avuto un infarto o teme di averlo. E allora avanti, avanti con la cura coatta del corpo, avanti col fregarsene di quello che accade intorno a noi. L’importante è stare in forma, anche se poi non si sa bene che farsene di questa forma. Al massimo si può telefonare o scrivere al computer.
 
Io credo che il primo gesto per ridare spazio al camminare sia quello di chiedere le dimissioni del capitalismo burocratico. Ci sono troppi uffici, troppe scrivanie. Le persone hanno la testa allagata di parole. E quando stai con la testa allagata di parole camminare più che salutare è doloroso. Dovresti guardare il mondo e sei fermo nella palude delle tue ansie, delle tue paure, delle tue recriminazioni. Vorresti camminare in leggerezza, soffiare via ogni peso e invece sei addobbato come un albero di natale e continuano ad arrivarti pesi da ogni parte. Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.
 
Dal nomadismo al divano è passato molto tempo, lo stesso che divide l’età della pietra da quella della piastrella. È arrivato il momento di rimettersi in cammino, ma senza aloni misticheggianti. Camminare per guardare, camminare perché percepire è più importante che giudicare, guardare quello che c’è piuttosto che pensare il mondo per come ce lo hanno descritto altri. È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma.
 
Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro.
 
Franco Arminio
Comunità provvisorie link esterno


Nebrodi

lunedì 21 agosto 2017

Decalogo per La luna e i calanchi

decalogo in partenza per Aliano
 
1.
trascura le tue perdite, consolati con le cose belle che accadono agli altri.
2.
guarda, dedica molte parti della giornata solo al guardare.
3.
sappi che sei un ricco possidente. la terra è tutta tua.
4.
cerca di essere attento al dolore degli altri. pensa che puoi guarirlo.
5.
considera i pericoli della tua casa, della tua mente. dai fiducia a quello che c'è fuori.
6.
usa la paura per non diventare fatuo, solo per quello.
7.
la tua salute dipende tutta da te e un poco anche quella degli altri.
8.
i tuoi nemici sono sempre gli stessi. solo gli amori sono nuovi.
9.
non chiedere a chi hai già chiesto. racconta le tue cose. ascolte le loro cose.
10.
sei un allievo. stai al mondo per imparare, non per sapere.
 
Franco Arminio


C’è la peste - materiali introduttivi alla festa di Aliano.... 4

materiali introduttivi alla festa di Aliano.... 4

Dobbiamo seppellire la nostra presunzione di specie e aprire una stagione in cui prendiamo atto che c’è la peste. Questa peste possiamo chiamarla autismo corale. Non uccide, corrode i legami anche quando li alimenta. La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo niente da dirci, che non crediamo più agli altri e neppure a noi stessi.
 
In un contesto del genere è veramente penoso vedere come la politica continua a restringere il proprio raggio d’azione spirituale. È un esercizio tecnico in cui il cinismo e la mediocrità vengono scambiati per atti eroici. Non abbiamo bisogno di politicanti che sanno di aria cattiva, che non amano la poesia, non amano i cimiteri, non sono interessati ai tramonti, ai grandi libri, ai gatti. Basta con gli untori dell’opinionismo, quelli che ogni stagione è sempre la loro stagione, quelli che anche con il sole c'è brutto tempo sulla loro faccia.
 
In giro si avverte una confusione inerte e il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo, ci vorrà una nuova genesi, un nuovissimo testamento.
 
Franco Arminio


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