Visualizzazione post con etichetta vuoto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vuoto. Mostra tutti i post

sabato 23 dicembre 2017

Esorcismo

Juan Ruiz
per farne dono alla tua libertà
perché tu ne eri degna, tu sola,
mia pena inespiabile e segreta.

Esorcismo
Provo ad esorcizzare la tua assenza
col ricordo il ricordo col rimpianto
ma il rimpianto ravviva il desiderio
che più punge più accresce il dolore
di averti perduta. Così ti perdo
due volte e perdendoti mi perdo
perché non ho pace e mi danno
dannandoti, donandoti in quest’ora
amara il mio corpo e la sua ombra
il mio sangue in lacrime e in versi
sciolto, in queste parole di rimpianto.
Piango i persi giorni foglie del tempo
che un vortice (tuo sguardo)
strappò dal ramo spoglio della vita
per farne dono alla tua libertà
perché tu ne eri degna, tu sola,
mia pena inespiabile e segreta.
 
Juan Ruiz
Poesia Senza pari link esterno

di Francesco Dalessandro

domenica 26 novembre 2017

Spiragli di luce


Quanti buchi scuri e nascosti


 
Spiragli di luce

Quanto vuoto si è generato senza riempire gli spazi
Quanti buchi scuri e nascosti,
Stanno lì  e fanno compagnia  agli spiragli di luce.

D.N. 24/11/2017 h 15,32


lunedì 20 giugno 2016

E butta giù



 


E butta giù   

Oggi non c'è  sole che mi faccia sorridere
Può splendere e illuminare quanto vuole
Può  esserci il profumo delle viole
Può esserci il suono del mare

Non va...
Gira
Torna
E butta giù 
questo respiro che affligge il pensiero.

D.N. 10 giugno 2016

sabato 28 maggio 2016

giovedì 28 aprile 2016

Il dono di me stesso

Valery Larbaud

Ovunque io vado, nell'universo intero,
incontro sempre, fuori di me come in me,
l'incolmabile Vuoto,
l'indomabile Nulla.

IL DONO DI SE STESSO

Mi offro a ciascuno come ricompensa;
ve la dò ancora prima che l'abbiate meritata.
C'è qualcosa in me,
al fondo di me, al centro di me,
qualcosa di infinitamente arido
come la cima delle montagne più alte;
qualcosa che somiglia al punto morto della retina,
privo di eco, ma che vede e sente,
un essere con vita propria e che, tuttavia,
vive tutta la mia vita e ascolta, impassibile,
ciò che la mia coscienza va ciarlando.
Un essere fatto di niente, se possibile,
incurante delle mie sofferenze fisiche,
che non piange quando io piango,
che non ride quando io rido,
che non arrossisce se commetto un'infamia
e che non geme se il mio cuore è ferito;
se ne sta immobile e non dà consigli,
ma sembra eternamente dire:
"Sono qui, a tutto indifferente".
È forse un vuoto com'è il vuoto,
ma così grande che Bene e Male assieme
non riescono a colmarlo.
L'odio vi muore d'asfissia,
e il più grande amore non vi penetra mai.
Prendete tutto di me dunque: il senso di questi versi,
non quanto si legge, ma ciò che si intravvede
mio malgrado: prendete, prendete pure, non avrete nulla.
Ovunque io vado, nell'universo intero,
incontro sempre, fuori di me come in me,
l'incolmabile Vuoto,
l'indomabile Nulla.

Valery Larbaud

.



sabato 17 ottobre 2015

gelosamente









Gli spazi che non riempiamo E i vuoti che conserviamo Gelosamente D.N.


mercoledì 2 settembre 2015

solitudine e incomunicabilita nei social



oggi non si comunica molto, non ci si ascolta molto, stregati dal fascino inquietante della televisione e dei social network, che creano relazioni inautentiche: incapaci di riempire il vuoto e la solitudine che dilagano nella vita di oggi.

Eugenio Borgna


Nei social si crea uno spazio fittizio nel disperato tentativo di costruire relazioni ideali e perfette quanto inconsistenti che durano il tempo della connessione.

In tale spazio è facile proiettare ciò che vorremmo essere o ciò che abbiamo paura di essere nella vita reale.
E' facile illudersi di riempire il vuoto e la solitudine che ci accompagna nell'esistenza quotidiana.

L'uso dei social se non viene gestito con intelligenza e buon senso diventa una droga potente di cui non possiamo fare a meno che brucia il nostro tempo, il tempo di coltivare relazioni autentiche che richiedono impegno e fatica, il tempo della lettura.
Succede così che ci alziamo al mattino e sentiamo l'irresistibile bisogno di entrare nei social, ancor prima di salutare i nostri figli i nostri partner o i nostri amici.

Sembra tutto così facile e appagante, poter sfogare gli istinti piu' bassi al riparo dell'anonimato, esibire la parte migliore di se, manifestare "emozioni" dell'anima e del cuore, condite da citazioni altissime o da frasi banali e melense.
Così facile condividere la bellezza dell'ascolto dell'altro, del rispetto, del sorriso... di tutta la gamma dei buoni sentimenti. "postare" una bella poesia d'amore, fare il copia incolla di frasi ad effetto sull'amore, sull'anima sull'amicizia dalle tante raccolte piu' o meno autentiche che si trovano in rete. Esibire il nostro dolore, o la nostra intelligenza o la nostra bellezza, in una gara senza fine.
Così come altrettanto facile è insultare e offendere.
Tutto rimane nello spazio fittizio ed effimero dei social e non ha conseguenze, ne impegno ne responsabilità. Chiusa la connessione torniamo ai nostri comportamenti  concreti, ben diversi e piu' problematici.

E intanto il tempo inesorabilmente passa, non leggiamo più, non guardiamo più le persone che ci passano accanto, presi come siamo a digitare parole, sentimenti, emozioni, immagini sul monitor dello smartphone;  non sappiamo piu' esprimere e comunicare un'emozione o un sentimento alle persone concrete che incontriamo nella nostra vita.

Così, alla fine della giornata del tempo della connessione non resta che una vaga traccia "come della rena restano, nella rughe della pelle, dei granellini sparsi" (Antonia Pozzi).
E una sottile linea di angoscia, di vuoto e di solitudine ci invade. Non ci resta allora che attendere con ansia l'alba del giorno dopo, per connetterci di nuovo e ricominciare.

Eppure i social se usati con intelligenza e parsimonia possono diventare un luogo di comunicazione e di scambio di conoscenze, esperienze ed emozioni. E le relazioni essere coltivate e proseguire fuori dai social.

Juan Pedroso

mercoledì 10 giugno 2015

entrare dentro al dolore

Nel dolore

Entrare dentro al dolore,
superando i limiti
dello stesso
per capire se il vero dolore
è un altro.
Entrare dentro al dolore
fino a far rinsecchire
il corpo
e capire che il vero dolore
è il vuoto.
Entrare dentro al dolore
per capire che la verità
sta nell’amore.

Massimo De Carolis

domenica 3 maggio 2015

il dolore dell’assenza, il buco che rimane dentro l’anima

ARIE

È arrivato l’oblio.
Lo ricevo in silenzio
grata.
Ma mi curvo
come una foglia secca,
perché il vuoto
                         pesa.

Susana Cabuchi

sabato 2 maggio 2015

la mancanza, il vuoto

Desiderio

Il desiderio è mancanza, è vuoto, da pensare non come uno stato stabile contrario al pieno, ma come uno stato insaturabile che si svuota man mano che cerchiamo di riempirlo
Umberto Galimberti
la relazione con un'altra coscienza deve essere una relazione di vero riconoscimento, per poter veramente saturare il desiderio infinito. Se, al contrario, l'altro viene strumentalizzato, ridotto a mezzo, subordinato a sé, egli viene in questo modo ridotto ad un finito, ad una cosa e, di nuovo, non è più grado di saturare il desiderio infinito.

Fabricio Turoldo - Enciclopedia de bioetica

Il termine desiderio deriva dalla composizione della particella privativa "de" con il termine latino sidus, sideris (plurale sidera), che significa stella. Dunque "desidera", da cui "desiderio", significherebbe, letteralmente, "condizione in cui sono assenti le stelle". Sembra infatti che il termine abbia avuto origine dal linguaggio degli antichi aruspici che, trovando il cielo coperto dalle nuvole, non erano in grado di compiere le loro funzioni divinatorie, non potendo vedere le stelle, dalla cui osservazione traevano le loro profezie. In questi particolari momenti di assenza del cielo stellato, si accendeva dunque negli aruspici un desiderio profondo delle stelle, che proseguiva sino al loro nuovo apparire. Questa ipotesi etimologica potrebbe essere ulteriormente rafforzata dalla riflessione sul termine "considerare", costruito in modo simile a desiderare. Considerare deriva infatti da cum + sidera e, originariamente, significava "divinare", cioè profetizzare, interpretando le stelle. Il termine "desiderantes" (da "de sideribus") è presente anche nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, dove viene utilizzato per indicare i soldati che stanno sotto le stelle ad aspettare quelli che, dopo aver combattuto durante il giorno, non sono ancora tornati.

Fabricio Turoldo Enciclopedia de bioetica

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

home