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sabato 19 dicembre 2015

la fine imminente di un’attesa





...si sente dentro come un principio di sollievo, la fine imminente di un’attesa, qualcosa che gli ricorda i tempi in cui l’estate, piú che cominciare, gli veniva incontro.

Diego De Silva Mancarsi


venerdì 18 dicembre 2015

Che mi deluda, se capita.


Voglio un uomo a cui la vita abbia dato troppo da fare perché si sforzi di piacermi e soprattutto compiacermi. Che mi deluda, se capita. Perché non c’è niente di cosí imperdonabile nel deludere qualcuno, Cristo santo. È una cosa che succede continuamente, e vorrei che succedesse anche a me. Ma sul serio. Vorrei essere delusa e deludere, ma sperimentare una delusione risolutiva, di quelle che ti fanno chiudere un capitolo e guardare avanti, non portare questa specie di lutto tutta la vita, manco fosse sempre colpa mia. Mi ha invecchiato, quella faticaccia. Non voglio piú farla.

Diego De Silva Mancarsi


Non trova piú, come una volta, che gli imbranati abbiano un fascino


A Irene, in fondo e anche in cima, Valerio Valente non piace. Non ha voglia di approfondire la sua conoscenza, e forse nemmeno di farla. La sua timidezza non le fa né caldo né freddo. Non trova piú, come una volta, che gli imbranati abbiano un fascino. Pensa, anzi, che non ne abbiano affatto. E non perché la fanno tanto lunga prima di buttarsi (tutto sommato, un modo di apparire patologicamente incapaci di andare in giro a rimorchiare e quindi, in prospettiva, fedeli); ma perché in quell’inettitudine che sulle prime ispira tenerezza e compassione erotica (non l’istinto materno, che Irene non ne può piú di sentir chiamare in causa appena la sessualità femminile diventa argomento di discussione, e non ha mai capito cosa c’entri con il portarsi a letto qualcuno, dato che la sola idea di associare un amante a un bambino la trova di pessimo gusto, oltre che psicologicamente stiracchiata) sente il peso di un barile che le viene scaricato sulle spalle.
 
L’imbranato non fa la sua parte, la elude. Si giustifica. Te l’appioppa. E cosí tu devi fare anche la sua. Devi corteggiarti al suo posto, prendere l’iniziativa al suo posto, fidanzarti con te stessa al suo posto, amarti al suo posto (a volte anche scoparti al suo posto), diventare amministratore delegato, commesso e facchino della coppia, se ti avventuri in una vita a due.
 
L’imbranato dice: «Non mi vengono le parole, non ce la faccio. Levamele tu di bocca, ti dispiace?»
Poi dice: «Anch’io vorrei sposarti, ma il matrimonio mi terrorizza. Per favore, dimmi che andrà tutto bene. Convincimi».
Poi dice: «Sei proprio sicura di essere incinta? Non credevo che sarebbe successo cosí presto».
Poi dice: «Non sarebbe meglio andare in affitto piuttosto che metterci un mutuo sulle spalle?»
Poi dice: «Certo che amo i nostri figli. Farei qualsiasi cosa per loro, lo sai. È solo che ancora non riesco a sentirmi a mio agio nel ruolo di padre».
E via, tutta la vita questa pièce.

Questo tipo di fascino ha smesso di affascinarmi, ha decretato Irene dopo una lunga frequentazione della categoria. È come incarnarsi in Liv Ullmann in un remake di Scene da un matrimonio girato da Topolino.

Diego De Silva Mancarsi


giovedì 17 dicembre 2015

La gente Vive molto piú tranquilla se si associa al pensiero comune


La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se ne vergogna. Specie se le capita di farsi delle domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto piú tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane.
 
Invece, chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere, addirittura. È per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono): tipo dare del tu a qualcuno cosí a comando, invece di dire, senza che ci sia niente di male nel dirlo (come ha appena fatto Pavel, appunto) che il passaggio dal lei al tu, specie se il lei è durato a lungo, richiede un clic che o ti scatta o non ti scatta, e non è affatto detto che ti scatti solo perché l’altro te l’ha chiesto; e tu nemmeno hai detto di no, anzi hai tutta l’intenzione di dire sí, solo vorresti che ti venisse spontaneo, vorresti sentirtelo nelle orecchie quel clic.
 
Invece la pratica delle relazioni sociali è fatta di queste reciprocità dovute all’istante, di adesioni immediate; e se tu ti prendi del tempo o ti limiti anche solo a pensarci prima di dire sí, io mi sento in diritto di biasimarti, anzi addirittura mi offendo.
 
Funziona cosí anche nell’amore, dove si tace molto piú di quanto si dica. Persino nell’amicizia, che dovrebbe essere il luogo dove la parola non conosce inibizioni e divieti. Ci censuriamo continuamente per paura di deludere, offendere, restare soli. Non difendiamo i nostri pensieri e li svendiamo per poco o niente, barattandoli con la dose minima di quieto vivere che ci lascia in quella tollerabile infelicità che non capiamo nemmeno di cosa sia fatta, esattamente. Siamo piuttosto ignoranti in materia d’infelicità, soprattutto della nostra.
 
È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare.

Diego De Silva Mancarsi


gli uomini non vanno dietro, vanno intorno


Per un mese e mezzo abbondante ha fatto un po’ di girondella (gli uomini non vanno dietro, vanno intorno), accorciando progressivamente le distanze; ha cercato di non risultare troppo invadente e ha fatto in modo che Irene cogliesse la studiata casualità delle sue ripetute apparizioni al distributore automatico del caffè, per poi ritrattare tutto al momento dell’approccio, come se arrivato al dunque volesse ritirarsi per prepararsi meglio.
Eccone un altro, ha pensato Irene fin dalla prima retromarcia.

Il problema era che per ovviare agli attacchi d’insicurezza che lo assalivano quando arrivava il momento di aprire bocca e praticamente dichiararsi, doveva inventarsi qualcosa da dire che in apparenza contraddicesse la fatica che aveva fatto per arrivare fin lí, e allo stesso tempo suonasse come una disperata richiesta di dilazione alle orecchie di lei, che perciò avrebbe dovuto comprendere la sua difficoltà, fingere di assecondarlo e permettergli di tornare alla carica senza perdere i punti accumulati (un compito tremendamente oneroso, che solo a descriverlo viene da domandarsi perché mai qualcuno dovrebbe pensare di assumerselo).

Diego De Silva Mancarsi


mercoledì 16 dicembre 2015

C’era qualcosa di miserevole nel dilapidare la libertà




C’era qualcosa di miserevole nel dilapidare la libertà. Usarla le toglieva valore, la involgariva, l’abbassava di livello. La faceva diventare un potere qualsiasi. Era invece nel centellinarla, e piú ancora nel rinunciarci, che Nicola si sentiva veramente libero. Trovava che il bello della libertà fosse nel minacciare di servirsene.

Diego Da Silva Mancarsi


martedì 15 dicembre 2015

Non si può essere fedeli nel raccontare la fine di una storia


Non si può essere fedeli nel raccontare la fine di una storia. Anche se sembra un controsenso (ma è solo una delle tante ipocrisie necessarie che ci toccano), quando viene il momento di dare la notizia siamo portati a non dir male della persona che abbiamo (o ci ha) lasciato. Anche se ci ha ferito piú di chiunque altro, e non riusciremmo a perdonarla nemmeno se volessimo. Dobbiamo fare informazione, e temiamo l’apprezzamento del pubblico. Abbiamo paura che non capisca, che giudichi dal titolo, senza leggere; e in questo modo faccia scempio di tutto quello che c’era dietro e prima, tutto quello che per noi ha avuto senso e valore ed era nostro.
 
Allora studiamo una versione ufficiale della fine, che esponiamo sereni, pazientemente disposti a spiegare, come se il nostro atteggiamento benevolo verso le ragioni dell’altro, cosí diverse dalle nostre, facesse passare l’idea che non abbiamo fallito del tutto.
 
Non è il semplice orgoglio che ci spinge a impegnarci in questa finzione (a volte costruita fin nei minimi dettagli, con pause, sospensioni e calcolate incertezze che affiniamo di atto in atto): è l’unico modo, per quanto disperato e falso, che ci resta per non tradire qualcosa che abbiamo amato.

Diego De Silva Mancarsi


la vita è casuale?


Il dolore e la felicità sono fatti soprattutto di cianfrusaglie, paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludiamo che ci possano tornare utili. Non siamo responsabili dei nostri sentimenti né del flusso che li causa o li alimenta e tutto sommato neanche delle nostre azioni, anche se poi dobbiamo risponderne (e farlo anche se nessuno ce lo chiede), com’è giusto che sia.
 
Agiamo quasi sempre d’impulso e molto meno sulla base di un calcolo. Chi pianifica e si muove solo al termine di un’attenta valutazione dei pro e dei contro, chi realizza soltanto quello che progetta, di fatto si perde la parte piú interessante, e lo sa. Anche nello scegliere responsabilmente c’è una quota d’irresponsabilità, la messa in conto di una perdita. Forse si agisce sempre a costo di qualcosa.

Diego De Silva Mancarsi


lunedì 14 dicembre 2015

perdere completamente il senso della realtà


È stata brava, Irene – ma che brava, è stata – a fermarsi prima del tempo. È tutto lí il segreto, recidere sul piú bello, non è cosí? Essere quanto piú drastici si riesce, e poi lavorare di logica per assolversi a solitudine ritrovata. Razionalizzare, si diceva una volta e forse si dice ancora. E quanto ha razionalizzato, Irene. Che cosa non s’è raccontata per convincersi.
 
Un cliché. Una tresca casalinga. Fra tutte, quella che mi ha sempre irritato. La piú ovvia, la piú abbordabile, praticata dai poveri di risorse. Fatta con quello che ti trovi intorno, senza intraprendenza, senza sprechi d’energie, come la cena con gli avanzi che ho preparato la sera che m’è arrivato in casa. Neanche la statura di andare in giro e trovartelo da te, un amante. Come le coppie che si formano rapinandosi a vicenda. I mariti delle altre o i vecchi amici che a un tratto guardi con occhi nuovi. L’usato garantito. A domicilio, per giunta. Il collega di tuo marito dai lineamenti regolari venuto a cena, Dio santo. Il primo che ti è entrato in casa e ti ha fatto un minimo di gesti adeguati. Basta cosí poco per cadere nelle braccia di un altro, alle spalle di un uomo fiducioso e innamorato che non sa, non sospetta, non ti crede all’altezza di un gesto cosí basso e banale? Tutto qui il valore che hai dato al tuo matrimonio?
 
E come la metti con te stessa, come ti difendi, cosa ti racconti? Non sono stata io, ho solo aperto la porta, è successo? Me ne stavo tranquilla per i fatti miei, è stato lui a stanarmi? Ma che posizione inattaccabile. Che sceneggiatura originale. Che storia edificante. Scopare negli alberghi, un vero traguardo. Cenare nei ristoranti fuori mano. Sentirti gelare il sangue se ti sembra che sia entrato qualcuno che conosci anche soltanto indirettamente. Nasconderti. Mentire abitualmente, preventivamente, utilizzare qualsiasi occasione o combinazione di circostanze appaia adatta a giustificare la prossima fuga. Tornare a casa e sentirti estranea. Mantenere un equilibrio. Pensare di affittare un appartamento per i vostri incontri, per simulare una vita che non potete permettervi. Ma basta. Fermati finché ancora ragioni. Fermati prima di perdere completamente il senso della realtà e trascinare tutto in rovina credendo di avere ancora il controllo della situazione mentre precipiti.
 
Tanto questa storia finirà, lo sapete tutti e due, vi state solo divorando, tu non lascerai tuo marito né lui sua moglie e i suoi figli, anche se ti ama e tu lo ami e quando siete insieme tutto il resto smette di contare (diventa resto, appunto, lo chiami cosí, te ne accorgi?); le storie, e tu lo sai, devono avere un’origine semplice per evolversi, non durano se devono riabilitarsi, lottare, vincere, infliggersi e procurare sofferenze invece di dedicarsi serenamente a se stesse. E poi dimmi, è cosí importante la tua felicità? Deve proprio occupare il centro del mondo? Ma quanto sei importante, tu?
 
È stata brava, Irene – ma che brava, è stata – a confezionarsi il trattatello moralista. La requisitoria ha funzionato. Si è convinta. Lui, quando se n’è andato, ha detto che non avrebbero avuto un’altra possibilità. Che dovevano stare insieme subito oppure mai piú. E lei gli ha risposto, un po’ scherzando un po’ tremando nelle labbra, che le sembrava d’essere in un film, quando lui dice a lei partiamo, lasciamo tutto, andiamo via stanotte, ti aspetto alla stazione.
 
Non sto recitando, aveva detto lui, o prendiamo questa decisione adesso o finisce tutto e per sempre.
E lei in quel momento aveva provato sollievo, perché sapeva che era un uomo di parola, e che l’avrebbe mantenuta. E cosí ha fatto.
Brava, Irene.
Ma che brava sei stata.


Diego De Silva Mancarsi


L'impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina,





E' piuttosto volgare, il buonsenso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle di fallimento, calcola. Il coraggio la sincerità e l'istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e preparare la controffensiva. L'impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spesso non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, dire sì o no.
E' questo il bello.

Diego Da Silva Mancarsi




Scriveva per farsi rapporto. Per schedare i suoi errori


Ogni sera dedicava almeno un’ora a mettere per iscritto i suoi sbagli. Redigeva un bilancio inutile del suo rapporto con Licia raccontando a se stesso i cedimenti, i compromessi, le reticenze, i litigi mancati, tutte le volte in cui era stato zitto invece di parlare; lo strano, fastidioso imbarazzo che lo prendeva davanti a lei e non era mai riuscito ad ammettere con se stesso prima della sua morte (come un timore di deluderla, quel sentirsi in dovere di facilitarle la vita sempre e comunque, il non sopportare di vederla contrariata per un motivo qualsiasi, dandosi subito da fare per risolvere le cose al suo posto). Non riscriveva la loro storia, non gli interessava questo. Tanto meno avrebbe voluto che qualcuno la leggesse. Scriveva per farsi rapporto. Per schedare i suoi errori e tenere ben presente quello che non voleva.
L’attenzione che usavo nel comporre le frasi in modo che risultassero corrette, mai ambigue, rispettose.
Il timore della tua riprovazione.
La prontezza nel darti ragione.
Il lasciare le cose come stavano.
La mia incapacità di cambiarti.
Pensare ancora adesso che non avevo il diritto di farlo.
La buona educazione con cui ci trattavamo.
L’aver pensato che tu contassi piú della felicità.
La fiducia in te che non ho mai perso.
Gli anni che passavano.



Diego Da Silva Mancarsi


domenica 13 dicembre 2015

quando siamo abbastanza deconcentrati e disinteressati



a volte esprimere la realta' cosi' come e' ci spinge a non essere sinceri.
La sincerita (...) non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza. ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione e patetica debolezza
Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso link esterno
Se impariamo qualcosa la impariamo incidentalmente, quando non abbiamo neanche intenzione di farlo e siamo abbastanza deconcentrati e disinteressati a noi stessi da sperimentare un gesto che non avevamo mai compiuto prima e dal quale vediamo discendere in tempi sorprendentemente rapidi una cascata di piccoli effetti benefici che svecchiano il nostro sguardo sulle cose e rendono fattibili le scelte.

Diego De Silva Mancarsi




E' così che ci si perde per strada


E' così che ci si perde per strada, che si diventa brutte copie di se stessi. Smussandosi, modificando il senso delle cose che si fammo (come ridere per non parlare, appunto), tradendo le proprie convinzioni o lasciando che l'altro le offenda o le svaluti, praticando la mansuetudine, considerando fisiologico, inevitabile e persino giusto che il passare del tempo snaturi gli aspetti più autentici del carattere, ridimensioni gli interessi, spenga le passioni, i desideri e soprattutto il desiderio

Diego De Silva Mancarsi


giovedì 10 dicembre 2015

quando viene a girare dalle tue parti o lo vedi dalla finestra



... sapeva che quello che soprattutto fa la persona che ami è occupare dello spazio, stare al mondo: diventare il tuo spazio e il tuo mondo. E il peggio che ti può capitare [...] è di pensare di avere abbastanza mondo per essere felice, addirittura diventarlo, e così raccontarti che nel resto del mondo, tutto quell'altro mondo che non è lei, non vuoi neanche più andarci; infatti non ci vai, e dopo un po' ti senti persino fiero di aver smesso di frequentarlo, quel mondo così vasto, anche se poi quando viene a girare dalle tue parti o lo vedi dalla finestra ti sale un po' di magone, e te ne torni dentro mordentoti le labbra.

Diego De Silva "Mancarsi"



Forse però le era mancata di più la sua vita.


Non che lui non le mancasse: Forse però le era mancata di più la sua vita. E adesso che l'aveva ritrovata se la stava riprendendo.
[...]
...[ma] Se sapevi (perchè via non potevi non saperlo) che non era quella la vita che volevi, non sarebbe stato più onesto prendere prima la tua strada?

Diego De Silva "Mancarsi"


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