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giovedì 15 giugno 2017

La mia terra


I profumi si mischiano ai suoni
e non c'è più tempo e spazio
ma solo la tua dimensione


 
La mia terra

Distese d'oro che si muovono al vento
Colline azzurre che si agitano al sole...
Questa è la mia terra
 

I profumi si mischiano ai suoni
e non c'è più tempo e spazio
ma solo la tua dimensione



D.N. 13/06/2017


mercoledì 6 gennaio 2016

Die, un album nato dalle viscere della terra sarda




1. Iosonouncane, Die
Die è un album nato dalle viscere della terra sarda, quella che ha dato i natali a Jacopo Incani, in arte Iosonouncane. Racconta la storia di un uomo e una donna. L’uomo si trova in mezzo al mare e ha paura di morire. La donna guarda dalla riva gli ultimi scoppi di burrasca e ha paura di non rivederlo mai più. È un concept album strutturato in sei parti, con due brani corali (Tanca e Mandria) ad aprire e chiudere il disco, e quattro brani centrali (StormiBuioCarne e Paesaggio).

Die è un disco coraggioso, perché è tanto inattuale quanto innovativo, tanto arcaico quanto moderno. Fa andare Lucio Battisti a braccetto con Aphex Twin, la musica sarda con il prog rock degli anni settanta. Tra qualche anno sarà considerato un classico della musica italiana.

    - Internazionale

***
Iosonouncane – DIE
Quando trovo un disco italiano che mi fa girare la testa vado in immersione sonora per mesi. Non è una cosa che capita spesso da quando una certa concezione di musica italiana – per intenderci filocantautorale ma frequentemente stantìa, immobile, quasi del tutto priva di vitalità e ricerca – si è andata sempre più consolidando.

Invece da quando è uscito DIE, secondo lavoro in studio di Iosonouncane, finisco per ascoltarlo ogni giorno: viaggio tantissimo sui treni e ho scoperto che mi innamoro di dischi che rappresentano essi stessi un ulteriore viaggio, trip, passeggiata in un altrove sonoro, e DIE in questo senso è un ascolto perfetto. Un concept che racconta di una donna su una spiaggia e di un uomo perso in mare, in un istante perduto nell’ora più calda del giorno lei pensa a lui e lui pensa a lei, alla burrasca, alla fine: si rivedranno o non si incontreranno mai? Si sono mai conosciuti o sono solo uno la rappresentazione dell’attesa dell’altro?

Non lo sappiamo ma il loro è un incontro mentale, un viaggio epico, appunto, qualcosa che si muove tra l’Eneide e il pop. Che Jacopo Incani fosse un talento sproporzionato era già stato chiarito nel 2010 quando con La macarena su Roma era riuscito a dipingere un quadro neorealistico perfetto di tutto l’orrore sociale dell’Italia barbara, stesa su tappeti elettronici potentissimi e incalzanti. Con DIE però, Incani si supera: i tappeti sonori sono diventati onde violentissime, trascinanti, la miseria della società è stata ingurgitata, masticata con forza e sputata da sua maestà la natura. Melodie elettroniche esondanti si mescolano a cori femminili e al sound profondo della chitarra sarda preparata di Paolo Angeli. Uscire dal loop di Stormi riprodotta centinaia di volte al giorno è sostanzialmente un’impresa impossibile.

Giulia Cavaliere - Prismalink esterno



martedì 20 ottobre 2015

panedisaba



La dieta ha che fare con la salute, non con la bellezza!!!!!
Ci sono momenti in cui bisogna essere coraggiosi.... mandando affanxxxx la dieta #sarditudine #panedisaba @_ironica_1


domenica 9 agosto 2015

perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...




Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali. Perché dentro il concetto stesso di specialità, applicato a un popolo, c’è un’idea di distanza. È speciale chi sa fare meglio delle cose, chi ha raggiunto un risultato sofferto, chi ha meritato di uscire dalla normalità. Essere sardi non significa automaticamente essere speciali. Essere altro. L’essere speciali, l’essere altro, sono condizioni che vanno conquistate e dimostrate sul campo, per tutti. L’illusione della specialità etnica è sottilmente fascista e produce pigrizia: sono sardo e questo deve bastare, tutelatemi, assistetemi, io sono qui. Ma il certificato di nascita non basta, quel pezzo di carta certifica solo una casualità biologica, non certo un diritto acquisito. Ecco, vorrei una Sardegna dove si impara a essere anche sardi. Vorrei un luogo che non fosse martoriato dall’angoscia del sé, dalla sicumera di chi, nel profondo, si sente inferiore, dalla prepotenza del figlio cadetto. Vorrei una Sardegna dove si smettesse di dibattere dei massimi sistemi per non affrontare la banalità del quotidiano. La ricerca di uno status accettabile sta producendo un destino di soffocante frustrazione. Non siamo quel che siamo, ma qualcosa a cui, ostinatamente, vogliamo assomigliare. Non siamo quello che siamo ma la copia di una copia. Vorrei una terra dove si dichiarasse il tradimento di adattarsi alla visione altrui, solo perché tutto quello che abbiamo ci sembra di per sé inferiore a quello che hanno altri. Vorrei una Sardegna che potesse vedersi da fuori. Vorrei che noi sardi vedessimo come ci siamo ridotti, come ci siamo lasciati ridurre. Senza l’atto consolatorio di un’alzata di spalle: che tanto le cose vanno come vanno, altrove sì, ma qui che si può fare? Ecco, vorrei una Sardegna dove la specialità fosse di ricordare quanto fa parte del nostro patrimonio di asserviti, di orgogliosi, di emigranti, di banditi, di pastori, di matriarche, di coloni, di contadini, di meticci, di menti fini, di Presidenti della Repubblica, di fondatori di Partiti, di carabinieri, di poliziotti, di pescatori, di Veline Brune, di Bond Girls. Di soldati. Vorrei che ricordassimo sempre quante guerre abbiamo combattuto e per chi e perché. Vorrei che tenessimo ben presente quanto di bene, e anche quanto di male, quello che siamo ha portato nel mondo, perché una cultura sana si interroga senza consolarsi né giustificarsi. Una cultura sana diventa stabile riconoscendo i propri limiti. Vorrei che potessimo sentirci popolo anche in Sardegna, non solo appena varchiamo il mare. Vorrei una terra dove gli intellettuali dimenticassero di allisciare il pelo al potente di turno, anche a se stessi, quando le due cose coincidono. Gli intellettuali che piacciono a me non sono mai una garanzia, sono polvere negli occhi e sonni agitati per chi si è preso l’onere di governare. Voglio un posto dove i paesi sono belli almeno quanto basta per assomigliare alla bellezza di chi li abita. E non siano l’espressione, quasi l’anamnesi palese, della sindrome da incapacità di considerarsi comunità. Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi. Dove si riuscisse ad includere piuttosto che escludere, nella lingua come nella cultura, nella natura come nell’economia. Vorrei che parlassimo un linguaggio senza dietrologie e che imparassimo ad amarci come vorremmo essere amati, come sentiamo di dover essere amati. Voglio tutto quello che possiamo avere, perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...

Marcello Fois .. in Sardegna non c'è il mare

il linguaggio del silenzio



Quando si è nati in una terra abbastanza piccola da riuscire a percepire da ogni suo punto il mare che respira, si capisce che i silenzi sono più importanti delle parole.
 
si possono trovare le parole per descrivere una cultura del silenzio?

Marcello Fois - In Sardegna non c'è il mare




venerdì 24 luglio 2015

sarditudine




sarditudine” rimanda a un complesso di elementi soprattutto interiori (in linguistica “connotativi”), quella che il sardo Gramsci chiamava “concezione del mondo”.

Paolo Pulina

sarditudine, sardità,




«Non so più nemmeno se il mio sia amore oppure fastidio, rabbia di essere nato là, di essere legato, di rimanere legato per tutta la vita a una terra tanto vecchia e tanto lontana dal mondo nel quale vivo. Eppure quella è la mia piccola patria. Là sono diventato uomo, là è la mia gente, dove io ho vissuto bambino, la casa di mio padre, case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte e intelligente, anzi onnisciente. Se immergo la mano nell’ acqua della Spendula, o del Rio Manno, so di che cosa è fatta quell’acqua. Se raccolgo un sasso di Giarrana, ho di quel sasso una conoscenza che arriva fino alle molecole, fino all’atomo. Là mi sono sentito al centro dell’universo come un astronauta. È per questo che sono geloso della mia terra, della mia Isola, e odio tutto ciò che può renderla volgare»

Giuseppe Dessì

sardità







di Gabriele Ainis

“[…] l’identità può uccidere, uccidere con trasporto.”
Amartya Sen (Identità e violenza, Laterza 2006)

Che diamine sarebbe la “sardità”?
Non lo sa nessuno, forse perché non esiste, come non esistono tutti gli stereotipi creati ad arte per riunire ed escludere ad un tempo: riunire attorno ad una bandiera, escludere dal recinto, il nostro!
Del resto, la definizione di questa bizzarra categoria antropologica si scontra anche contro il sentire comune di coloro che potremmo, forse, chiamare davvero “sardi” e precisamente chi tale si ritiene. 

Gabriele Ainis


domenica 5 aprile 2015

Nelle falde del monte d' Oliena ho visto un nido fra due rovi.

ho visto un nido fra due rovi

In palas d'Oliena appo idu unu nidu in mesu a duos ruos.
Pro t'amare cun pena mai s'esseren bidos oios mios cun tuos



Nelle falde del monte d' Oliena ho visto un nido fra due rovi.
Poiché devo amarti con tanta pena vorrei che mai si fossero guardati i miei occhi con i tuoi

canto sardo

il carattere dell'animo sardo

l'animo sardo

La rarefazione demografica, la malaria, la tubercolosi, il tra­coma, la denutrizione, il clima hanno poi conferito al carattere ed alla psicologia dei sardi un'impronta particolare di riserbo - che non è, però, quasi mai rassegnazione - di dignità, di meditazione, di compostezza, di tristezza.

« il cuore schiavo di pensieri cupi — l'occhio smar­rito nell 'immensità » come cantava Sebastiano Satta, inclini alla meditazione, scarsi di iniziativa, ombrosi e riflessivi, solitari anche quando passano il Tirreno e vivono nel Continente.

Bellissimi e meno primitivi sono i canti isolati, specialmente i "mutos", che stanno fra lo stornello toscano e la « copla » spagnola, ma con un'andatura originale e inimitabile. Essi constano di sei versi: di solito i primi tre hanno un significato che mi potrebbe definire « panico », esprimono cioè una sensazione di paesaggio, rivelano un aspetto della natura; e sembrano privi di ogni riferimento con gli ultimi che sono, invece, «patetici»; ma è dalla contemplazione del mondo esterno che sorge nell'animo del cantore un richiamo al suo stato d'animo, un appello, un rimpianto.

Canti tristi che soltanto talvolta si accendono di sarcasmo e vibrano di invettive; di solito restano malinconici come malin­conica è l'anima sarda che tuttavia non è rassegnata né prona al destino né ciecamente fedele ai potenti.

Fieri, tenaci, caparbi

Mario Berlinguer

le due facce della Sardegna

l'animo sardo

Io, Sardo, capisco come si possa mentalmente e silenziosamente odiare.
Quest' odio silenzioso fa parte del nostro mondo.
Certo l'odio è un sentimento sterile. Siamo pieni di rancore e di orgoglio: diffidiamo anche di noi stessi. E stiamo fermi. Quando la- Sardegna si mosse dietro la bandiera che Emilia Lussu aveva alzato, questo nodo di silenzio1, questo complesso di mortificazioni si sciolse finalmente.


[una] cara amica pisana, alla quale avevo sempre parlato della Sardegna, un giorno, dopo tanti anni che ci conoscevamo, disse:
« Come credi che mi troverei, in Sardegna, se ci andassi »
Evidentemente, con tante parole, non ero mai riuscito a darle, un'idea detta mia terra, con tante parole dette e scritte. Eppure io l'avevo ben chiara in mente, come il viso di una pur sona, con le sue rughe. La vedevo. Rivedevo le sue montagne, l« sue pianure, nel colmo dell'estate, quando tornavo in aereo, la chiusura dell'università, e non era piovuto da mesi e mesi. La mia amica aveva viaggiato, era stata in Grecia, ma non patevo fare riferimenti, non 'ostante una mia vecchia idea di raccontare il mito di Oreste ambientandolo in Sardegna, immaginando tra le mie montagne la grande tomba di Agamenno, Klettra si reca segretamente.

Siccome era notte e c'era la luna (eravamo fuori di Porta a Lw.ca) dissi atta mia amica:

« Immagina di essere nella Luna, immagina un paese così, completamente diverso, arido come la luna, ma che però ha un'altra faccia che gli uomini non hanno mai visto. Lì, contrariamente a quel che si crede, c'è un poco di acqua, quanto basta a certe piante che resistono olla siccità... ».

E continuai nella favola, perché la metafora era comoda: un mondo preistorico ancor vivo, coesistente con le forme moderne della civiltà, come la Luna, frammento che testimonia di una fase trascorsa del sistema solare, continua a seguirlo nel suo viaggio attraverso gli spazi, tuttora presente e operante in esso. Un altro senso del tempo, un ritmo diverso.

Giuseppe Dessì - Le due facce della Sardegna 

In Sardegna non c'è il mare

In Sardegna non c'è il mare

Qui il silenzio è impregnato di una strana, inspiegabile inquietudine, quella dei padri pastori, probabilmente. È l'epica di una Barbagia troppo spesso vittima della sua stessa epica. È un posto senza malìe, è quello che appare: una storia scritta sulle facce, su ogni masso di granito, su ogni ciottolo di fiume dei selciati.

La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve… Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di ‘divertimentificio’, la costa barbaricina rifiuta la condizione di ‘Caraibi del Mediterraneo’, che tanto piace ai tour operators improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi cioè passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove è sempre estate, a quella barbaricina dove le stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l’estate sostanzia il mare, l’inverno sostanzia i monti… a Nuoro, in Barbagia, d’inverno… Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto più straordinario dell'intera strada statale 131, dal mare fino all'interno, salendo appena sareste gratificati nella vista e nell'olfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e d'azzurro, di pini, di lentischio, vigneti, querceti; di mare e montagne che si baciano. Nuoro è più in là, seminascosta, sull'altipiano

  Marcello Fois - In Sardegna non c'è il mare - Laterza

La donna sarda

La donna sarda

Lo scrittore inglese Lawrence ci ha lasciato un mirabile ri­tratto della Sardegna in un suo libro che dalla Sardegna pren­de il titolo (Sea and Sardiniai e che Elio Vittorini ha tradot­to in parte nelle Pagine di viaggio edite da Mondadori. Law­rence ha trovato in Sardegna il tipo virile ideale secondo la sua concezione che esalta le forze primigenie della razza quali si manifestano nella distinzione e insieme nell’ armo­nia dei sessi. Certamente pochi altri paesi si prestano me­glio a una simile interpretazione. Del resto egli non fu il solo ad esaltare la fierezza e la virile dignità dell’uomo sar­do. Se ne è parlato fino alla nausea, da Padre Bresciani in poi, fino a farne un luogo comune letterario; e tutte le buo­ne qualità morali che ai sardi si riconoscono universalmen­te, quali la fedeltà, 1′amore per la patria e per la famiglia, il coraggio, la lealtà, ecc. ecc., vengono fatte discendere da quella qualità fondamentale.
Una volta fatto questo riconoscimento, sia lecito, a me sardo, porre una domanda. Come mai un popolo così ricco di qualità morali e tutt’ altro che privo di intelligenza (chiun­que sia stato in Sardegna sa che la media dell’intelligenza è elevatissima) non ha lasciato tracce di sé nella storia; co­me mai la Sardegna non ha avuto nessun grande uomo? Si annoverano insigni studiosi, giuristi, qualche storico, qual­che buon generale, ma veri e propri grandi uomini no. Sem bra sia negato, a noi sardi, quel tanto di fantasia che occor­re per essere grandi uomini. Solo due personaggi della sto­ria sarda hanno questo carattere di fantasia: Eleonora d’Ar­borea e Grazia Deledda. Ma sono donne, non uomini. Sa­rebbe interessante studiare il carattere di queste due don­ne per arrivare a stabilire fino a che punto la loro forza ri­posi su una concezione matriarcale della vita che solo in parte contrasta con la famosa irsuta virilità degli uomini sardi.
Perché una specie di matriarcato vige, in realtà, in Sar­degna. Direi un matriarcato clandestino, che non è tornato alle antiche forme barbariche solo per una innata delicatez­za e discrezione della donna sarda. Con tutto il rispetto che ho per i miei conterranei di sesso maschile (e con loro buo­na pace) devo rivelare un segreto che pochi conoscono. L’ar­monia tra i due sessi, che Lawrence esaltò parlando della Sardegna, in realtà non esiste. In Sardegna la società è for­mata da due parti che legano male, come una medaglia fusa in due metalli diversi. Se noi consideriamo la vita di qua­lunque villaggio sardo – la vita di tutti i giorni, in tutti i suoi aspetti – noi vediamo che esiste una differenza pro­fonda tra la vita degli uomini e quella della donna; tra la concezione del tempo che ha l’uomo e quella che ha la don­na. E vediamo che tutto ciò che dipende dalla donna fun­ziona, mentre tutto ciò che dipende dall’uomo funziona ma­le. È l’uomo che costruisce la casa, ma le case sarde sono tra le più brutte e le più miserabili che si possono vedere sulla faccia della terra: la donna non solo rende abitabili que­ste povere case, ma dà loro un’impronta di civiltà con po­che cose essenziali. I tappeti che essa fabbrica sono vere e proprie opere d’arte. L’uomo fa strade, ma le fa male e non ne cura la manutenzione. I veicoli che percorrono queste strade sono ancora quelli dell’età preistorica. Non sarebbe possibile trasportare da un paese all’ altro o dal podere alla casa altro che delle pietre, o tutt’ al più delle patate. Invece si trasportano dolci, e chi è stato in Sardegna sa quanto squisiti e delicati: si trasportano grazie alle donne. Sono esse che viaggiano con un cestello sulla testa. lo amo il loro lun­go passo matriarcale e leggero sotto le vesti scure.
Guai se in Sardegna non ci fossero simili donne. Sarem­mo senza remissione riprecipitati nella barbarie di cui stia­mo sempre sull’orlo. Pur essendo cessate ormai le ragioni che determinarono quella sorta di urbanesimo che paraliz­za la vita rurale sarda, i nostri contadini continuano ad abi­tare grossi agglomerati urbani, e la campagna è deserta. Il sardo, Pur in uno spazio ristretto, si sposta come un noma­de per andare a coltivare il grano o a pascolare le pecore, dorme all’ addiaccio, si cambia la camicia una volta al mese. La donna lo raggiunge come può, gli fa sentire una presen­za costante, vigile. E quando il contadino o il pastore sper­duto nella solitudine trae dalla bisaccia il tovagliolo di lino in cui è avvolto il pane, si spande di là, non soltanto mate­rialmente, la fragranza della casa. Pane e lino si rifanno a una tradizione essenziale quanto antica di civiltà, e solo la donna ne è depositaria e custode. E non credo che sia esa­gerato affermare che le catalogate virtù di cui noi, uomini sardi, ci fregiamo, e che rientrano nella categoria generica e appariscente della virilità, non siano altro che riflessi di vere, profonde, silenziose e solide virtù femminili a cui nes­suno ha finora pensato di dare un nome.
Benché sardo, qualche volta guardo i miei sardi con sor­presa. Non so del tutto spiegar mi certi loro modi, certo pi­glio eroico. Non che siano degli spacconi: sono sobri nei gesti e nella parola. Pur tuttavia hanno un certo modo di buttar­si il mantello sulla spalla come se andassero a compiere chi sa quali imprese. Invece vanno semplicemente a riportare all’ ovile i bidoni vuoti. Si mettono in testa la berretta co­me un elmo antico, e questo è un po’ esagerato, anche se vanno a caccia del cinghiale. Forse, se invece del mare aves­sero avuto intorno ai loro monti le pianure dell’ Asia, que­sti cavalieri sarebbero stati dei conquistatori. Anzi sarem-
ma stati, perché ci sono anch’io. Ma noi abbiamo paura del mare. Ne stiamo a rispettosa distanza. È questo che ci manca per essere davvero eroici, davvero come ci vedeva Lawren­ce. Abbiamo una paura ancestrale, invincibile. Chi sa qua­le immane naufragio ci ha travolti in tempi antichissimi. Ba­sta guardare un sardo per capire che non va d’accordo con l’acqua. Persino i nostri cavalli, quando vedono il mare, pun­tano i piedi. Ma è la nostra paura che si trasmette ad essi come una scossa elettrica. Sta a noi riscattarcene; ma fino­ra non ci abbiamo ancora pensato seriamente.
lo penso alle nostre donne come a tante Penelopi senza Ulisse. Per secoli e secoli sono state al telaio a tessere quei tappeti di cui, noi uomini, siamo fieri, e che sono, in realtà, molto belli. Ma quei tappeti avrebbero il valore che noi uo­mini gli attribuiamo solo se fossero stati tessuti durante la nostra assenza, mentre noi navigavamo in mari lontani, ed esse erano là, nell’ antica casa, ad aspettarci. Invece noi era­vamo appena a qualche chilometro di distanza, a mungere le nostre pecore, oppure seduti per ore e ore a canticchiare qualche nenia e a tagliuzzare col nostro terribile coltello un gambo d’asfodelo. Mi si dirà che esagero, che i sardi hanno dato prova di esser dei buoni soldati e di poter essere, al­l’occorrenza, terribili banditi. D’accordo; ma era il meno che potessero fare per tentare d’adeguarsi a donne come le nostre. Donne così fedeli, così costanti, così coraggiose, così resistenti alla solitudine eran fatte per esser mogli di uomi­ni che non avessero paura del mare e dello spazio, mogli di grandi naviga tori. lo me le immagino sedute alloro te­laio, ma al centro di continenti e di oceani, punto di par­tenza e punto di approdo. Povere mogli di eroi deluse!
Solo al tempo dei nuraghi i sardi fecero qualcosa di vera­mente importante. Quella volta furono gli uomini, credo, perché si trattava, per costruire quelle torri a tronco di co­no che servivano da fortilizi, si trattava di trasportare e col­locare a regola d’arte, dopo averli squadrati, massi di granito del peso, talvolta, di qualche decina di tonnellate. E se si pensa che di queste torri in Sardegna, tra grandi e picco­le, se ne contavano circa ottomila, si deve ammettere che i sardi dovessero essere abbastanza bene organizzati. Inol­tre, per fare opere del genere, bisognava avere cognizioni architettoniche che presuppongono un alto grado di civil­tà. Ebbene, ciò nonostante, non si trova una sola iscrizione dell’età nuragica. È uno dei tanti misteri che gli archeologi non riescono a spiegare in Sardegna. Ma ciò che rende il mistero più interessante, è che questa mancanza di iscrizio­ni si accorda perfettamente con la ripugnanza innata e per­sistente nei secoli che i sardi hanno per l’alfabeto. 

Il nostro analfabetismo è granitico, nuragico, eppure ci sono dei sar­di analfabeti e tuttavia intelligentissimi e anche, in certo senso, civili. Ciò può essere: basta pensare, ad esempio, a Carlo Magno. Il sardo odia l’alfabeto come l’acqua. Anche l’alfabeto è spazio, come il mare. Sono due ripugnanze che si spiegano a vicenda. Non così per la donna. La donna sar­da non odia punto l’acqua: basta vederle quando vanno al fiume, estate e inverno, indifferentemente. E di solito san­no leggere e scrivere. Ma il fatto veramente degno di consi­derazione – che è anche il secondo segreto che mi propo­nevo di rivelare – è questo. Gli archeologi non hanno ab­bastanza apprezzato il contributo dato dalle donne in ge­nere alla civiltà nella creazione dei simboli che divennero poi ideogrammi, geroglifici e, infine, lettere dell’alfabeto. Forse nessuno ha osservato la delicatezza femminile dei più antichi ideogrammi, tanto egizi che cinesi. Certamente è una mano di donna che li ha tracciati. Potrei darne prove sicu­re. L’uomo, solo in seguito, col suo razionalismo, li ordinò e coordinò; e ne nacquero geroglifici e alfabeti.
Ebbene la donna sarda non mancò, nemmeno in questo, al suo compito. Osservate i fregi dei suoi tappeti, i ricami delle sue tele di lino: cervi, colombi, galli, fiori … Non sono altro che simboli di un linguaggio ideografico di cui essa offrì all’uomo i rudimenti, ma che l’uomo sardo non seppe o non volle sviluppare.
Dò ai miei conterranei questo modesto consiglio: attenti al linguaggio ideografico delle nostre donne!
Scherzi a parte, impariamo dalle nostre donne a fare tut­to ciò che finora non abbiamo fatto e che avremmo dovuto fare da secoli. Perché non basta essere fieri e virili per esse­re mariti di Penelope.

Giuseppe Dessì

sabato 4 aprile 2015

S'a-store pianghende



S'a-store pianghende
volat altu in su chelu
tintu a colore grogu.
Pronte in sa chisina
si no ti so pensende
brujat ancora fogu?



L'avvoltoio col suo canto singhiozzante
vola alto nel cielo
tinto di giallo.
Perché, nella cenere,
se più non ti penso,
brucia ancora il fuoco?

canto sardo

siamo sardi

Siamo Sardi

Siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.
Siamo le ginestre d’oro giallo
che spiovono sui sentieri rocciosi
come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia,
il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo,
il bianco fiore del cisto.
Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina, del vento,
dell’immensità del mare.
Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri,
di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole
e dalla vendetta.
Noi siamo sardi.

Grazia Deledda

sabato 21 febbraio 2015

per amore della nostra cara e povera Sardegna


 
Sono un'umile fanciulla di diciottanni molto ignorantella, molto, si assicuri, e se riesco a fare qualcosa è per amore della nostra cara e povera Sardegna, unico, primo, ultimo ideale della mia mente e del mio cuore
 
frammento di lettera di Grazia Deledda a Stanis Manca, 8 maggio 1891

 
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