Amare l’altro dovrebbe significare ammettere che possa pensare, sentire, agire in modo non conforme ai nostri desideri, alla nostra gratificazione, accettare che viva secondo il suo sistema di gratificazione personale e non secondo il nostro. Ma l’apprendimento culturale, nel corso dei millenni, ha legato il sentimento amoroso a quello di possesso, di appropriazione, di dipendenza, rispetto all’immagine che ci facciamo dell’altro, a tal punto che colui che si comportasse così nei confronti dell’altro, sarebbe giudicato solo indifferente.
I dominanti hanno sempre approfittato dell’immaginazione dei dominati. E’ facile, perché solo la facoltà di creazione immaginaria, tipica della specie umana, permette la fuga gratificante da un’oggettività dolorosa. [...]. L’artista preferiva la sua opera al modello imposto dalla realtà. La cosa più interessante dell’opera è che varia da uomo a uomo, secondo la sua memoria, la sua storia, e una stessa parola nasconde una creazione immaginaria diversa per ogni cervello immaginante, per cui è facile creare un movimento collettivo passionale d’opinione per qualcosa che non esiste al di fuori del prodotto variabile dell’immaginazione di ogni individuo.
La distanza sempre crescente che separa così la realtà oggettiva dalla creazione immaginaria permette di manipolare la prima, sfruttando la seconda a beneficio dei più forti.
L’amore.
Con questa parola si spiega tutto, si perdona tutto, si accetta tutto. E’ la parola d’ordine che apre i cuori, i sessi, le sacrestie e le comunità umane. Copre di un velo falsamente disinteressato, persino trascendente, la ricerca della dominanza e il cosiddetto istinto di proprietà. E’ una parola che mente continuamente. [...]. Dà tranquillità di coscienza, senza grossi sforzi, né grossi rischi, a tutto l’inconscio biologico. [...]. La parola amore è lì pronta per motivare la sottomissione, per trasfigurare il principio di piacere, l’appagamento della dominanza.