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martedì 30 gennaio 2018

Nella moltitudine ( Sono quella che sono )


Wislawa Szymborska

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.
Nella moltitudine
Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.

Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.

Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
l’inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.
  
Wislawa Szymborska


sabato 20 gennaio 2018

LE CONFESSIONI DELLA MACCHINA CHE SA LEGGERE -- (Io, Numero Tre Più Quattr..)


Wislawa Szymborska

Così è per “anima”, espressione bizzarra.
Per ora ho stabilito che è una specie di nebbia,
più duratura, pare, degli esseri mortali.
 
Ma l'impiccio maggiore è la parola “sono”.


LE CONFESSIONI DELLA MACCHINA CHE SA LEGGERE
Io, Numero Tre Più Quattro Fratto Sette,
sono noto per vaste competenze linguistiche. 
Ho decifrato mille e mille lingue 
che uomini estinti 
hanno adottato nella loro storia.

Tutto quanto hanno scritto con i loro segni, 
sebbene ormai schiacciato da strati di catastrofi, 
lo estraggo e riproduco 
nella forma primaria.

Non per vantarmi - 
leggo anche la lava 
e sfoglio la cenere.

Illustro sullo schermo 
ogni cosa menzionata, 
quando fu realizzata, 
di cos'è fatta e a quale scopo.

È se prendo lo slancio 
controllo alcune lettere 
e correggo gli errori 
di ortografia.

Lo ammetto: alcuni termini 
mi creano problemi. 
Non so ancora, ad esempio, spiegare esattamente 
gli stati definiti “sentimenti”.

Così è per “anima”, espressione bizzarra. 
Per ora ho stabilito che è una specie di nebbia, 
più duratura, pare, degli esseri mortali.

Ma l'impiccio maggiore è la parola “sono”. 
Sembra essere un'attività più che banale, 
svolta universalmente, ma non collegialmente, 
nel pre-tempo presente, 
nel modo imperfettivo, 
anche se, com'è noto, perfetto ormai da tempo.

Ma questa può bastare come definizione? 
Disturbi sulla linea, brusio e stridor di viti. 
Il tasto della Centrale non luccica ma fuma.

Mi sa che chiedo un aiuto fraterno
al compare Due Quinti di Zero Barra Un Mezzo
È un matto, a dire il vero, 
però ha idee eccellenti.
  
Wislawa Szymborska


sabato 6 gennaio 2018

Ma l'impiccio maggiore è la parola “sono”.

#playretwitter by     @_Ironica_1




Buenas tardes!!!!
 




martedì 31 gennaio 2017

Il cielo


Wislawa Szymborska

se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.
Il cielo

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

  
Wislawa Szymborska


sabato 31 dicembre 2016

Canto elegiaco


Wislawa Szymborska

Arrivederci.
A domani.
Al prossimo incontro.
Questo non vogliono più
(se non vogliono) ripeterlo.
Rimessi a un infinito
(se non diverso) silenzio.
Intenti solo a quello
(se solo a quello)
a cui li costringe l’assenza.
Calcolo elegiaco
Quanti di quelli che ho conosciuto
(se davvero li ho conosciuti),
uomini, donne
(se la divisione resta valida),
hanno varcato questa soglia
(se è una soglia),
hanno attraversato questo ponte
(se può chiamarsi ponte) –

Quanti dopo una vita più o meno lunga,
(se per loro fa ancora differenza),
buona, perchè è cominciata,
cattiva, perchè è finita
(se non preferiscono dire il contrario),
si sono trovati sull’altra sponda
(se si sono trovati
e se l’altra sponda esiste) –
Non mi è data certezza
della loro sorte ulteriore
(sempre che sia una sorte comune
e ancora una sorte) –
 
Hanno tutto
(se la parola non è riduttiva)
dietro di sè
(se non davanti a sè) –
 
Quanti di loro sono saltati dal tempo in corso
e svaniscono sempre più mesti in lontananza
( se ci si fida della prospettiva) –
 
Quanti
(se la domanda ha senso,
se si può arrivare alla somma finale
prima che chi conta aggiunga se stesso)
sono caduti nel più profondo dei sonni
(se non ce n’è di più profondi) –
 
Arrivederci.
A domani.
Al prossimo incontro.
Questo non vogliono più
(se non vogliono) ripeterlo.
Rimessi a un infinito
(se non diverso) silenzio.
Intenti solo a quello
(se solo a quello)
a cui li costringe l’assenza.
  
Wislawa Szymborska



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La fine e l'inizio


Wislawa Szymborska

Sull’erba che ha ricoperto
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

La fine e l'inizio
Dopo ogni guerra 
c’è chi deve ripulire. 
In fondo un po’ d’ordine 
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie 
ai bordi delle strade 
per far passare 
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare 
nella melma e nella cenere, 
tra le molle dei divani letto, 
le schegge di vetro 
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave 
per puntellare il muro, 
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra 
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico, 
e ci vogliono anni. 
Tutte le telecamere sono già partite 
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti 
e anche le stazioni. 
Le maniche saranno a brandelli 
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano, 
ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta 
annuendo con la testa non mozzata. 
Ma presto lì si aggireranno altri 
che troveranno il tutto 
un po’ noioso.

C’è chi talvolta 
dissotterrerà da sotto un cespuglio 
argomenti corrosi dalla ruggine 
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva 
di che si trattava, 
deve far posto a quelli 
che ne sanno poco. 
E meno di poco. 
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto 
le cause e gli effetti, 
c’è chi deve starsene disteso 
con una spiga tra i denti, 
perso a fissare le nuvole.
 
Wislawa Szymborska



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giovedì 1 dicembre 2016

non sono mai partita


Non sono mai partita
Se non sono mai tornata
è perché non sono mai partita.
Il mio continuo viaggiare
è stato un eterno restare qua,
dove non sono stata mai.
 
Wislawa Szymborska



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domenica 6 novembre 2016

addio a una vista

riletture: Wislawa Szymborska.


[...]
Una cosa non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza ci
rinuncio.
Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.
Wislawa Szymborska.
leggi tutto il testo
Addio a una vista

 

 

mercoledì 12 ottobre 2016

Nulla è in regalo

Wislawa Szymborska

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

Nulla è in regalo
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

Wislawa Szymborska
 
Wislawa Szymborska



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sabato 17 settembre 2016

Sorrisi

Wislawa Szymborska

Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

Sorrisi
Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa d’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti - è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
É quanto mai necessario un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.
 
Wislawa Szymborska



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domenica 28 agosto 2016

Ogni caso

Wislawa Szymborska

Poteva accadere. Doveva accadere. È accaduto prima. Dopo. Più vicino. Più lontano. È accaduto non a te.
[...]
Ascolta come mi batte forte il tuo cuore.

Ogni caso
Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.
 
Wislawa Szymborska


lunedì 18 luglio 2016

amore a prima vista

Wislawa Szymborska

ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Amore a prima vista

sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì
è bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella

non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta
no, non ricordano.

li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.

vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili
Forse tre anni fa
o lo scorso martedi
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
valigie accostate nel deposito bagagli.
una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
 
Wislawa Szymborska


domenica 26 giugno 2016

Nulla accade due volte

Wislawa Szymborska

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Nulla accade due volte
Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.
Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, malvagia ora,
dài paura e incertezza?
Ci sei —perciò devi passare.
Passerai — e qui sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

(Traduzione di Pietro Marchesani)
 
Wislawa Szymborska

giovedì 14 aprile 2016

Addio a una vista

Riletture: Wislawa Szymborska.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.

Addio a una vista
    Wislawa Szymborska.

 

 

sabato 9 aprile 2016

domande poste a me stessa

Wislawa Szymborska

Qual è il contenuto del sorriso
e d´una stretta di mano?
Nel dare il benvenuto
non sei mai lontana
come a volte è lontano
l´uomo dall´uomo
quando dà un giudizio ostile
a prima vista?
Ogni umana sorte
apri come un libro
cercando emozione
non nei suoi caratteri,
non nell´edizione?
Con certezza tutto,
afferri della gente?
Risposta evasiva la tua,
insincera,
uno scherzo da niente -
i danni li hai calcolati?
Irrealizzate amicizie,
mondi ghiacciati.
Sai che l´amicizia va
concreata come l´amore?
C´è chi non ha retto il passo
in questa dura fatica.
E negli errori degli amici
non c´era colpa tua?
C´è chi si è lamentato e consigliato.
Quante le lacrime versate
prima che tu portassi aiuto?
Corresponsabile
della felicità di millenni -
forse ti è sfuggito
il singolo minuto
la lacrima, la smorfia sul viso?
Non scansi mai
l´altrui fatica?
Il bicchiere era sul tavolo
e nessuno lo ha notato,
finché non è caduto
per un gesto distratto.

Ma è tutto così semplice
nei rapporti fra la gente?



Wislawa Szymborska (1923-2012)

venerdì 11 marzo 2016

Elegia di viaggio

Wislawa Szymborska
Elegia di viaggio
 
Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria, e mio finché guardo.
 
Dee appena ricordate, già incerte
delle proprie teste.
 
Della città di Samokov solo la pioggia,
nient´altro che la pioggia.
 
Parigi dal Louvre fino all´unghia
si vela d´una cateratta.
 
Del boulevard Saint-Martin restano scalini
e vanno in dissolvenza.
 
Nient´altro che un ponte e mezzo
della Leningrado dei ponti.
 
Povera Uppsala,
con un briciolo della grande cattedrale.
 
Sciagurato ballerino di Sofia, corpo senza volto.
 
Ora il suo viso senza occhi,
ora i suoi occhi senza pupille,
ora le pupille di un gatto.
 
L´aquila del Caucaso volteggia
sulla ricostruzione d´una forra,
l´oro falso del sole
e le pietre finte.
 
Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.
 
Innumerevoli, inafferrabili,
ma distinti fino alla fibra,
al granello di sabbia, alla goccia d´acqua
– paesaggi.
 
Neppure un filo d´erba
conserverò visibile.
 
Benvenuto e addio
in un solo sguardo. Per l´eccesso e per la mancanza
un solo movimento del collo

Wislawa Szymborska

martedì 5 gennaio 2016

Instructions for living a life







Instructions for living a life:
Pay attention.
Be astonished.
Tell about it.

Istruzioni per vivere una vita:
Fai attenzione.
Stupisciti.
Parlane.

Mary Oliver


C’è una poesia di Mary Oliver il cui titolo Instructions for living a life (Istruzioni per vivere una vita) è più lungo della poesia stessa che dice così: Pay Attention,/ Be Astonished,/ Talk About It cioè: Fai attenzione,/ Stupisciti,/ Raccontalo (o parlane). Ai fini del tema che intendiamo affrontare in questo mese di dicembre si potrebbe ulteriormente “tradurre” così:

Fai attenzione, l’andata;
stupisciti, l’esperienza;
raccontalo, il ritorno.
L’andata è l’attivazione di una at-tenzione sulla realtà, sul mondo che ti si spalanca davanti. L’ometto che è nell’immagine qui a fianco, tutti ormai lo conoscono, è il mezzouomo Bilbo Baggins, lo hobbit più famoso della Contea che ci dà le spalle pronto a tuffarsi nel mondo che c’è oltre la porta spalancata (come è noto il sottotitolo de Lo Hobbit è “Andata e Ritorno“), ecco la sua canzone:
La Via prosegue, senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Devo inseguirla ad ogni costo
Rincorrendola con piedi alati
Sin all’incrocio con una più larga
Dove si uniscono piste e sentieri.
E poi dove andrò? Nessuno lo sa.
Sembra che più che “andare” Bilbo stia inseguendo qualcosa, addirittura la strada, la Via che fugge avanti. L’andata è procedere in avanti, pro-gredire (fare un passo avanti). E tras-gredire? Anche questa è un’andata? Senz’altro anche la tras-gressione conduce ad un’esperienza, a volte ad una brutta esperienza (ma che può essere riscattata, Bibbia docet).

Ma torniamo a Mary Oliver.

L’esperienza: stupisciti. L’esperienza è ciò che ci colpisce, che ci lascia con la bocca aperta, che non ci aspettiamo, che ci capita (ci cade sul capo) e che ci lascia senza fiato.. in qualche modo l’esperienza è un po’ morire. Da questo pericolo (mortale) se ne esce più forti, rinvigoriti, risorti. L’esperienza, anche etimologicamente, è l’attraversamento e superamento di un pericolo. L’andata dunque vuol dire prepararsi e dirigersi verso questo attraversamento, vivere una tensione verso la realtà, verso la vita, quella cosa che si muove sul fondo, come lo scenario che si apre davanti a Bilbo, e che è appunto da sfondare. Fare un’esperienza è (ri)portare la vita dalla morte. E qui siamo già al ritorno.

Il ritorno: raccontalo. Chi supera un’esperienza, chi torna vivo dal pericolo di quell’avventura ne fa racconto. Come l’assassino, che torna sempre sul luogo del delitto, anche la “vittima” di ogni esperienza ritorna sul luogo dell’avventura trascorsa e la ri-vive sotto forma narrativa. E’ sempre stato così: l’uomo preistorico si riuniva attorno al fuoco per raccontare (o magari dipingere) la storia della caccia al bisonte, dell’esplorazioni… di tutte le “andate” che aveva realizzato. E lo poteva fare perché era tornato, sano e salvo. Ogni storia è sempre storia di salvezza. La narrativa nasce qui. Pensiamo a Moby Dick, di Melville: Ismaele è la voce narrante e può (deve?) raccontare perché è l’unico superstite, il sopravvissuto alla grande “andata” a caccia del male assoluto rappresentato dal cetaceo albino. Non è un caso che la letteratura occidentale si apra con il racconto della guerra (l’andata) e con le narrazioni dei reduci, i ritorni, nostoi (da cui “nostalgia”): Ulisse.. ma anche Diomede, Agamennone, Menelao.. Enea… e giù giù, passando per Frodo e Sam (che ritorno differente tra i due!) fino al cinema americano che racconta del ritorno a casa del soldato, si pensi a tutti i film sui reduci del Viet-Nam da Il cacciatore a Rambo. La guerra, sembra dirci la letteratura e l’arte umana, è l’esperienza per eccellenza, quel viaggio che appare sempre come viaggio di “sola andata” perché, ammesso che qualcuno ritorni vivo, sarà segnato nel fisico e nello spirito e certamente non più lo stesso di prima.

Da questo punto di vista è l’andata il momento più terribile, quello che fa più paura, perché è l’apertura verso l’ignoto, il misterioso. Interessante che in inglese si dica “pay attention”, pagare l’attenzione: stare attenti, essere pronti, è qualcosa che ha un prezzo da pagare. E’ un gesto, quello di andare, che quindi il più delle volte rinviamo, ritardiamo.. e che spesso è, più che un “andare”, un “lasciar(si) andare”. L’andata è la grande sfida mentre il ritorno fa più simpatia. Ritornare da scuola è più simpatico che andarci così come quando andiamo in un posto nuovo, anche a casa di un amico che magari vive fuori città, il viaggio di andata sembra non finire mai, pieno di ansie e dubbi (avrò sbagliato strada?), mentre la sera, tornando a casa e rifacendo la stessa strada dell’andata, tutto sembra più facile, rapido, sicuro, familiare. C’è più dolcezza nel ritorno. Così canta Borges la cecità in cui sta progressivamente sprofondando: Questa penombra è lenta e non fa male; /scorre per un mite pendio […]Dovrebbe impaurirmi tutto questo / e invece è una dolcezza, un ritornare.

Se la vera sfida riposa nell’andata allora forse il vero viaggiatore (come osservava Levinas) è Abramo, più di Ulisse. Ma quanti viaggiatori conosciamo e quanti tipi di viaggi? Difficile a dirsi.. c’è il turista e il pellegrino, l’esploratore e il venditore ambulante, il nomade e il circense, il minatore e l’alpinista.. e c’è Ulisse ed Enea, Abramo e Mosè, Esodi ed Avventi, Cristo viandante e gli apostoli inviati, e poi c’è Dante e tutti i viaggiatori nell’oltretomba o sulla luna come Orlando e i personaggi di Verne, ma anche Gulliver, Robinson e i pirati dell’isola del tesoro, Achab e Ismaele, Bilbo, Frodo e Sam, il padre e il figlio alla fine del mondo che camminano lungo La strada di Cormac McCarthy…. La vita, e la letteratura, come un continuo andirivieni!

Discutendo con gli altri amici di BombaCarta sono emersi alcuni punti di vista interessanti: ad esempio che, secondo alcuni, il ritorno può essere più duro dell’andata, a seconda dell’esperienza vissuta, così i reduci della guerra o dei campi di sterminio non riescono più nemmeno a “ritornare” con il racconto, l’esperienza diventa indicibile, non comunicabile. A volte il ritorno può essere l’ammissione di una sconfitta. E comunque è sempre difficile ri-adattarsi ai vecchi luoghi e ritmi della vita passata. È dura tornare sui propri passi.

È emerso poi che, secondo alcuni, il ritorno non esiste, la vita è solo un andare, tutto è nuovo, sempre. Per altri, al contrario, è l’andata che non esiste e che ogni andare in realtà è un ritornare. Nulla cambia, tutto è praticamente immobile, l’eterno ritorno dell’identico. Oppure il nostro andare è sì un progredire, ma come a ritroso, verso un ritorno, un Paradiso che è davanti a noi ma perché è anche alle nostre spalle (dal Paradiso terrestre a quello celeste): quando si muore si usa dire pure “è tornato alla casa del Padre“. Esiste dunque solo il ritorno o solo l’andata? Allora il titolo più opportuno di questo tema dovrebbe essere “andata o ritorno“: aut non et. Boh.

Infine: in tutti questi viaggi, nel viaggio della nostra vita, esiste il cosiddetto “punto di non ritorno“? Questo punto sembra qualcosa di estremo ma forse è quanto mai vicino, prossimo alla nostra esistenza quotidiana: forse ogni azione che compiamo, ogni parola che diciamo è un punto di non ritorno. E’ questo ciò che distingue l’essere umano da tutto il resto, la libertà, cioè che ogni suo gesto è decisivo e forse definitivo (nel senso che contribuisce a definirci); come sottolinea un antichissimo detto africano: “Nel tempo in cui Dio creò tutte le cose, il sole creò. Il sole nasce, muore e ritorna. Le stelle creò: le stelle nascono, muoiono e ritornano. L’uomo creò. L’uomo nasce, muore e non ritorna più.”

Al di là dei significati religiosi (pensate alla differenza tra reincarnazione e resurrezione), mi colpisce come questo detto segni la differenza tra Natura e Storia. L’arte e la letteratura non possono fare a meno della prima ma si dirigono e si accampano necessariamente nella seconda. L’uomo non ritorna, la storia non si ripete, come dice con la sua lieve acutezza la Szymborska nella poesia Nulla due volte (eccone giusto un assaggio):

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.
Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.
Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali. […]

Andata e/o Ritorno link esterno di Andrea Monda





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