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sabato 25 gennaio 2020

La colpa non era un sentimento facile da gestire


Rachel Cursk



Colpa. La colpa non era un sentimento facile da gestire. Il dolore per la perdita di un essere amato era comprensibile. La colpa no. La colpa era un tarlo che ti rodeva a poco a poco. Divorava tutto, creando un vuoto interiore che non si sarebbe più colmato.

Transiti di Rachel Cursk


martedì 21 gennaio 2020

e la perdita era la soglia della libertà


Rachel Cusk



Era strano, ha detto, ma su quel marciapiede, con i vasti abissi grigi delle vie di Toronto che si dipartivano a destra e a sinistra e il guinzaglio che gli penzolava dalla mano, si era sentito per la prima volta a suo agio: la sensazione di avere involontariamente provocato un cambiamento irreversibile, di aver commesso un errore vitale e benefico, era, l’aveva capito in quell’istante, la cosa piú intima e familiare che lui conoscesse. Commettere un errore provocava una perdita, e la perdita era la soglia della libertà: una soglia ingrata e scomoda, ma l’unica che in vita sua era stato capace di varcare di solito, ha detto, perché veniva spinto oltre dagli eventi che l’avevano condotto fin lí.

Transiti di Rachel Cusk


lunedì 28 ottobre 2019

Tempus valet, volat, velat





Tempus valet, volat, velat. Il motto continua a girarmi in testa, penso si sia guadagnato un posto tra i ricordi di questo diario. A pensarci bene, l’attinenza all’indagine è sorprendente.

Il tempo vale, fugge, cela.

Il tempo nasconde sempre qualcosa. Un segreto, un ricordo, una promessa mai mantenuta, il dolore. Si stende sui pensieri e sui sentimenti, languido li ricopre della bruma amabile dell’oblio, mentre li divora senza nemmeno che il loro padrone se ne accorga.

Ilaria Tuti - - - Ninfa dormiente


sabato 1 giugno 2019

sabato 18 maggio 2019

Ventisei anni di risentimenti vengono ora a galla come i resti di una nave che affonda:


L'intenso calore della luna

la rabbia


Ventisei anni di risentimenti vengono ora a galla come i resti di una nave che affonda: occhiate, disprezzo, orgoglio, un susseguirsi di istanti, di ferite più o meno profonde. Emma sente il cuore sul punto di scoppiare, tanta è la voglia di gridare, e non solo contro di lui ma anche contro se stessa, perché è stata lei che ha accettato e ha permesso che tutto ciò accadesse.
 
Tante volte ha frenato la voglia di evadere da queste quattro pareti raccontandosi delle storie, ridimensionando le proprie esigenze, sforzandosi di essere comprensiva, indulgente, di vedere il "lato buono" delle cose quando invece con tutta se stessa avrebbe voluto fuggire, andarsene per sopravvivere.
 
Quante volte ha pensato che sarebbe morta per il veleno che doveva inghiottire o per le parole che Fernando non voleva sentire o le rinfacciava come boomerang, costringendola a rendere conto di certe sofferenze o sentimenti che per lui erano solo vani e incomprensibili manifestazioni di sentimentalismo! Pensa a tutto il castello che ha costruito per nascondere - persino a se stessa - il pavimento arrugginito, marcio, della barca in cui navigava e di cui era l'unico motore impegnato a mediare, negoziare, cercare di mantenere viva quella debole fiamma d'affetto, di passione, quel minimo di ragione d'esistere del suo matrimonio che quantomeno giustificasse il suo impegno per mantenerlo a galla.

Gioconda Belli



giovedì 16 maggio 2019

Pagine e pagine di immagini, sofferenze, abbandono morale


L'intenso calore della luna

la solitudine


Pagine e pagine di immagini, sofferenze, abbandono morale: quanto ha patito la solitudine, l'indifferenza da parte di lui, l'accanimento con cui Fernando ha scoraggiato i suoi sforzi per continuare a studiare medicina insinuando velatamente un dubbio sulle sue capacità e sulla sua dedizione, brandendo il concetto di maternità come una spada

Gioconda Belli



lunedì 29 aprile 2019

Ero arrivato al punto di credere che, se qualcuno mi guardava, lo faceva soltanto perché era stato colpito dal mio difetto


Fabrizio De Andrè



S'è detto, s'è cercato di capire il motivo di certe mie asperità di carattere, di un mio scappare dalla gente, di una selvatichezza che mi rendeva antipatico e inavvicinabile. La verità è molto banale. Fin da piccolo avevo paura degli altri a causa del mio occhio sinistro. La mia palpebra soffriva di una forma di paresi, per cui mi pendeva sull'occhio chiudendolo più della metà. Questa imperfezione mi faceva sentire brutto, diverso, impresentabile.
Ero arrivato al punto di credere che, se qualcuno mi guardava, lo faceva soltanto perché era stato colpito dal mio difetto. Un difetto che ha rovinato la mia vita fino all'età di trentacinque anni. Fino a quando, cioè, con una semplice operazione, ho rimediato a tutto. E' stato, quello dell'occhio, un complesso gigantesco e terrificante, dal quale sono derivati quasi tutti gli altri che, più o meno, ancora oggi mi affliggono.

Fabrizio De Andrè
A volte, nell'infanzia, sono loe piccole cose che a causa di una serie inesplicabile di circostanze, crescono, si dilatano fino ad assumere dimensioni inusitate che ci sovrastano. Il loro peso ci schiaccia e ci soffoca fino a condizionare tutta la nostra vita. Un stupida piccola cosa che apre ferite e dolori nascosti, sepolti nel fondo che ci tengono incatenati.


martedì 5 marzo 2019

Volevo un’angoscia devastante.


Nevada (racconti)

Claire Vaye Watkins







Non c’era un balsamo per il vuoto che lui aveva lasciato. Ci fosse stato – se la scienza avesse prodotto un unguento per lenire lo struggimento del cuore o una pillola per la disperazione da abbandono – non l’avrei usato. Volevo il dolore. Volevo un’angoscia devastante.
 
Nevada (racconti della frontiera)



venerdì 1 marzo 2019

Claire Vaye Watkins, Nevada, racconti,


Nevada (racconti)

Claire Vaye Watkins







Non c’era un balsamo per il vuoto che lui aveva lasciato. Ci fosse stato – se la scienza avesse prodotto un unguento per lenire lo struggimento del cuore o una pillola per la disperazione da abbandono – non l’avrei usato. Volevo il dolore. Volevo un’angoscia devastante.
 
Nevada (racconti della frontiera)



sabato 19 gennaio 2019

l’addio astioso e risentito


Alessandro Robecchi



Non ho mai chiesto la tua stampella
 Ora non chiedermi la mia.
.........

il verso che conta, che lo riguarda, che lo tocca davvero, è sempre quello, l’addio astioso e risentito di Don’t think twice, it’s all right, dove lui, che se ne va per la sua strada, sputa fiele, velenoso e incattivito:

Avresti potuto fare di meglio ma non mi interessa
 Hai solamente sprecato il mio tempo prezioso.

 Era l’inizio dei Sessanta, e la fidanzata del tempo non tornava dal suo viaggio in Italia, proprio come María, che ha detto «torno» e invece non torna. Un risentimento che Carlo non riesce a provare. Ma poi, in un’altra versione di quel pezzo suonato e risuonato un milione di volte,....... ecco che quella rabbia delusa diventa delusione soltanto. Come se il senso di ingiustizia venisse meno, cadesse come una vestaglia che scivola sul tappeto, lasciando la solitudine nuda.

 Quasi trent’anni dopo, in quella canzone le ferite sono diventate una malinconia morbida, persino affettuosa. Sì, certo, Dylan non cambia il testo di quel vecchio successo che è una delle sue cose migliori di sempre, le parole sono uguali, ma il senso... il senso è tutto diverso. Sono andato via, ti ho fatto male, ma oggi mi sembra tutto così... ragionevole, così coerente...

Lo spillone tra il cuore e l’ascella punge ancora di più, ora.

Carlo sa che ci sarà un tempo in cui quel dolore sarà sopportabile, ma ora non gli interessa, è già difficile consolarsi con il passato, figurarsi con il futuro. E poi lui non ce li ha trent’anni per curarsi le ferite, cazzo. Lui rivuole María, sa solo questo.

Alessandro Robecchi - Torto Marcio


domenica 30 dicembre 2018

lo chiamano lutto


Il silenzio è cosa viva

Chandra Livia Candiani







Lo chiamano lutto. Se accogli i suoi inviti, le sue chiamate a sentire la morte, interrompere tutto, sedersi o sdraiarsi e assaggiare l’assenza, allora è un dono. Se fingi che non ti chiami, se riempi ogni attimo di distrazione, ti fa a pezzi, brandelli di te che non stanno nell’intero del reale cambiato: aggiornare il file, con questo buco che vuole spazio, vuole ospitalità.
 
Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi, non piú un estraneo, ma un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un amante e dopo la fine un pezzo di noi.


 
Il silenzio è cosa viva



mercoledì 26 dicembre 2018

ma è nel dolore la soluzione del dolore


Il silenzio è cosa viva

Chandra Livia Candiani







Lo chiamano lutto. Se accogli i suoi inviti, le sue chiamate a sentire la morte, interrompere tutto, sedersi o sdraiarsi e assaggiare l’assenza, allora è un dono. Se fingi che non ti chiami, se riempi ogni attimo di distrazione, ti fa a pezzi, brandelli di te che non stanno nell’intero del reale cambiato: aggiornare il file, con questo buco che vuole spazio, vuole ospitalità.
 
Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi, non piú un estraneo, ma un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un amante e dopo la fine un pezzo di noi.


 
Il silenzio è cosa viva



lunedì 3 dicembre 2018

Papà

Sylvia Plath
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco

Papà

 
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo fiato e starnuto.
 
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
 
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
 
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un amico mio polacco
 
Mi dice che ce n’è un sacco.
Così non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi s’incollava la lingua al palato.
 
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir di più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
 
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebrea mi mettevo a parlare,
E lo sono proprio, magari.
 
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non son molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
 
Ho avuto sempre terrore di te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu.
Uomo-panzer, panzer, O tu –
 
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
La scarpa in faccia, il brutale
Cuore di un bruto a te uguale
 
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
 
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
 
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
 
E con il gusto di torchiare.
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
 
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi –
Il vampiro che diceva essere te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
 
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri tu l’hanno sempre capito.
Papà, carogna, ho finito.
 
Traduzione: Giovanni Giudici
[***]


Daddy
 
You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo.

Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time—
Marble-heavy, a bag full of God,
Ghastly statue with one gray toe
Big as a Frisco seal

And a head in the freakish Atlantic
Where it pours bean green over blue
In the waters off the beautiful Nauset.
I used to pray to recover you.
Ach, du.

In the German tongue, in the Polish town
Scraped flat by the roller
Of wars, wars, wars.
But the name of the town is common.
My Polack friend

Says there are a dozen or two.
So I never could tell where you
Put your foot, your root,
I never could talk to you.
The tongue stuck in my jaw.

It stuck in a barb wire snare.
Ich, ich, ich, ich,
I could hardly speak.
I thought every German was you.
And the language obscene

An engine, an engine,
Chuffing me off like a Jew.
A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
I began to talk like a Jew.
I think I may well be a Jew.

The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
Are not very pure or true.
With my gypsy ancestress and my weird luck
And my Taroc pack and my Taroc pack
I may be a bit of a Jew.

I have always been sacred of you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
And your neat mustache
And your Aryan eye, bright blue.
Panzer-man, panzer-man, O You—-

Not God but a swastika
So black no sky could squeak through.
Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.

You stand at the blackboard, daddy,
In the picture I have of you,
A cleft in your chin instead of your foot
But no less a devil for that, no not
Any less the black man who

Bit my pretty red heart in two.
I was ten when they buried you.
At twenty I tried to die
And get back, back, back to you.
I thought even the bones would do.

But they pulled me out of the sack,
And they stuck me together with glue.
And then I knew what to do.
I made a model of you,
A man in black with a Meinkampf look

And a love of the rack and the screw.
And I said I do, I do.
So daddy, I’m finally through.
The black telephone’s off at the root,
The voices just can’t worm through.

If I’ve killed one man, I’ve killed two—
The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.

There’s a stake in your fat black heart
And the villagers never liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.

 
Sylvia Plath

sabato 24 novembre 2018

dolori sepolti


La più amata

Teresa Ciabatti








Alla fine è successo davvero, le mie paure hanno preso corpo: lo sconosciuto con la pistola. Unica differenza: non è arrivato da sotto, ma da sopra. Sogno cose che succedono. Ho sognato mio padre e mia madre morire. Li ho sognati fin da bambina, sarebbero morti giovani. Siete morti.
[...]
Ecco il cuore pulsante della nostra famiglia, un buco nero intorno a cui crescono risentimento e amore di tutti verso tutti, anche dopo la morte.
[...]
Pensa al sogno che le ho raccontato in bagno, seduta sul bordo della vasca, mentre lei si lavava i capelli nel lavandino (da quando siamo a Roma non va più dal parrucchiere, ah, la donna buona): sono al Pozzarello – ho raccontato – un uomo entra in camera mia e s’infila nel mio letto, mamma, è buio, non si vede niente, lui si mette sopra di me, e mi schiaccia… Ma è davvero solo un sogno, Fiorella? Mormora atterrita mamma al telefono. Quell’anno, l’anno della cura del sonno può essere successa qualsiasi cosa, e lei non c’era, lei dormiva. Allora risale la rabbia, una rabbia violenta che la rende fortissima.
[...]
Posso venire nel tuo letto?
Lei alza la coperta per farmi entrare. In due nel lettino ci stiamo a malapena, ci abbracciamo.
Brutto sogno?
Sì.
Ora dormi, mi carezza.
Sempre l’uomo… dico, ma non è proprio un sogno, mamma, io sento davvero una persona sopra di me.
Mamma tace. Perché continuo a fare quel sogno? Ha paura a chiedermi altro, rimane in silenzio, mi stringe forte, mi culla, poi azzarda, quasi sottovoce: chi era?
Non lo so, mento io.
E mamma si rasserena, è solo un brutto sogno, mi stringe a sé, uno stupido sogno, bambina mia.
[...]
Invece mi addormento e nel buio arriva l’uomo che mi si stende sopra, mi soffoca, mi sta soffocando, tento di spostarlo, troppo pesante, lasciami andare, lui non si sposta, rimane sopra di me, mi schiaccia. Non importa chi sia, alcune volte lo so, altre no, alcune notti non ha volto, altre gli vedo la faccia, e prego: non farmi male, papà.
 
Vorrei chiedere oggi alla ragazzina che sono io a diciassette anni. Quella ragazzina che si dibatte in una gabbia che è alternativamente camera sua, la casa, la città. Di cosa hai paura, Teresa? Siediti, chiudi gli occhi, e cerca di ricordare… cosa ti hanno fatto, cosa è successo l’anno che mamma dormiva?
[...]
Arriva papà, mangiamo. Buonanotte, buonanotte. È notte. E di nuovo mattina. Avrei voluto che quell’anno succedesse qualcosa, che qualcuno mi facesse del male, mi picchiasse, violentasse, si macchiasse di una colpa, a cui potesse seguire una vendetta, avrei voluto essere qui, oggi, vittima dignitosa, ad accusare tutti.
[...]
In un angolo del giardino, dove ti sei messa di tua iniziativa, nessuno ti ha confinata. Non sei migliore, non hai sofferto più del resto dell’umanità
 
Teresa Ciabatti

tacere parlare.....

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