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mercoledì 17 gennaio 2018

l'attenzione

Buenas noches

L'attenzione è un atto d'amore,
di quelli che passano di là,
unico bagaglio concesso nel viaggio verso il cielo.
 
Fabrizio Centofanti

venerdì 21 luglio 2017

del diavolo è meglio non fidarsi, è il principe dei tarli.


E se non fosse vero? Se volesse ingannarmi?
Il tarlo s’insinua facilmente, è più forte dell’atto di fiducia, perché asseconda i sistemi difensivi, l’abitudine a far vincere il peggio, come ci fosse qualcosa che spinge verso il basso: a pensar male, diceva il divo Giulio, s’indovina sempre.
 
Giorno dopo giorno, accumuli sospetti, contamini col dubbio prima un rapporto, poi l’altro, e l’altro ancora. Ti ritrovi da solo, incapace di parlare anche con te, perché il prossimo tuo è come te stesso, e se diffidi di lui, finirai con l’auto diffidarti.
 
Che fare? ti chiedi. È semplice: comincia a invertire la rotta, a credere ogni volta che saresti tentato del contrario. Cos’hai da perdere? Negando la fiducia, smarrisci il bello e il buono della vita, sprofondi nel livore che nutre la tua ulcera, rinunci a vivere, perché in mancanza di fede non c’è vita.
 
Ma puoi ricominciare: il vero Io ti aspetta, come un bambino che crede alla promessa del papà, anche se tarda. Fidarsi è dire a satana che hai deciso di cambiare strada: non c’è bisogno di aggiungere che seguirai Gesù, del diavolo è meglio non fidarsi, è il principe dei tarli.
 
Fabrizio Centofanti [short stories]

La poesia e lo spirito -> short stories

martedì 18 luglio 2017

Il punto


Ti scrivo da un luogo di cui ignoro qualsiasi coordinata: è in cima a una collina, a strapiombo sul mare. Non so neanche come sia riuscito ad arrivarci, o chi mi ci abbia portato. A dire il vero, mi accorgo di aver dimenticato molte cose, tra cui il mio nome. Ma il tuo l’ho ben presente.
 
Forse è un vantaggio non rivangare più il passato, percepirsi liberi da errori e fallimenti. O forse mi illudo soltanto di non avere più di che rimproverarmi: l’essenza della vita è riconoscere umilmente la propria identità, senza ipocriti perfezionismi.
 
Da qui si vede bene l’orizzonte, la fine che non è una fine: come il giorno, che sembra esaurirsi e invece continua nella notte, nei sogni, che per me, nella presente condizione, sono l’unica chance di ritrovare un frammento di memoria; per sapere, ad esempio, se sono interessato a te, o è una forma di compensazione di quello che ho perduto e temo di non poter mai più ricuperare. Ciò che mi collega alla realtà è il filo tenue della nostra relazione, l’idea che da qualcosa si debba cominciare e che l’io sia questo ponte sospeso sopra il nulla, da cui mandiamo baci, o grida angosciate come appelli impossibili da udire.
 
Oggi ho maturato una certezza: qualcuno mi ha portato qui; dunque, un senso ci dev’essere. Per la prima volta sperimento la fiducia del bambino, che non mette in discussione il volere dei propri genitori. La collina, per me, è un simbolo a due facce: può rivelarsi un cimitero silenzioso, in cui ombre furtive accumulano fiori che presto appassiranno; o il luogo da cui, finalmente, si vede il punto da cui tutto nasce, invece di finire.
 
Fabrizio Centofanti [short stories]

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lunedì 17 luglio 2017

Il grande yogurt


Certe volte, nella vita, bisogna scegliere drasticamente, tagliare con l’accetta. Uno cerca di non fare male, sfiorando dolcemente il mondo dell’altro; ma accadono fatti che non lasciano spazio a premure ed attenzioni; e allora zac, tagliare di netto, avanti un altro.
 
La carità è paziente, dice Paolo, quello di Tarso: tutto scusa e tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ma un bel giorno ti accorgi che non tutto è sdoganabile, che l’altro ha dei doveri: di rispetto, o almeno di buona educazione. E allora tronca, qualcosa sboccerà di nuovo dalle radici originarie; non sempre si può andare di uncinetto, pregare, accarezzare, cavare, insomma, il sangue da una rapa.
 
È il momento più istruttivo, quello in cui la persona si assume la responsabilità delle sue azioni. Vuole? Non vuole? Tu, comunque, glielo hai detto, ti sei preso la briga di stornare, dall’umanità, l’ennesimo calcio sulla faccia.
 
Fabrizio Centofanti [short stories]

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domenica 16 luglio 2017

Un giorno


Ci sono vittime predestinate a cui va tutto male. Se possono essere lasciate, lo saranno, se si affaccia il rischio di perdere il lavoro, accadrà di sicuro, se si profila la possibilità d’inciampare in una pietra, un marciapiede, un pezzo di legno caduto sulla strada, senza meno si realizzerà.
 
Sono persone tristi, rassegnate, che non sembrano far caso più di tanto alla catena infinita di molestie da cui sono colpite. Tuttavia, come nei libri o al cinema, qualcosa di buono deve pur succedere: a volte neanche se ne accorgono, altre, abbozzano un sorriso timido, come a scusarsi per essere uscite dal solito cliché.
 
A questo punto, hanno davanti due strade: considerare l’accaduto come un semplice incidente, una svista del destino, che si è dimenticato di vessarli; oppure prendere la palla al balzo, alzare il capo, pensare che se qualcosa di buono è capitato, potrebbe replicarsi un’altra volta, e un’altra, e un’altra ancora, fino a influire su tutte le abitudini, a produrre una visione alternativa, a credere che Dio esista anche per loro, e possa mettere in atto quello che i credenti usano chiamare Provvidenza.
 
È bello vedere una persona cogliere d’istinto l’occasione, permettere agli eventi di sconvolgere il passato: valeva la pena venire lasciati, perdere il lavoro, mettere il piede in fallo cento volte, se un giorno ci succede, all’improvviso, di cambiare sguardo.
 
Fabrizio Centofanti [short stories]

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