lunedì 26 gennaio 2026

In una lingua che non so più dire

Stefano D'arrigo

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

 
Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.
O in una lingua che non so più dire.


 
Stefano D'Arrigo - Codice siciliano (1957)
Scrittore italiano (Alì 1919 - Roma 1992); a parte le poesie del Codice siciliano (1957; nuova ed. accresciuta, 1978), è noto per il contrastato successo del monumentale romanzo Horcynus Orca (1975): un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell'Occidente, dalla Bibbia a Omero, al Decameron, ai poemi cavallereschi, per riscriverla e coglierne l'immutata vitalità simbolica e affabulatoria sull'orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo (almeno a J. Joyce, il rinvio è obbligatorio). La realizzazione risulta elaborata anche sul piano dell'invenzione linguistica. Più discutibile è invece la riuscita del romanzo successivo, Cima delle nobildonne (1985). Nel 2024 è stato pubblicato postumo l'inedito Il compratore di anime morte, romanzo picaresco ambientato nel Regno delle due Sicilie.
Treccani
Le parole e le cose (tre poesie)

“Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare”.
...
Solo una volta, casualmente, il professore aveva detto qualcosa che forse dava una risposta a questo e forse non la dava, qualcosa, però, che i pellisquadre si ritrovavano di tanto in tanto nei loro parlari: il perchè.. aveva detto quella volta il professore, stringendo e dilatando le pupille come un gatto abbagliato da una luce troppo forte, c'è sempre un perchè in ogni cosa. Non ci sono misteri nella vita, sembrano misteri. Dove e quando abbaiamo l'impressione d'un mistero basta fare un piccolo sforzo e domandarsi: perchè? e il cosidetto mistero subito si risente, non è più tanto fitto e impenetrabile, la visiera, in altre parole, gli comincia a tremolare sulla faccia, al signor mistero. Eh, il perchè.. Il perchè è parola magica, specia di apriti,sesamo e non c'è porta di mistero che gli può resistere. Il perchè se li mangia vivi, i misteri, e quando a una data cosa, a un dato fenomeno, voi gli levate l'apparenza strana, enimmatica, quello che resta è la natura, tutta semplice e chiara e spiegata davanti agli occhi, tale che pure un muccusello la intende e signoreggia. Basta fare quel piccolo sforzo, e domandarsi perchè.
Ma quello è niente, amici miei, quello di domandarselo con le labbra. Lo sforzo grande e difficile, amici miei, è che bisogna domandarselo sempre, ogni volta come fosse sempre la prima volta.
da "Horcynus Orca" – Rizzoli

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