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lunedì 27 agosto 2018

Nel giardino (discendi dal gran viale)

Eugenio Montale
Ma il sole già declina,
diffonde il suo lucore in raggi obliqui,
dispare, torna, e la memoria di sere
uguali raddoppia gli orizzonti,

Nel giardino
 
Discendi dal gran viale
e ti sovrasta un cielo
azzurro estivo. Una nuvola
bianca di lini rinfresca
la canicola al tuo arrivo.
Ci sediamo sulla solita panchina.
Poi d'un tratto un soffio di vento
e la tua paglia comincia a turbinare.
L'afferri, ti risiedi.
L'ala del grande pino marino
come vela spiegata ci trascina.
Vorremmo bordeggiare
da questo litorale tutta la costiera,
giungere in un duetto di nomi, di ricordi
fino a Nervi.
Ma il sole già declina,
diffonde il suo lucore in raggi obliqui,
dispare, torna, e la memoria di sere
uguali raddoppia gli orizzonti,
traduce in altri giorni
quel momento fugace che scompare.
Ora anche il vento tace.

Eugenio Montale

domenica 26 agosto 2018

In giorni come questi

Eugenio Montale
Una parola che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico
sul confine ideale tra realtà
e fantasia potrà, anche
se per poco, cangiare l’esistenza.

In giorni come questi
 
In giorni come questi, spesso
la tetraggine m’assale
e il vivere d’ora in ora
mi tortura. Ma arrivi tu
che sconfiggi la noia
coi tuoi discorsi variopinti.
Anche oggi cercheremo una breccia.
Una parola che ci possa salvare
e che ci tenga in bilico
sul confine ideale tra realtà
e fantasia potrà, anche
se per poco, cangiare l’esistenza.

Eugenio Montale

mercoledì 5 luglio 2017

Ex voto

Eugenio Montale
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

Ex voto
 
Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.
 
Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.
 
Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.
 
Insisto
nel ricercarti nel fuscello
e mai nell'albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.
 
Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era.
 
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

Eugenio Montale

martedì 6 giugno 2017

Nel fumo

Eugenio Montale
poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

Nel fumo
 
Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

Eugenio Montale

mercoledì 29 marzo 2017

Non chiederci la parola

Eugenio Montale
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari

 Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. 

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


Eugenio Montale

lunedì 2 gennaio 2017

Ex voto

Eugenio Montale
Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole...
[...]
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

 Ex voto
Accade
che le affinità d'anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.

Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello
e mai nell'albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.


Eugenio Montale


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domenica 1 gennaio 2017

Il primo gennaio

Eugenio Montale
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 IL PRIMO GENNAIO

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.


Eugenio Montale


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Forse un mattino andando in un'aria di vetro

Eugenio Montale
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 Forse un mattino andando in un'aria di vetro

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto 
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


Eugenio Montale

"Talora sembra che la salvezza della vita stia nel raccontarla, talora nel tacerla, nel «lasciare semplicemente che le cose passino"
Claudio Magris
 
  • Segreti e occultamenti
  • L'unica verità è quella che non si conosce
    (Javier marias e Orhan Pamuk)

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    lunedì 6 giugno 2016

    Dora Markus

    Eugenio Montale

    La tua irrequietudine mi fa pensare
    agli uccelli di passo che urtano ai fari
    nelle sere tempestose:
    è una tempesta anche la tua dolcezza,
    turbina e non appare.
    E i suoi riposi sono anche più rari.
    Non so come stremata tu resisti
    in questo lago
    d'indifferenza ch'è il tuo cuore; forse

     DORA MARKUS
    
    1
    
    Fu dove il ponte di legno
    mette a Porto Corsini sul mare alto
    e rari uomini, quasi immoti, affondano
    o salpano le reti. Con un segno
    della mano additavi all'altra sponda
    invisibile la tua patria vera.
    Poi seguimmo il canale fino alla darsena
    della città, lucida di fuliggine,
    nella bassura dove s'affondava
    una primavera inerte, senza memoria.
    
    E qui dove un'antica vita
    si screzia in una dolce
    ansietà d'Oriente,
    le tue parole iridavano come le scaglie
    della triglia moribonda.
    
    La tua irrequietudine mi fa pensare
    agli uccelli di passo che urtano ai fari
    nelle sere tempestose:
    è una tempesta anche la tua dolcezza,
    turbina e non appare.
    E i suoi riposi sono anche più rari.
    Non so come stremata tu resisti
    in questo lago
    d'indifferenza ch'è il tuo cuore; forse
    ti salva un amuleto che tu tieni
    vicino alla matita delle labbra,
    al piumino, alla lima: un topo bianco
    d'avorio; e così esisti!
    
    2
    
    Ormai nella tua Carinzia
    di mirti fioriti e di stagni,
    china sul bordo sorvegli
    la carpa che timida abbocca
    o segui sui tigli, tra gl'irti
    pinnacoli le accensioni
    del vespro e nell'acque un avvampo
    di tende da scali e pensioni.
    
    La sera che si protende
    sull'umida conca non porta
    col palpito dei motori
    che gemiti d'oche e un interno
    di nivee maioliche dice
    allo specchio annerito che ti vide
    diversa una storia di errori
    imperturbati e la incide
    dove la spugna non giunge.
    
    La tua leggenda, Dora!
    Ma è scritta già in quegli sguardi
    di uomini che hanno fedine
    altere e deboli in grandi
    ritratti d'oro e ritorna
    ad ogni accordo che esprime
    l'armonica guasta nell'ora
    che abbuia, sempre più tardi.
    
    È scritta là. Il sempreverde
    alloro per la cucina
    resiste, la voce non muta,
    Ravenna è lontana, distilla
    veleno una fede feroce.
    Che vuole da te? Non si cede
    voce, leggenda o destino.
    Ma è tardi, sempre più tardi.
    


    Eugenio Montale

    Poesia inserita nella prima sezione de Le Occasioni, ma nata dall’unione di un primo testo del 1928 (ispirato, su suggerimento di Bobi Bazlen dalla bellezza delle gambe di una ragazza moldava, di nome Dora Markus) e da una seconda parte composta nel 1939, nell’imminenza dello scoppio del secondo conflitto mondiale e della persecuzione nazista.

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    sabato 28 maggio 2016

    Una breccia

    Eugenio Montale

    Ma arrivi tu
    che sconfiggi la noia

     Una breccia
    
    In giorni come questi, spesso
    la tetraggine m’assale
    e il vivere d'ora in ora
    mi tortura. Ma arrivi tu
    che sconfiggi la noia
    coi tuoi discorsi variopinti.
    Anche oggi cercheremo una breccia.
    Una parola che ci possa salvare
    e che ci tenga in bilico
    sul confine ideale tra realtà
    e fantasia potrà, anche
    se per poco, cangiare l'esistenza.


    Eugenio Montale


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    sabato 21 maggio 2016

    Incontro

    Eugenio Montale

    Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
    presagio vivo in questo nembo, sembra
    che attorno mi si effonda

     Incontro
    
    Tu non m'abbandonare mia tristezza
    sulla strada
    che urta il vento forano
    co' suoi vortici caldi, e spare; cara
    tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
    sospinta sulla rada
    dove l'ultime voci il giorno esala
    viaggia una nebbia, alta si flette un'ala
    di cormorano.
    
    La foce è allato del torrente, sterile
    d'acque, vivo di pietre e di calcine;
    ma più foce di umani atti consunti,
    d'impallidite vite tramontanti
    oltre il confine
    che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
    mani scarne, cavalli in fila, ruote
    stridule: vite no: vegetazioni
    dell'altro mare che sovrasta il flutto.
    
    Si va sulla carraia di rappresa
    mota senza uno scarto,
    simili ad incappati di corteo,
    sotto la volta infranta ch'è discesa
    quasi a specchio delle vetrine,
    in un'aura che avvolge i nostri passi
    fitta e uguaglia i sargassi
    umani fluttuanti alle cortine
    dei bambù mormoranti.
    
    Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
    presagio vivo in questo nembo, sembra
    che attorno mi si effonda
    un ronzio qual di sfere quando un'ora
    sta per scoccare;
    e cado inerte nell'attesa spenta
    di chi non sa temere
    su questa proda che ha sorpresa l'onda
    lenta, che non appare.
    
    Forse riavrò un aspetto: nella luce
    radente un moto mi conduce accanto
    a una misera fronda che in un vaso
    s'alleva s'una porta di osteria.
    A lei tendo la mano, e farsi mia
    un'altra vita sento, ingombro d'una
    forma che mi fu tolta; e quasi anelli
    alle dita non foglie mi si attorcono
    ma capelli.
    
    Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
    qual sei venuta, e nulla so di te.
    La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
    dal giorno sparsa già. Prega per me
    allora ch'io discenda altro cammino
    che una via di città,
    nell'aria persa, innanzi al brulichio
    dei vivi; ch'io ti senta accanto; ch'io
    scenda senza viltà.


    Eugenio Montale


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    venerdì 20 maggio 2016

    Gli uomini che si voltano

    Eugenio Montale

    Non me lo chiedo neanch’io. Sono colui
    che ha veduto un istante e tanto basta

    Gli uomini che si voltano

    Probabilmente
    non sei più chi sei stata
    ed è giusto che cosí sia.
    Hai raschiato a dovere la carta a vetro
    e su noi ogni linea si assottiglia.
    Pure qualcosa fu scritto
    sui fogli della nostra vita.
    Metterli controluce è ingigantire quel segno,
    formare un geroglifico più grande del diadema
    che ti abbagliava.
    Non apparirai più dal portello
    dell’aliscafo o da fondali d’alghe,
    sommozzatrice di fangose rapide
    per dare un senso al nulla. Scenderai
    sulle scale automatiche dei templi di Mercurio
     
    tra cadaveri in maschera,
    tu la sola vivente,
    e non ti chiederai
    se fu inganno, fu scelta, fu comunicazione
    e chi di noi fosse il centro
    a cui si tira con l’arco dal baraccone.
    Non me lo chiedo neanch’io. Sono colui
    che ha veduto un istante e tanto basta
    a chi cammina incolonnato come ora
    avviene a noi se siamo ancora in vita
    o era un inganno crederlo. Si slitta.

    Eugenio Montale


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    sabato 30 aprile 2016

    Eppure non mi dà riposo

    Buenos dias !!!

    Eppure non mi dà riposo
    sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.
     
    Eugenio Montale

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    lunedì 28 marzo 2016

    Suonatina di pianoforte

    Riletture: Eugenio Montale

    Vieni qui, facciamo una poesia
    che non sappia di nulla
    e dica tutto lo stesso,...

    Suonatina di pianoforte      Eugenio Montale

    sabato 13 febbraio 2016

    CHISSÀ SE UN GIORNO BUTTEREMO LE MASCHERE



    CHISSÀ SE UN GIORNO BUTTEREMO LE MASCHERE

    Chissà se un giorno butteremo le maschere
    che portiamo sul volto senza saperlo.
    Per questo è tanto difficile identificare
    gli uomini che incontriamo.
    Forse fra i tanti, fra i milioni c´è
    quello in cui viso e maschera coincidono
    e lui solo potrebbe dirci la parola
    che attendiamo da sempre. Ma è probabile
    che egli stesso non sappia il suo privilegio.
    Chi l´ha saputo, se uno ne fu mai,
    pagò il suo dono con balbuzie o peggio.
    Non valeva la pena di trovarlo. Il suo nome
    fu sempre impronunciabile per cause
    non solo di fonetica. La scienza
    ha ben altro da fare o da non fare.

    Eugenio Montale
    RAFAL OLBINSKI, “THE MARRIAGE OF FIGARO”
    da il canto delle sirene link esterno

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