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martedì 21 giugno 2016

Rinuncie e contropartite



 


Rinuncie e contropartite   

È vero 
che ad ogni rinuncia  
corrisponde una contropartita...? 
NON tutti i bilanci sono in pari 
Vi sono conti in rosso  
Conti Che non si mettono mai in pari 
Puoi versare acconti e arrivare ai saldi ma 
I conti restano sempre sbilanciati  
Certi conti non tornano mai.

(Ispirato canzone di Carmen Consoli   "l'eccezione" link esterno  )

D.N. 23 maggio 2016

sabato 5 dicembre 2015

rinuncie



Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Elias Canetti, “Il gioco degli occhi”,
***
rimpianto s. m. [der. di rimpiangere].
– Ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni mancate:
***
“La mia formula per la grandezza dell’uomo”, scrive in un capitolo di Ecce homo splendidamente intitolato “Perché sono così intelligente”, “è l’amor fati”, l’amore per il proprio destino. Spiega Nietzsche di voler “imparare sempre più a considerare bello quello che è necessario: amare il mio fato!”. Amor fati significa vivere senza rimpianti, ma non come lo intendiamo oggi. Carpe diem significa prendere decisioni coraggiose, per non pentirsene in seguito, mentre amor fati (tra le altre cose) significa imparare ad accettare le scelte, più o meno coraggiose, già fatte. Una volta capito questo, il mantra moderno del “non avere rimpianti” comincia a non sembrare più un atto di coraggio ma di vigliaccheria: un disperato tentativo, dettato dal panico, di evitare la tristezza futura. Invece, paradossalmente, l’amor fati è un modo migliore per evitare i rimpianti. Non si tratta più di fare scelte coraggiose “prima che sia troppo tardi”, ma di capire che è già troppo tardi, e lo è sempre stato.
Oliver Burkeman,

venerdì 4 dicembre 2015

punto finale





Ci si può abbandonare completamente agli eventi, ma non ad un altro essere.

Ma tra due esseri, una qualsiasi coppia sulla terra, l’area di esperienze puramente sensuali è limitata. L’acme della reazione sensuale, una volta raggiunto in qualsiasi direzione, è un punto finale, non si può andare oltre. Solo la ripetizione è possibile, o il divergere dei protagonisti, o la soggezione della volontà di uno a quella dell’altro, o la morte.
D.H. Lawrence



sabato 10 ottobre 2015

io ci sono



IO CI SONO - Io ci sono. Tu - ci sarai. Ci divide un abisso. Io che bevo. Tu - che riardi. Come fare a trovarci? Dieci anni, anzi no, centomila ci separano. I ponti Dio non li fa. "Sii! Ora!" è il mio comandamento. O almeno va' per la tua strada e lasciami crescere. Io ci sono. Tu - ci sarai. Tra dieci inverni tu mi dirai: "Ora ci sono!", ma io: "Era tanto tempo fa..." MARINA CVETAEVA 6 giugno 1918


Non è tempo che amando resistiamo all’amato






  
[…]
Ma non devono questi, i più antichi dolori,
darci infine più frutto? Non è tempo che amando
resistiamo all’amato, ce ne liberiamo, tremanti:
come la freccia resiste alla corda per essere, raccolta
nel balzo, più di se stessa. Poiché non v’è luogo per restare.
[…]


La prima elegia duinese

Oh la notte, la notte quando il vento colmo di spazi
il volto ci rode – a chi l’anelata non resterebbe,
che soave delude e incombe come fatica
al singolo cuore. La notte è agli amanti più lieve?
Ah, si occultano solo l’un l’altro la sorte.
Ancora non sai? Getta dalle tue braccia il vuoto
e accresci gli spazi che respiriamo; sentiranno forse gli uccelli
l’aria ampliata in più intimo volo.
Primavere, sì, hanno avuto bisogno di te. Qualche
stella pretese che tu la sentissi. Si inarcò
un’onda da ciò che era stato, o quando
passasti e la finestra era aperta, a te
si donava un violino. Tutto questo era compiuto.
Ma tu l’hai assolto? Non te ne stavi distratto
ad attendere, quasi ogni cosa annunziasse
una amata? (Dove vuoi custodirla,
che i grandi estranei pensieri entrano
ed escono in te e spesso la notte rimangono. […]
Ma le amanti in sé le ritrae la natura,
esausta, quasi non avesse le forze
due volte per farlo. […]
Ma non devono questi, i più antichi dolori,
darci infine più frutto? Non è tempo che amando
resistiamo all’amato, ce ne liberiamo, tremanti:
come la freccia resiste alla corda per essere, raccolta
nel balzo, più di se stessa. Poiché non v’è luogo per restare. […]
Certo è strano non abitar più la terra,
non usare più di costumi appena imparati,
a rose e a cose diverse che sono chiara promessa
non dare più il senso di umano futuro;
ciò che si era in tante trepide mani
non esserlo più, e abbandonare anche
il nome come un giocattolo rotto.
Strano non aver più desiderio dei desideri. Strano
veder sventolare tanto sciolto nel vuoto
tutto ciò che si univa. […] Ma i viventi fanno
tutti l’errore che troppo forte distinguono. […]
Ma noi che abbiamo bisogno di arcani, da cui nel cordoglio
scaturisce un progresso beato: potremmo essere senza di loro?

R. M. Rilke, estratto da “La prima elegia duinese”.




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