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domenica 11 settembre 2016

come chi contempla un fiume o un paesaggio extraterrestre,

Roberto Bolaño

Quando entrai in camera accesi la luce, mi tolsi la giacca, bevvi direttamente dal rubinetto. Nel parcheggio del motel c'era ancora la sua macchina. Aprii la porta e un soffio d'aria del deserto mi colse in piena faccia. La macchina era vuota. Un po' più in là, sul bordo della strada, come chi contempla un fiume o un paesaggio extraterrestre, vidi la direttrice, con le braccia leggermente sollevate, come se stesse parlando con l'aria o recitando, o come se fosse tornata bambina e stesse giocando alle belle statuine.
 
Non dormii bene.All'alba venne lei stessa a prendermi.
[...]
Ricordo solo vagamente la sua figura, ferma lì, a fissare l'autobus, o forse soltanto il suo orologio da polso.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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sabato 10 settembre 2016

appariva come un sogno o un miracolo, che sono, in fin dei conti, la stessa cosa.

Roberto Bolaño

Una lentezza esasperante che tuttavia non ci toccava più.
 
E poi vidi che la luce, qualche secondo dopo il passaggio dell'auto o del camion in quel punto, girava su se stessa e rimaneva come sospesa, una luce verde che pareva respirare, per una frazione di secondo viva e riflessiva in mezzo al deserto, sciolta da ogni legame, una luce che assomigliava al mare e che si muoveva come il mare, ma che conservava tutta la fragilità della terra, un'ondulazione verde, portentosa, solitaria, che doveva essere prodotta da qualcosa su quella curva, una scritta, una tettoia solitaria, dei teli di plastica giganteschi stesi sulla terra, ma che davanti a noi, a una distanza considerevole, appariva come un sogno o un miracolo, che sono, in fin dei conti, la stessa cosa.
 
Poi la direttrice rimise in moto, fece inversione e tornammo indietro.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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venerdì 9 settembre 2016

Una lentezza esasperante che tuttavia non ci toccava più.

Roberto Bolaño

Guarda, disse la direttrice, stiamo arrivando in un posto molto speciale. Questa fu l'espressione che usò. Molto speciale.
 
Volevo che tu lo vedessi, disse, è la cosa che mi piace di più della mia terra. L'auto uscì dalla strada e si fermò in una sorta di area di sosta, anche se in realtà non c'era niente, solo terra e un grande spiazzo per parcheggiare i camion. In lontananza brillavano le luci di qualcosa che poteva essere un piccolo paese o un ristorante. Non scendemmo. La direttrice mi indicò un punto imprecisato. Un tratto di strada a circa cinque chilometri da dove ci trovavamo, forse di meno, forse di più. Passò perfino un panno sul parabrezza perché potessi vedere meglio. Guardai: vidi fari di automobili, dall'andamento delle luci forse era una curva. E poi vidi il deserto e vidi delle forme verdi. Hai visto? disse la direttrice. Sì, luci, risposi. La direttrice mi guardò: i suoi occhi sporgenti brillavano come di sicuro brillano gli occhi degli animaletti selvatici dello stato di Durango, negli inospitali dintorni di Gómez Palacio.
 
Poi guardai di nuovo dove lei mi indicava: prima non vidi niente, solo buio, il bagliore di quel paese o ristorante sconosciuto, poi passò qualche automobile e i fasci di luce dei fari fendettero lo spazio con una lentezza esasperante.
 
Una lentezza esasperante che tuttavia non ci toccava più.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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giovedì 8 settembre 2016

Mi parve una risposta ragionevole, anche se in realtà era una risposta folle.

Roberto Bolaño

È mio marito, disse la direttrice senza smettere di guardare la macchina ferma, come se parlasse fra sé. Poi girò la cassetta dall'altro lato e alzò il volume. A volte la mia amica mi telefona, disse, quando è in tournée per città sconosciute. Una volta mi chiamò da Ciudad Madero, aveva cantato tutta la notte in un locale del sindacato idrocarburi e mi chiamò alle quattro del mattino. Un'altra volta mi chiamò da Reinosa. Che bello, dissi io. No, non è né bello né brutto, disse la direttrice. Semplicemente mi chiama. A volte ne sente il bisogno. Quando risponde mio marito lei riattacca.
 
Per un po' nessuno dei due disse niente. Mi immaginai il marito della direttrice al telefono. Alza il ricevitore, dice pronto, chi è, poi sente che dall'altra parte qualcuno riattacca e riattacca anche lui, quasi come un riflesso condizionato. Chiesi alla direttrice se voleva che scendessi e andassi a dire qualcosa al guidatore dell'altra auto.
 
Non è necessario, disse. Mi parve una risposta ragionevole, anche se in realtà era una risposta folle. Le chiesi cosa pensava che avrebbe fatto suo marito, se davvero era suo marito. Rimarrà qui finché non ce ne andremo, disse la direttrice. Allora sarebbe meglio andarcene subito, dissi io.
 
La direttrice parve immergersi nei suoi pensieri, anche se in realtà, lo indovinai molto più tardi, non fece altro che chiudere gli occhi e bere letteralmente fino all'ultima goccia la canzone della sua amica di Durango.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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mercoledì 7 settembre 2016

ma la sua presenza sembrava gonfiare lo spazio

Roberto Bolaño

Distesi le gambe. Un'auto passò accanto a me suonando il clacson. La mandai al diavolo con un gesto. Forse non fu solo un gesto. Forse gridai vai a farti fottere e il guidatore mi vide o mi sentì. Ma questo, come quasi tutto in questa storia, è improbabile. Quando ci ripenso, poi, l'unica cosa che vedo è la mia immagine congelata nel suo specchietto retrovisore,
[...]
L'auto frenò qualche metro più avanti e rimase immobile. Nessuno scese, né mise la marcia indietro, non sentii più il clacson, ma la sua presenza sembrava gonfiare lo spazio che adesso in qualche modo condividevamo. Con prudenza, mi incamminai verso la direttrice. Lei tirò giù il finestrino e mi chiese cosa fosse successo. Aveva gli occhi più sporgenti che mai. Le dissi che non lo sapevo. È un uomo, disse lei, e si mosse per spostarsi sul sedile del guidatore. Occupai il sedile che aveva lasciato libero. Era caldo e umido, come se la direttrice avesse la febbre. Attraverso il finestrino vidi la sagoma di un uomo, la nuca di qualcuno intento a fissare, come noi, la linea della strada che cominciava a serpeggiare verso le montagne

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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martedì 6 settembre 2016

qualcosa che non sapevo cosa fosse ma che sarebbe benissimo potuto essere l'eternità

Roberto Bolaño

L'auto rimase parcheggiata su un lato della strada. Aprii la portiera e scesi: non era ancora completamente buio, ma non era più giorno. La terra intorno a me, le montagne su cui la strada si perdeva, erano di un giallo scuro così intenso che non ne ho più visti di uguali. Come se quella luce (ma non era luce, solo un colore) fosse gravida di qualcosa che non sapevo cosa fosse ma che sarebbe benissimo potuto essere l'eternità. Mi vergognai di pensare una cosa simile.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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lunedì 5 settembre 2016

Di che colore è il deserto di notte?

Roberto Bolaño

All'orizzonte vidi delle montagne basse fra le quali la strada si perdeva. A est cominciava ad apparire la notte. Di che colore è il deserto di notte? mi ero chiesto giorni prima al motel. Era una domanda retorica e stupida con cui cercavo la cifra del mio futuro, o forse non del mio futuro ma della mia capacità di sopportare il dolore che provavo.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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domenica 4 settembre 2016

La notte non riuscivo a dormire.

Roberto Bolaño

La notte non riuscivo a dormire. Avevo gli incubi. Prima di mettermi a letto mi assicuravo che le porte e le finestre della mia camera fossero ermeticamente chiuse. Mi si seccava la bocca e l'unica soluzione era bere acqua. Mi alzavo continuamente e andavo in bagno a riempirmi il bicchiere d'acqua. E già che ero in piedi ne approfittavo per controllare ancora una volta se avevo chiuso bene la porta e le finestre. A volte mi dimenticavo delle mie ansie e rimanevo alla finestra a osservare il deserto nella notte. Poi tornavo a letto e chiudevo gli occhi, ma avendo bevuto tanta acqua dopo un po' dovevo alzarmi di nuovo, questa volta per orinare. E già che mi ero alzato tornavo a controllare le serrature della camera e poi rimanevo in silenzio ad ascoltare i rumori lontani del deserto (motori in sordina, auto che andavano verso nord o verso sud) o a guardare la notte dalla finestra. Finché veniva l'alba e allora finalmente riuscivo a dormire qualche ora di seguito, due o tre al massimo.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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e sapevo che i miei giorni in Messico erano contati

Roberto Bolaño

Andai a Gómez Palacio in uno dei periodi peggiori della mia vita. Avevo ventitré anni e sapevo che i miei giorni in Messico erano contati.

Puttane assassine ( Gómez Palacio )
     Roberto Bolaño

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