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martedì 12 agosto 2025

sui social ci comportiamo un po’come nelle feste paesane o di quartiere


Daniela Nurra



“Il potere delle donne risiede nella loro capacità
di essere vulnerabili e autentiche”
(Brenè Brown)
Immagino abbia contribuito a questa voglia di riscatto, affermazione anche, la diffusione dei social network. Complice l’esposizione continua, il confrontarsi continuamente, scoprire situazioni, realtà e idee che prima dell’avvento della globalizzazione erano quasi sconosciuti o lontani, si scoprono argomenti e materie prima riservate esclusivamente ad artisti, creativi, letterati o esperti di settore.

Comunemente prima di internet, chi avrebbe mai ragionato, ad esempio, su certe abitudini (strane) sane? Oppure che certi alimenti, musica, costumi sono fonte di arricchimento, di integrazione e di scoperta? Prima dell’avvento di internet poteva capitare, certo, che qualcuno avesse preso contatto e conoscenza con realtà diverse, magari lontane, e poi magari trasmetteva questa esperienza agli altri, ma erano abbastanza limitati. Di certo, però, l’impetuosa ondata di dati, contenuti e informazioni che ci veicola la Rete non erano minimamente immaginabili.

Come ci rapportiamo coi i social? In questo senso, che siamo donne, uomini, giovani, meno giovani i Social impongono tutta una serie di sfide e parametri, che giocoforza ci toccano, sia che li seguiamo, sia che non siano una nostra frequentazione.

In fin dei conti sui social ci comportiamo un po’come nelle feste paesane o di quartiere: ci si prepara, ci si fa belli, mostrando il nostro lato migliore o che più vogliamo mostrare, anche nascondendo o mascherando difettucci. E soprattutto cercando sempre di mettere in mostra la parte migliore di noi. In questo ovviamente non c’è nulla di male, finché non diventi una corsa a mostrare esclusivamente aspetti forzatamente positivi, patinati e irreali o quantomeno inumani.

Finché non pretendiamo di fare tutto bene, di essere sempre al massimo delle nostre capacità, senza errori sbavature. Ecco in questo i social ci hanno portato e portano continuamente a voler essere, a dover essere sempre al meglio. Un meglio dal punto di vista fisico, un meglio dal punto di vista psicologico, sociale e qualsiasi nostra angolazione e sfaccettatura, almeno in apparenza. In qualche modo ci siamo convinti che se non si fa o meglio se non si mostra ciò che a volte si fa, non si ha, che se non si appare sempre al meglio, non siamo persone degne di merito e amore.

Questa prospettiva risulta ancora più gravosa se parliamo di donne: la sindrome dell’impostore, è inculcata fin dai primi anni di vita[1]. Gli standard per le donne frequentemente, sono sempre alti, sempre più alti. Senza voler cadere nell’antagonismo uomo-donna, possiamo rilevare che alle donne è chiesta una presenza fisica oltre che psicologica, nel senso che essere piacenti, piacevoli sia esteticamente che caratterialmente, spesso è il minimo sindacale.

[1] La sindrome dell’impostore è stata descritta per la prima volta a fine anni ’70 dalle psicologhe P. Clance e S. Imes. Si tratta di una percezione interna di non meritevolezza del successo personale. Vd. IPSICO dott.ssa. I. Castellani.

Daniela Nurra - Imperfetto femminile


venerdì 4 luglio 2025

Imperfetto femminile


Imperfetto femminile



Che società e sviluppo avrebbe il nostro mondo se alle donne, da sempre, fosse stato consentito di esprimersi liberamente? Come sarebbe la società se alle donne fosse stato permesso di manifestare ambizioni, talenti e inclinazioni? Non si può tornare indietro e cambiare il passato, ma ci si può evolvere e costruire un futuro migliore. Conoscere limiti, pregi, difetti, fragilità sarebbe un ottimo punto di partenza. E se mettere insieme questi pezzi del puzzle potesse aiutare persone di ogni genere nella comprensione del proprio contesto? Forse la chiave di lettura dell'autrice può essere uno spunto utile per camminare verso una società più inclusiva e equa.

Daniela Nurra

Daniela fin ora l'abbiamo conosciuta come poeta, vocazione naturale che l'accompagna sin dall'adolescenza. Con sorprendente semplicita' scava nell'intimita' dell'animo umano, nelle pieghe piu' nascoste della nostra essenza, di cio' che siamo e non siamo stati e vorremmo essere. I suoi versi seguono il ritmo del respiro e dei sogni e della nostalgia. Ma i suoi versi esprimono anche la forza e la determinazione di chi non si rassegna e aspira a un mondo migliore.

Ora per la prima volta scrive libro dedicato alla condizione femminile, sull'essere donna in questo mondo brutale che scatena la violenza dei fragilissimi maschi, che hanno perso il ruolo dominante che hanno esercitato da sempre e che rischia di condurci all'estinzione. Uno sguardo mite eppure profondo.
un Libro da leggere !

libro acquistabile su Amazon, ebay e tanti altri siti on line.


giovedì 27 aprile 2017

Fatti vivo - Chandra Livia Candiani

«Fatti vivo», farsi vivi: cosa significa? La vita la riceviamo, la doniamo; piombiamo nella vita e molte vite piombano nella nostra; spesso nella vita la vita ci capita e più spesso ci capita addosso senza che ce la aspettiamo, che ce ne accorgiamo.
[...]
un farsi vivi nella vita che è già da sempre data, ma che non «è» davvero fin quando non viene scelta, non viene fatta «per noi», fatta «nostra». Non è un tornare indietro, nel ventre della madre, ma un andare nel futuro: rinascita del mondo in ogni uomo e ogni donna attraverso l’ascolto e l’attenzione, preghiera naturale – lo scriveva Malebranche – dell’anima.

Andrea Cirolla
 

giovedì 13 aprile 2017

memoria e immaginazione si intrecciano e si sovrappongono

Immagini, fantasia, memoria sono da sempre oggetto di riflessione e teorie.
 
Oggi, grazie alla possibilità di visualizzare i territori cerebrali, le neuroscienze ci dicono che i confini fra questi processi mentali sono spesso incerti e variabili.
 
Riteniamo che le esperienze lascino una traccia obiettiva e immutabile nella mente, ma esiste invece un lavorio sotterraneo, prevalentemente inconscio, che rimodella di continuo i nostri ricordi e le nostre percezioni: memoria e immaginazione si intrecciano e si sovrappongono nella vasta popolazione di immagini che brulica nelle trame nervose del cervello.
 
Non esiste, dunque, una memoria priva di quanto la nostra mente «immagina» sui propri ricordi, così come non esiste un’immaginazione «pura» che nasce dal nulla.
 
Il continuo bombardamento d’immagini al quale siamo sottoposti rende poi incerti anche i confini tra esperienze dirette e mediate; la nostra capacità di discriminare tra ciò che è vissuto o fruito in modo virtuale è messa a dura prova.
 
Il divario tra il potere della parola e quello dell’immagine si va via via allargando e la memoria – sia individuale sia collettiva – è ormai colonizzata da immagini. Al di là di ogni demonizzazione, oggi è dunque cruciale capire in quali modi si costruisce la nostra mente: l’immaginario è infatti importante, ma lo è ancor più l’immaginare, compiere cioè un lavoro mentale attivo che è alla base della creatività.

Alberto Oliverio
[ Immaginazione e memnoria

 

mercoledì 20 luglio 2016

Perchè uno scrive IV

Antonio Tabucchi - perchè uno scrive IV
A questo proposito, vorrei aprire una parentesi su un mio libro, perché io posso parlare solo della mia esperienza personale di scrittore. Ho fatto questa riflessione quando mi fecero un questionario a proposito di “Si sta facendo sempre più tardi”, che raccoglie – per chi non l’avesse letto – una serie di lettere, tutte maschili, che degli uomini hanno scritto a delle donne con cui hanno avuto un rapporto amoroso che non è finito molto bene, e serbano molti rancori perché possono anche aver lasciato tracce molto forti nella loro vita.
 
Poiché io non volevo scrivere un libro tradizionale, nel senso che non volevo scrivere un romanzo epistolare, le risposte delle destinatarie non ci sono in questo libro. Questo fa pensare che gli uomini che scrivono e che raccontano la storia, in fondo la raccontano dal loro punto di vista, non è mica detto che sia andata proprio così, anzi, io ne dubiterei fortemente...
 
Non ho scritto le lettere di risposta per due sostanziali motivi che riassumo: il primo è perché, francamente, per uno scrittore uomo è molto difficile, e forse anche un po’ arrogante, mettersi nell’universo femminile e assumerne il punto di vista, anche se io ho tentato perché ho scritto in quanto bambina, ho scritto come una madre a cui viene ucciso un figlio. Ho tentato di assumere un corpo femminile; è raro però che uno scrittore maschile riesca a scrivere da donna, forse i due grandi che ci sono riusciti e per i quali ho una grande stima, sono Flaubert con “Madame Bovary” e Tolstoj con “Anna Karenina”.
 
Prendiamo ad esempio una conversazione in cucina, per dire una piccolezza, tra una vecchia cuoca, un’altra che parla, una ha una nipote che deve sposarsi, l’altra ha appena avuto una bambina e una dice “Ah, poverina, pensa te”...Beh, Scusate il riassunto frettoloso, ma vedete, se uno scrittore riesce a parlare così, da donna, quello è un grande scrittore.
 
Prima difficoltà: mettermi in vesti femminili. Seconda difficoltà: volevo che il mio libro fosse semplicemente una mancanza di comunicazione, un insieme di disincontri, di gente che non si è trovata, perché la vita molto spesso è fatta così.
 
Se invece li mettevo a dialogare, riempivo i vuoti, mentre volevo fare un libro di assenze, perciò le lettere di risposta non le ho scritte. Ma le ho pensate. Posso confessare che a volte, dopo aver scritto una lettera dell’uomo, la sera andavo a letto e inevitabilmente rispondevo. Poi non ho avuto il coraggio di scriverle e non l’ho fatto. Ma il fatto di aver scritto la lettera prima, mi obbligava ad andare a prendere anche l’altro ruolo, e per lo meno mentalmente, tra me e me l’ho fatto, perché dicevo “beh, a questo mascalzone bisognerebbe dargli una risposta” e lo facevo, insomma. Ad alcuni, non tutti sono mascalzoni, altri magari hanno pure ragione, ma ce ne sono due o tre che sono veramente.. a quelli ho risposto, mentalmente. Allora, rispondendo al questionario che poi mi fecero su questo libro, avevo fatto questa riflessione – e premetto che quando uno scrive è un po’ tutti i suoi personaggi, non si può negare. Cervantes ad esempio, nello scrivere il Don Chisciotte, non è solo Don Chisciotte e Sancio Panza, è anche il barbiere, la sua nipote. Uno, quando scrive un romanzo, deve essere tutto, non è solo il capocomico, è tutta la compagnia. Ed io, quando ho scritto Pereira, non ero solo Pereira, ma dovevo anche essere il direttore del suo giornale, ho dovuto pensare come pensava il direttore. Però per quanto riguarda il libro in questione, io ho risposto così: “Per le destinatarie è la stessa cosa. Per quanto possa sembrare paradossale, in un certo modo sono stato anche quelle, perché le lettere che scrivevo mi ferivano come se le ricevessi io”.
 
Scrivendo questo libro ho creduto di capire un verso di Baudelaire che mi era sempre rimasto oscuro:
“Sono stato lo schiaffo e la guancia”.

 

..penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda. E ti direi che amo, che amo ancora, anche se i sensi sembrano stanchi, perché lo sono, e quel tempo che era così rapido e impaziente, ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, soprattutto sul fare dell’inverno..

Antonio Tabucchi - si sta facendo sempe più tardi




Antonio Tabucchi
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martedì 19 luglio 2016

Perchè uno scrive III

Antonio Tabucchi - perchè uno scrive III
Julio Monteiro Martins - In “Autobiografie altrui” c’è sempre la presenza dell’inconscio, dei sogni, come una forza potente legata alla creatività. Nel tuo processo creativo personale, com’è questa tua forza dell’inconscio e com’è quest’altro io che ci abita?
 
Antonio Tabucchi – È un universo in sospensione, naturalmente, in cui non si è più tanto con i piedi per terra ma non si è ancora passati al mondo propriamente dei sogni, quello che viene definito lo spazio onirico e che poi eventualmente uno poi racconta la mattina alla propria moglie o allo psicanalista se ci crede. È quella cosa che Eugenio Gozzi chiamava “insognar”, che è proprio un “intersogno”, un trasognare, diremmo in italiano.
 
Si tratta cioè di stare in quello spazio a mezz’aria in cui si sta formando qualcosa che viene dal reale, inteso come realtà fattuale ma anche come qualcosa che è dentro di noi che è ugualmente reale, che è come se si cristallizzasse, se si coagulasse in qualcosa che magari a volte assume anche una forma narrativa – non è detto che in me o in chi esprime questo stato in una formulazione che poi si racconta, diventi poi narrazione – ma può assumere anche altre forme espressive, com’è noto. In questo caso, la trasposizione in parole, può ordinare logicamente, secondo una formulazione narrativa o diegetica, un qualcosa che di per sé sarebbe come una gelatina… anche perché il fatto di raccontare a noi stessi noi stessi, ci fa capire quello che è il caos, perché, a ben vedere, la vita non è formulata in termini narrativi, perché noi la vita la viviamo, e la vita è qualcosa che succede, accade. La vita diventa comprensibile quando noi ce la raccontiamo, altrimenti non la capiamo: per capire noi dobbiamo formulare in termini narrativi, altrimenti non capiamo. Dobbiamo ordinare il caos, e lo ordiniamo raccontando.



Antonio Tabucchi
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domenica 10 luglio 2016

scrittori ingenui e scrittori sentimentali

Orhan Pamuk

A differenza di altre narrazioni letterarie i romanzi hanno un centro segreto. O meglio, fanno assegnamento sulla nostra convinzione che esista un centro da cercare mentre leggiamo. Di cos’è fatto il centro di un romanzo? Potrei rispondere che è fatto di tutto ciò che lo compone. Ma per qualche ragione siamo convinti che sia lontano dalla superficie, che seguiamo parola per parola. Lo immaginiamo sullo sfondo, invisibile, difficile da individuare, elusivo, quasi dinamico. Pensiamo ottimisticamente che ovunque ci siano indizi di tale centro e che esso connetta tutti i dettagli, ogni cosa che troviamo sulla superficie del vasto paesaggio. Nelle mie lezioni cercherò di spiegare quanto reale e quanto immaginario sia tale centro.
 
«Alcuni autori non sono consapevoli delle tecniche che usano, scrivono in modo spontaneo, come se stessero compiendo un gesto del tutto naturale, dimentichi delle operazioni e dei calcoli che svolgono mentalmente […]. Userò il termine ingenuo per descrivere questo tipo di sensibilità, questo tipo di romanziere e di lettore di romanzi: quelli a cui non interessa quanto c’è di artificioso nello scrivere e nel leggere un libro».
 
Sentimentali sono invece per Pamuk
 
«quei lettori e scrittori che sono affascinati dalla componente artificiosa del testo e dalla sua mancata adesione alla realtà, e che prestano severa attenzione ai metodi usati nello scrivere romanzi e a come funziona la nostra mente mentre leggiamo». Essere un romanziere, sostiene, è l’arte di essere nello stesso tempo «ingenuo» e «sentimentale».
 
     Orhan Pamuk


 

domenica 3 luglio 2016

perchè uno scrive II

Antonio Tabucchi - perchè uno scrive II
Bene, tutto questo è letteratura, ma è anche molte altre cose. Secondo me è anche un fare la storia anche degli uomini. Se non ci fosse la letteratura, che storia avrebbero gli uomini, cosa sapremmo noi di noi stessi, eh? Sapremmo ben poco. Se gli storici hanno ricostruito attraverso i documenti certi avvenimenti, gli avvenimenti non bastano per sapere cosa li ha scatenati.
 
Non basta contare i morti dell’Iliade o virtuali documenti per capire la guerra di Troia. Per capire la guerra di Troia in Omero noi dobbiamo capire che c’è stato Paride, Elena e un fatto di gelosia. Se sappiamo quello, capiamo perché si è scatenata la guerra, altrimenti il resto è un documento sordo, che non dice niente, fa della contabilità di quelli che sono gli avvenimenti storici.
 
Ha un senso sapere quante sono state le vittime dei campi di Auschwitz o dei campi nazisti solo se noi sappiamo qual’è l’ideologia che li ha sterminati. Allora sì, capiamo, con raccapriccio, ma con grande chiarezza, che cosa è successo, altrimenti tutto il resto sarebbe sordo, noi avremmo un’enorme contabilità di fatti che sono successi nella storia di cui noi non capiremmo niente, chi ce li racconta è la letteratura. Questo ci racconta la letteratura, che ospita tutto tra l’altro, è un ventre enorme di memorie, della memoria umana.
 
La letteratura non ha mai guardato carte di credito, ha ospitato tutti, da Carlo Magno alla piccola Cosette dei Miserabili, tutti dentro, senza gerarchie. Quindi è proprio un grande ventre dove stiamo tutti; e poi anche per quanto riguarda le conoscenze di noi stessi, io credo che la letteratura sia una profonda conoscenza di noi stessi.
 
Prendiamo uno dei sentimenti che ho messo a funzionare, che ho cercato di osservare in un libro come “Si sta facendo sempre più tardi”: l’amore, che poi ha un perimetro piuttosto vasto, perché nell’amore ci sono le passioni, c’è la gelosia, c’è il rancore... ma dico, noi cosa sapremmo dell’amore, effettivamente, di questo complessissimo e svariatissimo sentimento, se esso dovesse essere limitato alla nostra personale esperienza? beh, saremmo molto più poveri di quello che invece non siamo, grazie al fatto che conosciamo l’amore attraverso la letteratura. Se fosse limitato alla nostra personale esperienza, beh, un grande amore nella vita è già un dono degli dèi, due grandi amori mi sembra proprio una fortuna eccezionale! Ecco, due grandi amori nella vita, e poi? ma se invece noi abbiamo tutta una serie di informazioni sull’amore perché abbiamo letto Madame Bovary, Anna Karenina, Eloisa e Abelardo… l’amore lo conosciamo attraverso queste informazioni a cui affianchiamo certamente la nostra esperienza personale, che resterebbe limitata se noi non avessimo a disposizione la letteratura.



Antonio Tabucchi
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sabato 2 luglio 2016

perchè uno scrive - I

Antonio Tabucchi - perchè uno scrive I
Ecco, questo è per dire che in realtà è una domanda così semplice, ma nello stesso tempo così sorprendente, che sorprende anche lo scrittore. Perché uno scrive? Effettivamente... Io personalmente non lo saprei proprio dire da cosa viene questa “necessità”, chiamiamola così, o voglia, o desiderio, ma certo probabilmente appartiene a una sfera di quelle molto profonde, sarebbe a dire, perché appartiene alla sfera erotica, alla sfera del desiderio, e il desiderio appartiene alla sfera dell’eros, se si vuole, in senso molto lato naturalmente.
 
Ma certo, perché no, insomma. Oppure come rispose Fernando Pessoa:
“la letteratura è una dimostrazione che la vita non basta”,
anche questa è una bella risposta, “la vita non basta”, anche perché la nostra mano arriva fino a qui, più in là non va. Invece la letteratura va più in là della nostra mano.

Cioè, qualcosa che va oltre un nostro fisiologico limite, e poi anche nel desiderio, nella voglia di arrivare più in là della mano, c’è anche un desiderio di evasione. Evasione da cosa poi, sostanzialmente? Ecco che qui mi riattacco brevemente al discorso di “Autobiografie altrui”, anche evasione forse da quello che noi siamo, voglio dire, noi trasportiamo noi stessi dentro una valigia che è il nostro corpo, e siamo quello, ecco. Creare un personaggio significa anche darci l’arbitrio e avere l’illusione di essere un’altra persona.

C’è anche una voglia di molteplicità, dentro noi tutti. La limitazione di essere quello che siamo, una persona, è una limitazione molto forte, però gli dei ci hanno dotato fortunatamente dell’illusione, di una capacità che si chiama “immaginazione”, che ci lascia immaginare, in un piccolo miracolo, che noi siamo un’altra persona. Inventiamo un personaggio. Dietro questo personaggio ci siamo noi, però è un “noi” che è noi. Però noi lo viviamo con molta forza, e con molta convinzione, con molta verità.
 
Noi lo viviamo con la stessa verità con cui Shakespeare vive Amleto, e poi Shakespeare non è Amleto, non si sa neanche chi era. Però, certo, in quel momento lì lui è Amleto, è un giovane principe tormentato e pieno di dubbi, e che non sa come risolvere una situazione familiare, come esercitare la sua vendetta, e come far funzionare una sua metodica follia, che mette, appunto, a lavorare per difendersi. Così come noi viviamo con la stessa convinzione quando poi abbiamo Amleto sul palco, e lì c’è la grande forza della finzione: ci porta fuori da noi stessi e ci va vivere un’alterità.
 
Noi sappiamo benissimo che quando l’attore muore sul palco lui non muore, però noi piangiamo. Lui fa una cosa finta e le nostre lacrime sono vere. Come diceva Puškin “ho pianto tante lacrime sulla finzione”. Ma perché piangiamo tante lacrime sulla finzione, che sono vere, sapendo che noi stiamo assistendo alla finzione? Perché questa finzione è talmente caricata di un fatto simbolico, che non è l’attore che sta morendo, siamo noi, è l’uomo, siamo noi tutti, e lui in quel momento è il simbolo della morte, la sta impersonando. Quindi noi capiamo che c’è qualcosa che va al di là di una semplice finzione. Quindi io ritiro la parola che ho detto all’inizio: non è una finzione, è qualcosa di più.



Antonio Tabucchi
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sabato 14 maggio 2016

L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA - parte II

Liudmila Chapovalova
L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA - parte II  


Il tema centrale della poesia di Vera Pavlova è l’Amore in tutte le sue forme e manifestazioni: amore terreno, carnale, peccaminoso, e amore sacro, inteso come carità, compassione, amore passionale verso gli uomini e verso i figli, la patria, la musica, la natura, Dio. L’universo poetico di V. Pavlova può essere definito illimitato, privo di confini, ed è la vastità delle tematiche che consente di affermarlo, inoltre si può parlare di uguaglianza nel suo mondo tra i vari fenomeni della vita: l’alto e il basso, lo spirituale e il carnale, tutto acquista valore nell’esistenza e ha diritto ad assumere un valore estetico.
Graffiando l’ala acuminata,
Proprio sulla tavola è passato in volo
Un angelo silenzioso
E subito dietro a lui
Un cherubino che imprecava
Vera Pavlova lavora e crea in uno spazio culturale che non ha più limiti né ideologici, né estetici; è uno spazio culturale aperto sia al passato che al futuro, aperto anche alle diverse tradizioni artistiche e la sua poesia può essere considerata un anello di congiunzione tra il secolo appena concluso e quello in corso. A questo proposito una critica, Evgenija Pišcikova, osa di affermare che la poesia del XXI secolo inizia da Vera Pavlova, un altro - Boris Paramonov, autore e conduttore della rubrica “Le questioni russe” a Radio Svoboda dichiarò alla fine della trasmissione dedicata a V. Pavlova, che tutto ciò che è stato già fatto è sufficiente per rendersene conto: lei [Vera Pavlova n.d.a.] rappresenta il nuovo secolo di platino della poesia russa. Il secolo può anche non esserci, ma Pavlova ci sarà, c’è.
 
Chi è Vera Pavlova? Moscovita di nascita (1963), si è laureata con il massimo dei voti presso la prestigiosa Accademia di musica Gnessin di Mosca, specializzandosi in storia della musica. Per dieci anni ha cantato nel coro della chiesa, ha composto musica e, con la benedizione di Aram Khacaturjan, si stava preparando a dedicarsi alla composizione, ma a 18 anni ha sentito la necessità di ricorrere ad un altro “organo per esplorare lo spazio spirituale” – da ora in poi la parola, i versi diventano la forma principale dell’espressione. Dice Pavlova:
I primi versi, non avevano nulla... Tranne l' emozione. Sai come si fa, secondo Jung , a distinguere l' interpretazione del sogno giusta da quella sbagliata? Quando si trova l'interpretazione giusta il cuore batte più forte, il respiro aumenta. A vent'anni il comporre dei versi mi portava ad un simile stato d'animo. Dunque sono stata spinta a prendere questa via...— Chi ti ha spinto? — Semplicemente il mio organismo confermava in continuazione: "Si! Si! Si! Questo! Questo!" — anche se le parole non c'erano ancora... Ma la musica c'era-a-a.
Nel 1988 la rivista letteraria “Junost’” pubblica alcuni versi di Pavlova, ma il vero successo arriva nel 1996 dopo la pubblicazione di 72 sue poesie sul quotidiano “Segodnja” - il nome della poetessa, apparsa misteriosa come una mistificazione, suscita le reazioni vivaci e contrastanti sia del pubblico che della critica. Parlando dell’autrice nella postfazione Boris Kuz’minskij avvertiva lettore att Se pure percepirete la forte, incessante, presenza carnale di un io poetico spirituale e concreto, terreno, non illudetevi: state tendendo la mano a un miraggio, incrociandola per strada non vi accorgereste che si tratta di lei.
 
Nel 1997 esce il primo libro di versi dal titolo “Animale Celeste” la cui semantica esprime perfettamente la tematica della raccolta: uno stretto e continuo legame tra il celestiale, l’alto, lo spirituale e tutto ciò che è terreno, concreto, vivo. Sono proprio questi gli elementi che costituiscono le coordinate del mondo poetico di Vera Pavlova, sintetizzati da Pavel Belickij (“Nezavisimaja gazeta”):
La carnalità, col suo gusto e il peso, la quintessenza della carnalità, musica degli umori come musica della vita, carnalità degli amplessi, la vita della carne, la morte della carne e la sua legittima trasfigurazione nella poesia: ecco l’universo poetico di Vera Pavlova.
Infatti, con assoluta libertà e temerarietà Vera Pavlova affronta delicati argomenti del rapporto uomo – donna, parlando dell’amore travolgente, della passione, del sesso, degli amplessi, degli orgasmi ecc. Il corpo, sia femminile che maschile, è spesso l’oggetto delle sue liriche, ne viene nominata ed esaminata ogni sua parte e alla fine viene formulato un rimprovero alla natura:
Quanto poco mi è dato congiungermi
Con te in incavi, sporgenze e solchi.
Quanto poco: solo gomiti e ginocchia
Per puntellarmi. Insaziato appello
Di penetrare nei pori della pelle, nel flusso
Del tuo sangue come una cascata di montagna,
aderire ai meandri di cervello e viscere
e, come radici, intrecciare, le vertebre
così che solo la scure vi si abbatta…
quanto poco mi è dato dalla stolta natura:
adattare in un unico incastro
l´elementare armatura maschile.




Liudmila Chapovalova
L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA link esterno - parte II  
 

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giovedì 12 maggio 2016

L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA - parte I

Liudmila Chapovalova
L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA - parte I  
Accolgo il destino
E gli elevo inni
Quando sulla fronte mi scrivi
Con lama rovente: amata.1
(Trad. Di Nadia Ciconini)
L’Eros è un argomento estremamente complesso che si pone al confine tra l’ arte, la filosofia e la psicologia. La cultura russa a cavallo del XIX e XX sec. è segnata da un grande interesse verso questo argomento: lo testimoniano sia opere artistiche che ricerche filosofiche.
Secondo il grande Esiodo, cantore con Omero di tutti i miti greci generatori di archetipi universali, sappiamo che
nella notte primitiva Eros nacque subito dopo il Caos e con Tartaro e Gea, la Madre Terra, aprì il guscio del Cosmo, così iniziò la vita. Eros cammina insieme a Caos, non inteso come confusione, concetto posteriore, ma come spazio immenso e vuoto, voragine che soltanto dopo l’intervento di Eros si popola di vita e viventi.[...] Eros, il principio della forza attrattiva che spinge gli elementi a combinarsi, dà l’avvio agli accoppiamenti da cui sortiranno la Notte ed il Giorno, Urano ed i Titani.
Anche la Madre Terra, fecondatrice e fecondata, da Eros procede e con lui porta perpetuamente la vita. Eros è nato per regolare la vita e la morte...
[...] Nelle pieghe simboliche dei miti più famosi che riguardano Eros, dunque, c’è adombrata la terribile verità di un sentimento primario, che scuote la persone e le trasforma. [...]
Psiche conosce la pienezza dell’Eros, dell’Amore soltanto dopo lunghi giorni di umiliazione, dolore ed espiazione, vero cammino iniziatico per l’Anima che cerca la sua impronta originaria. Il suo destino
L’amore, dunque, nasce e rimane uno strumento unico e indispensabile per comprendere l’individuo nella sua essenza più profonda, nonché per costruire l’uomo e la sua personalità, essendo anche lo strumento di una più approfondita e quindi più precisa scoperta della realtà.
Qualsiasi fenomeno della vita si rivela, attraverso una percezione originale dovuta all’amore, in forme e misure inaspettate, mai viste prima. La complessità e l’importanza dell’amore sono dovute al fatto che in esso sono focalizzati, in un’unione organica, terreno e spirituale, individuale e sociale, privato e comune a tutti gli uomini.L’amore oltre ad essere un’altissima arte che richiede un continuo perfezionamento, creatività e libertà interiore, è anche una condizione di autocreazione, come possibilità di realizzazione della pienezza e dell’integrità dell’esistenza; è la condizione di una “scoperta” originale e creativa del mondo. L’amore conferma la realtà della propria esistenza. V. Vysozkij cantava: “ Respiro e quindi amo/Amo e quindi esisto.” Prima di lui N. Berdjaev affermava:
L’amore non è solo la fonte della creatività, ma l’amore stesso verso il prossimo, verso l’individuo, è già poiesi, radiazione dell’energia creativa. Non si ama per qualcosa, l’amore è una benefica energia…Il maggior mistero della vita si cela nel fatto che solo chi dona e si sacrifica, non chi pretende e consuma, riceve soddisfazione. Ogni creatività è amore…Se vuoi ricevere, dona.
[...] Essere capaci di amare profondamente, con un sentimento che sconvolge l’anima è molto simile alla genialità. [...] Può essere geniale l’amore di un uomo verso una donna, l’amore della madre verso il suo bambino, può essere geniale la sofferenza nella riflessione sulla questione del senso della vita e la ricerca della verità.


Liudmila Chapovalova
L´AMORE SECONDO VERA PAVLOVA link esterno - parte I  
 

domenica 8 maggio 2016

le Sette Regole del Silenzio


Robert Mächler
le Sette Regole del Silenzio

Cari signori,

non vi ruberò troppo tempo. Il mio nome è Robert Mächler. Questa mia breve relazione nasce dalla mia lunga solidarietà con il grande scrittore Robert Walser, di cui mi onoro di aver decifrato i manoscritti e interpretato alcuni dettagli biografici. Io avevo diciannove anni (scuserete questa digressione personale, ma mi è utile per chiarirvi il senso della mia brevissima relazione) e non conoscevo affatto la sua opera, quando, disgustato dalla normalità della mia famiglia (mi amavano, non mi picchiavano, erano solo buoni), me ne allontanai, mi finsi pazzo e passai un certo periodo di tempo nella Maison de Santé de Malevoz, tentando di scrivere il mio libro Come tacque Zarathustra, articolando scrupolosamente il mio suicidio perché morendo avrei salvato l´umanità.

Cercavo le Sette regole della Salvezza quando, in Walser, scoprii le Sette Regole del Silenzio –

prudenza, segretezza, simulazione, sogno, fantasticheria, metamorfosi, malinconia.

Le scoprii intatte, perfette, ingenue, indissolubili, nelle micrografie raccolte da Walser, nei suoi criptici appunti a matita scritti in quel modo lento, austero, fittissimo, come se scrivesse, perché scriveva per non dire nulla, nell´innocente desiderio che le sue ingenue e inconcludenti parole alla fine ricoprissero l´irritante e  rumorosa superficie del pianeta come la neve, dopo una lunga notte, ricopre l´intero paesaggio. La scrittura, liberata e indifferente, è solo una silenziosa conversazione con il proprio segreto.

E Robert Walser, a cinquant´anni come io a diciannove, ha finto di essere pazzo; internato prima a Waldau e poi a Herisau, ha intrecciato mitemente canestri, in silenzio, senza pronunciare parole e senza scrivere parole, lo ha fatto perché solo così  poteva servire il Grande Ordine della Struttura Chiusa, realizzare le Sette Regole del Silenzio, smettere di fare il girovago di una sua scrittura senza fine, fare senza più dolore l´anacoreta del nulla, approdare, infine, approdare all´incantesimo di una neve senza suoni.

Vi assicuro, signori, che Robert ha simulato la follia solo per essere il più vicino possibile, bel minor numero di conflitti con il mondo, alla sua mente. È stato prudente. Si è chiuso nel suo segreto. Ha simulato la follia trasformandosi in un matto. Ha continuato a fantasticare esognare. È rimasto malinconico. Vedete:

 Prudenza, Segreto, Simulazione, Metamorfosi, Fantasticheria, Sogno, Malinconia.



Robert Mächler



 
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