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domenica 21 febbraio 2016

potrei andarmene da un giorno all'altro


– Ho riflettuto molto in questi giorni. E ho capito un po’ di cose. Per esempio che tu sei fatto cosí, e addirittura mi piace che tu sia cosí. Che ho sbagliato a trascinarti in analisi. Che non possiamo affidare a qualcun altro la soluzione dei nostri problemi. Che dobbiamo fare da noi. E non so se saremo in grado. Quello che devi sapere è che potrei andarmene da un giorno all’altro, quando meno te lo aspetti. E se lo faccio, Mode, non mi riprendi piú.
– Lo so. L’ho sempre saputo.
– Devi smetterla di cercare di farti andar bene le cose come sono. Soprattutto di pretendere che vadano bene a me.
– Sí. So anche questo.
– Siamo in pericolo, Mode. Non so quanto dureremo, andando avanti cosí.
– Hai ragione.
– Allora non dobbiamo dirci altro.
– No.
– Quindi adesso me lo dai un cazzo di bacio?
– Quanto mi piaci quando dici le parolacce, Vivi.
 
Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




sabato 20 febbraio 2016

...mettendo la mia vita in attesa


Era vero, stavo facendo il gioco di Nina. Isolandomi non avevo fatto altro che riconoscere il suo allontanamento, legittimarlo, drammatizzarlo, portarlo alle conseguenze piú estreme, ritirandomi dal lavoro, dai miei impegni, dal mio matrimonio, per dedicargli ogni minuto del mio tempo (in pratica, mettendo la mia vita in attesa); e tutto senza che Nina ne sapesse nulla, avendo ben pensato, con un’insensibilità che finalmente m’indignava, d’interrompere ogni contatto e negarmi persino il diritto a una spiegazione.
[...]
....preparandomi ad affrontare la giornata accettando serenamente l’idea che Nina si sarebbe fatta sentire quando avesse voluto, e in caso contrario avrei smesso di cercarla e soprattutto di aspettarla, lasciando che le cose andassero per il verso che lei aveva imposto e di cui, al momento opportuno, avrebbe pagato il prezzo intero, perché non avevo certo intenzione di farle sconti su una simile esibizione di spietatezza.
 
Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




non ho passato l’esame di telepatia


– Ecco qua, adesso se non mi hai detto niente è colpa mia. Scusami, eh, se non ho passato l’esame di telepatia.
[...]
La vuoi sapere una cosa, Vivi? Non voglio piú sopportare questo aspetto ricattatorio del tuo carattere. Non sono tenuto a leggerti nel pensiero, e tanto meno a immaginare che tuo figlio sia stato aggredito. E tu la devi smettere di punirmi se ogni tuo desiderio non è un ordine, specie se non me lo comunichi. Devi finirla di selezionare le cose da dirmi e da non dirmi. Deciditi, o mi parli o non mi parli, o sei sincera o non lo sei!
[...]
Se con Nina avessi avuto almeno una volta la forza di aprire un conflitto cosí frontale, minacciandola di andarmene come sta facendo adesso quest’uomo, forse non mi troverei nella condizione in cui mi trovo. Ho sbagliato tutto con lei......
Ho sbagliato tutto con lei. Ho messo il nostro rapporto sugli stessi binari dell’analisi che avevamo iniziato prima d’innamorarci. Ho permesso alle sue nevrosi di entrare nel nostro amore e di sguazzarci, le ho trattate con la stessa misurata attenzione che avrei usato se fosse rimasta mia paziente, impedendo ai miei sentimenti di prendere il sopravvento, impossessarsi di me, dettare le proprie condizioni o almeno provarci, come sta facendo ora Modesto con Viviana. Anche quando mi scontro con Nina, non l’affronto mai su un piano orizzontale, paritario. Le concedo e perdono ogni colpo basso, ogni bugia, ogni scatto e ogni gesto calcolato, come dovessi giustificarla per principio, testando su di me le conseguenze delle sue azioni per poi mostrargliele, nell’illusione di aiutarla a crescere. Faccio il maestro, il padre, che cretino. Non so, davvero non so come ho potuto commettere un errore cosí elementare. Come ho fatto a perdere il controllo fino a questo punto
 
Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




mercoledì 17 febbraio 2016

Un colpo d'ala


Non sto dicendo che nell’ultima seduta con Malavolta, nonostante quel fuori programma increscioso, non avessimo detto delle cose vere, e addirittura belle, su noi due. Ma questo non ha mica spantanato niente. Perché nessuno sa come si spantanano i pantani. Può succedere che a un certo punto trovi il modo, non dico di no. Ma quest’idea che ti spantani riflettendo, non mi ha mai convinto. Secondo me ci si spantana con un colpo d’ala, con un gesto azzardato che non sai a cosa porterà, e su cui al limite pensi dopo, davanti alle conseguenze che ha prodotto, non prima.
 
Diego De Silva Terapia di coppia per amanti






  • amare è l'eterna innocenza [F. Pessoa]link esterno
  • Sentire di più pensare di meno [Bukowski]link esterno
  • sabato 13 febbraio 2016

    perversione


    In fondo cosa c’è di tanto incomprensibile nella convivenza di stati emotivi e desideri contrastanti? È cosí strano essere attratti da qualcosa che ci irrita, ci spaventa o addirittura ci disgusta? No che non lo è. Eppure, il termine che definisce questa contraddizione (che chiunque di noi ha provato qualche volta nella vita) ha il suono violento dell’accusa, il fuoco del marchio che diffama. È la parola «perversione» (non la perversione in sé) che mi spinge a prendere subito le distanze dal concetto.
     
    Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




    martedì 9 febbraio 2016

    Every breath you take



    È questa réfola di primavera (finalmente ci arrivo) che, dal 1983 (anno della sua pubblicazione), mi manda addosso Every breath you take ogni volta (ma proprio ogni volta) che la sento. E quando questa réfola arriva, non c’è storia: qualsiasi cosa stia facendo mi fermo e mi abbandono al giro di la maggiore (con la nona aggiunta, tipico accordo dei Police) seguito a ruota dalla voce di Sting (Stingo, come lo chiama Stewart Copeland).
     
    Non si tratta di quell’altra palla (che pure circola parecchio, riguardo al classico) secondo la quale ogni volta che vedi un classico ti sembra nuovo. Perché non si capisce come farebbe a sembrare nuova una cosa che hai visto dieci milioni di volte. Il classico (e qui torno a quello che dicevo all’inizio) non ha bisogno di sembrare nuovo per piacerti: soltanto, ti piace. E i veri piaceri non passano. E non ci sarebbe altro da aggiungere.
     
    Il pezzo, per chi non lo sapesse (ma chi è che non conosce Every breath you take?), è la disperata preghiera di un innamorato che si logora nella separazione dall’amata, alla quale si rivolge in solitudine, dichiarando la propria incapacità di accettare la fine della loro storia:
    Ogni tuo respiro
    Ogni tuo movimento
    Ogni promessa spezzata
    Ogni tuo passo
    Sarò lí a guardarti
    Lasciarsi di comune accordo – lo sappiamo – è un’illusione, una bugia inventata per evitare la vergogna di far sapere in giro d’essere stati mollati. La verità è che è sempre uno (e uno solo) che prende la decisione di farla finita, e poco conta che l’altro si disperi e smadonni per sottrarsi all’abbandono.
     
    A volte però succede che quello che si trova dalla parte sbagliata della decisione si chieda: «Ma perché la mia opinione non dovrebbe valere quanto la tua?»; e quando, seguendo questo tipo di logica (chiaramente paranoica), arriva a pensare: «Lei mi ha lasciato, ma io no», finisce per continuare a vivere come se il rapporto fosse ancora in corso, mentre l’altro (quello che ha deciso) vuole andare avanti con la sua, di vita, e si trova addosso la rivendicazione dell’ex, che pretende di comportarsi come se stessero ancora insieme.
     
    È esattamente questo che fa il protagonista di Every breath you take: difende la propria incapacità di rassegnarsi; ammette, con impressionante spudoratezza, di voler essere l’ombra della sua ex, e rivendica il diritto di seguirla, pedinarla, controllarla in ogni attività della sua giornata, dal passo alla parola al respiro, addirittura al falso sorriso («Every smile you fake», una strofa che ha un tratto davvero psicopatico).
     
    Ecco allora quel che rende a suo modo inquietante una canzone sostanzialmente romantica come Every breath you take: la sua rilettura alla luce delle nuove normative in materia di persecuzione.
     
    E meno male che la legge non ha effetto retroattivo (perché è chiaro che la gente deve poter sapere, prima di agire, cosa è permesso e cosa è vietato), altrimenti dovremmo concludere che l’ultimo grande capolavoro dei Police è un inno allo stalking.
     
    Da questo punto di vista, Sting si conferma un autore e una rockstar di assoluta avanguardia: chi mai, trentuno anni fa, avrebbe pensato di scegliere uno stalker come protagonista di una pop-song, facendola addirittura diventare una delle piú grandi hit della storia della musica leggera? Chi avrebbe mai concepito in musica e parole una patologia sentimentale cosí tremendamente pervasiva e attuale come la persecuzione amorosa?
     
    «Oh can’t you see you belong to me? – Non ti rendi conto che mi appartieni?» canta Sting nel bel mezzo del brano; e non sa quanto quella meravigliosa strofa, anni e anni dopo, aderirà alla deriva del sentimento dell’amore che oggi conosciamo, e sempre piú spesso occupa tragicamente le pagine di cronaca nera.
     
    «I’ll be watching you – Sarò lí a guardarti», scandisce il canto nel finale: una frase, a trent’anni di distanza, che se uno la immagina pronunciata al telefono da uno stalker, fa venir voglia di chiamare la polizia. Il gruppo, infatti (per me, la piú grande band del mondo), si chiamava – appunto – The Police.


     
    Diego De Silva Terapia di coppia per amanti





    C.'playlist

    Every Breath You Take - Sting - Th Police
    "Every Breath You Take"
    
    Every breath you take
    Every move you make
    Every bond you break
    Every step you take
    I'll be watching you
    
    Every single day
    Every word you say
    Every game you play
    Every night you stay
    I'll be watching you
    
    O can't you see
    You belong to me
    How my poor heart aches with every step you take
    
    Every move you make
    Every vow you break
    Every smile you fake
    Every claim you stake
    I'll be watching you
    
    Since you've gone I been lost without a trace
    I dream at night I can only see your face
    I look around but it's you I can't replace
    I feel so cold and I long for your embrace
    I keep crying baby, baby please
    
    Every move you make
    Every vow you break
    Every smile you fake
    Every claim you stake
    I'll be watching you
    
     
    Every Breath You Take - Sting - Th Police

                       #ccompilation - #playgennaio




    domenica 7 febbraio 2016

    Una vera amica, per me, è quella che sa tenere un segreto che non le hai rivelato.


    La conosco questa serie infinita di tentativi falliti di familiarizzare con la paura nella speranza di superarla. Come stringere un’amicizia per poterla tradire. Una terapia d’urto che ti autoimponi quando arrivi a pensare – sbagliando – che se non ti metti in gioco fino in fondo, correndo il rischio di farti male sul serio, non ne verrai fuori mai piú.
     
    So di cosa si tratta. Cosí come so che è solo una perdita di tempo. Perché col buio non fai pace, e tanto meno lo inganni sperando di trovare il coraggio per piccole accumulazioni.
     
    Li ho fatti anch’io questi esperimenti su me stessa, e ne conosco l’esito. Anch’io, come Nelide, ho tenuto la bocca chiusa, evitando di confidarmi con chi mi stava accanto e chissà, avrebbe potuto anche darmi una mano, se gliel’avessi chiesta.
     
    Per anni mi sono alzata al mattino con una fame d’aria che non sapevo cosa fosse, e di cui non parlavo a nessuno. Per anni ho camminato sui pavimenti contando le piastrelle due alla volta raccontandomi che se avessi rispettato fedelmente la sequenza non mi sarebbe successo niente di male, e che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei fatto. Per anni ho ripetuto gesti scaramantici inventati di sana pianta da me stessa di cui mi vergognavo e mi vergogno (fossi almeno andata a pescare nella tradizione: macché, ogni volta inauguravo un rituale piú contorto e faticoso, tutto mio). Per anni sono tornata indietro piú e piú volte per toccare di nuovo una maniglia, un interruttore, una chiave, un oggetto qualsiasi in cui in quel momento caricavo tutte le mie speranze. L’ho fatto finché ho capito che l’unico modo di affrontare le paure sedimentate è soccombere. Che si tengano la vittoria, e ci lascino in pace.
     
    Non mi dispiace che la mia piú cara amica non mi abbia confidato questa vecchia paura che chissà cosa significa e nasconde. Alle delusioni che contano bisogna arrivarci da soli. Penso che tra amiche ci siano cose che non si possono dire. Di piú: all’amicizia rivendico il privilegio di tacere le cose importanti, contando sulla reticenza dell’altro.
     
    Confidarsi costa poco; infatti è una pratica che si svolge normalmente fra conoscenti, addirittura fra estranei. Capire e tacere, questo è difficile. Una vera amica, per me, è quella che sa tenere un segreto che non le hai rivelato.
     
    Diego De Silva Terapia di coppia per amanti pag 122




    sabato 23 gennaio 2016

    il sogno di Viviana





    Dovevo partire, non so per dove, ma non lontano, perché avevo un solo bagaglio con me. Salivo su un treno e raggiungevo il mio posto, un finestrino isolato, proprio all’inizio della carrozza. Era una giornata fresca e l’aria che sapeva un po’ di vaniglia, come quella che si respira passando davanti a certe vecchie pasticcerie.
     
    In quel momento non pensavo a Modesto, forse ne ignoravo addirittura l’esistenza (i sogni hanno il potere di liberarti dai legami, di azzerarti la memoria affettiva, se vogliono). Mi sentivo bene, ero contenta di viaggiare da sola, di avere tutto il tempo di leggere il giornale. Il treno era partito in orario e guardavo fuori del finestrino socchiudendo gli occhi. Nella carrozza, oltre a me, c’era una signora sulla sessantina nella fila accanto e, piú in là, all’incirca verso la metà del vagone, una coppia di fidanzati giovanissimi che si dividevano una baguette scambiandosi tenerezze.
     
    M’ero appena assopita quando si sono aperte le porte d’intercomunicazione ed è entrato il controllore. Mi ha detto buongiorno e mi ha chiesto il biglietto distogliendo subito lo sguardo, come fanno sempre i controllori quando scribacchiano qualcosa sul mazzetto delle ricevute o fingono di concentrarsi sul display del POS mentre tu cerchi il biglietto in borsa o tra le e-mail del telefonino, neanche li imbarazzasse doverti chiedere di dimostrare di aver pagato, o volessero evitare ogni cordialità per poter essere inflessibili nel caso dovessero multarti.
     
    Ho realizzato di non avere il biglietto prima ancora di aprire la borsa. E non è che non lo trovassi, avevo proprio dimenticato di comprarlo. Con la nitidezza di un film girato a mia insaputa, adesso mi rivedevo entrare in stazione, comprare il giornale all’edicola, cercare il treno sui monitor e prendere le scale per il binario, saltando con impressionante naturalezza il passaggio essenziale dell’acquisto del biglietto.
     
    Non era da me una distrazione tanto grossolana.
    – Senta, – ho detto al controllore, incrociando le mani sulla borsa, – sono costernata. Non ho il biglietto.
    – E perché non ce l’ha? – ha chiesto lui, di rincalzo.
    Era un uomo dolce nei tratti, ma severo negli occhi. Dalla fronte alle sopracciglia mi ricordava un caro amico di mio padre.
    – Non so come sia successo, ma ho dimenticato di comprarlo. Mi vergogno di ammetterlo ma è la verità.
    – Questo non ha importanza, – ha ribattuto lui, con un’intransigenza che mi ha subito umiliata.
    – E perché? – ho detto scollando le labbra, come una bambina che chieda la spiegazione di una punizione che sta per ricevere.

    – Lo sa perché. Lo sapeva benissimo, quando è salita.

    Mi si è chiusa la gola. Non sapevo in cosa consistesse la colpa che quell’uomo mi stava buttando addosso, ma una parte di me l’accettava come se la riconoscesse. Cosa avevo fatto di male? Dove avevo sbagliato? Avrei pianto, se ci fossi riuscita.
    – Io… mi dispiace, davvero, – ho balbettato. – Mi scusi. Scenderò alla prima fermata.

    Il controllore s’è voltato verso la signora dell’altra fila. Si sono scambiati un cenno di sufficienza, come se la frase che avevo appena pronunciato l’avessero sentita mille volte, prima, e suonasse a entrambi come la piú rimasticata delle giustificazioni.
    – Questo non è possibile, – ha detto il controllore.
    Ho guardato la signora, domandando a lei con gli occhi. Non riuscivo a parlare.
    – Si scende solo al capolinea, – mi ha detto con una gentilezza che sembrava fatta per compensare la severità del controllore, che adesso componeva un numero sul suo telefono. Un modo di denunciarmi, credo.
    Mi sono accorta di piangere leccandomi una lacrima.
    – Ma io devo tornare a casa.
    – Non puoi, – mi ha spiegato la signora. – Devi aspettare la fine del viaggio.
    – Ma io non so dove arriva questo treno.
    Lei s’è allungata verso di me, mi ha carezzato il viso con dolcezza e mi ha parlato di nuovo, quasi all’orecchio, con una nota di mestizia.
    – E allora perché sei salita, figlia mia?
    – Preparatevi, che adesso tocca a voi, – ha detto il controllore alzando la voce in direzione dei fidanzati, che avevano finito la baguette e ora si mordicchiavano le labbra l’un l’altra.
    La ragazza ha ficcato la faccia nel collo del fidanzato, sghignazzando. E lui pure s’è coperto la bocca con la mano. La signora li guardava con un sorriso compiaciuto. Io ero invidiosa del modo in cui si prendevano gioco dell’autorità.
    – Loro non hanno paura, – ho detto io.
    – Sai quanto gliene importa del controllore e del biglietto, – ha detto lei. – Sono giovani, hanno tutta la vita davanti per tornare indietro.

    I ragazzi adesso si erano avvicinati al finestrino e con le dita disegnavano pupazzetti sul vetro ricoperto di vapore.
    Non mi ero accorta che avesse cominciato a piovere.
    – Mi faccia scendere, per favore, – ho detto al controllore, tirandolo per la giacca. Vedevo il suo profilo come attraverso un vetro smerigliato, tanto mi aveva riempito gli occhi la tristezza.
    Ma lui non mi dava retta. Restava col telefono all’orecchio, aspettando che rispondessero alla sua chiamata.
     
    Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




    Al sogno di quella notte, poi, mancavano solo i sottotitoli.





    Ricordo ogni ora di quella notte a cavallo tra la domenica e il lunedí. Forse la peggiore della mia vita. Volendo usare un eufemismo, potrei dire che mi ero alzata di cattivo umore, ma la verità è che mi ero svegliata in malafede. Proprio cosí. Ero avvelenata, nauseata dalla rabbia. Tutto ciò che provavo era sporco. Il sogno che avevo fatto mi faceva sentire stupida e ingannata. Detestavo me stessa, la vita che conducevo, le bugie che raccontavo a casa, la lista delle buone ragioni che aggiornavo come un software per giustificarmi. Detestavo soprattutto lui, che nell’ultima telefonata non era stato all’altezza delle mie provocazioni. Persino il suo nome, quel nome che avevo trovato esilarante fin dalla prima volta in cui l’avevo sentito e appena mi tornava in mente mi riattizzava un bisogno, tra l’animalesco e l’infantile, di dargli piccoli morsi (a proposito, si chiama Modesto: il che non sarebbe esilarante, se di cognome non facesse Fracasso), adesso mi procurava non sapevo che fastidio.
    [...]
    Ce l’avevo con lui. Terribilmente. Anche se non avevamo litigato. Anche se non avevo un torto specifico da riparare. Anche se, a parte il sogno, non c’era motivo di rovesciargli addosso tutta quella rabbia. Trovarlo cosí sprovveduto nel difendersi aveva abbassato la mia stima per lui. Da quella telefonata avevo capito che le cose stavano diversamente da come me l’ero raccontate. Potevo dettare legge, stabilire nuove condizioni del nostro rapporto, bastava che minacciassi semplicemente di romperlo; e questa scoperta, invece di rassicurarmi, m’incattiviva. Volevo rifarmi. Rendergli la vita difficile.
     
    Lo so, sembra un’ammissione di crudeltà. Come di chi confessi di provare piacere nell’infierire su chi è già caduto e non si difende. Infatti oggi me ne vergogno. Ma in quel momento non mi sentivo affatto ingiusta: credevo – ma davvero – di meritarmelo, quel potere. Di avere diritto a una piena soddisfazione. Per questo, l’esasperazione a cui volevo condurlo mi pareva un prezzo corretto da esigere.
     
    E poi c’era quel sogno, che aveva reso tutto cosí chiaro. Io li prendo seriamente, i sogni. Credo che siano dei consigli sotto forma di racconto. Saranno anche, come molti pensano, la messa in scena delle nostre paure (tant’è che non c’è sogno, neppure il piú felice o divertente, che non ti tenga sempre un po’ in ansia, come se anche nei momenti piú allegri avessi ragione di aspettarti il peggio all’improvviso); ma non c’è niente come guardare in faccia le proprie paure che aiuti a superarle.
     
    Questo non vuol dire che prenda per oro colato tutto quello che sogno. Mi limito ai sogni che hanno almeno un po’ di capo e coda, perché lí riesco a leggere sottotraccia.
     
    Un’altra cosa che mi sembra di poter dire dei sogni (almeno dei miei) è che, poco prima della dissolvenza, si fanno scappare due o tre sequenze del futuro che ti aspetta. Ed è sempre lí che si fermano, sul ciglio dopo il quale la previsione finirebbe per scadere nella profezia (e io alle profezie non ci credo). Al sogno di quella notte, poi, mancavano solo i sottotitoli.
     
    Diego De Silva Terapia di coppia per amanti




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