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venerdì 2 giugno 2017

immaginazione e realtà


L’immaginazione è un elemento fondamentale della realtà: è una congettura, una deformazione, una prolungazione della realtà. L’immaginazione lavora sulla realtà per poi renderla irriconoscibile. E allo stesso modo ciò che chiamiamo realtà viene continuamente arricchita o minacciata da ciò che chiamiamo immaginazione.
 
Andrés Neuman

lunedì 5 settembre 2016

domenica 4 settembre 2016

l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini

Javier Marias
a volte esprimere la realta' cosi' come e' ci spinge a non essere sinceri.
La sincerita (...) non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza. ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione e patetica debolezza
Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso link esterno

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.
Luigi Pirandello

Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera, quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero, la verità non dipende dal fatto che le cose siano o succedano, ma dal fatto che rimangano nascoste e non si conoscano e non si raccontino, appena si raccontano o si manifestano o si mostrano, anche in ciò che appare più reale, in televisione o sul giornale, in ciò che si chiama la realtà o la vita o addirittura la vita reale, passano a formare parte dell'analogìa e del simbolo, e dunque non sono più fatti, ma si trasformano in riconoscimento.
 
La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato.

Un cuore così bianco
     Javier Marias

  • Segreti e occultamenti (Javier Marias e Orhan Pamuk )

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    domenica 1 novembre 2015

    la comunicazione digitale





    «L’uso intenso del calcolatore, soprattutto se è collegato in rete, introduce nei ritmi di pensiero un coefficiente permanente di accelerazione e quindi di fretta. Non riusciamo piú neanche a sopportare un minimo di attesa dinanzi a un’operazione che stiamo facendo col computer. Il clock della mente, il suo controllo del ritmo e della velocità, è disturbato alla radice dal clock del calcolatore».

    «Ogni attesa dinanzi ad un’informazione che cerchiamo ci sembra snervante, offensiva, mortificante. Il calcolatore ci ha insomma abituato ad un atteggiamento di urgenza permanente, ad un senso di accelerazione continua, che si è rapidamente diffuso a tutti gli aspetti della vita

    La cultura digitale ci ha abituato a vedere cose che non esistono o che addirittura non possono esistere, cose che in natura non ci sono. Il virtuale, in fondo, è quel che non c’è, è il non-esistente simulato: in un certo senso, è addirittura il falso

    Ora invece, tra la realtà e noi si è frapposto lo schermo – non importa se del calcolatore o della televisione. Si vede il mondo essenzialmente attraverso lo schermo. Lo schermo ci dà una varietà di rappresentazioni di qualcosa che ci sembra il mondo, ma il mondo che vediamo potrebbe non esserci affatto.

    La percezione è andata in malora, con il senso di realtà, con la ricchezza degli oggetti “veri” e tutto il resto. La gente comune si è già arresa. L’attentato alle Twin Towers di New York, ad esempio, è stato visto da tutti come un film, come un immenso e straordinario effetto speciale cinematografico. È stato visto cioè non con gli occhi di una persona, ma attraverso gli occhi di uno spettatore». Questo significa che «dinanzi a taluni eventi non siamo piú capaci di guardarli come fatti. Li guardiamo come spettacoli. Non siamo piú in grado di dire “questo è vero e questo è falso
    Raffaele Simone


    Certo, uno degli aspetti dominanti della condizione umana di oggi, e di quella giovanile in particolare, è il rifiuto della solitudine, e l’incantamento per il digitale, nella illusione che i social network abbiano a riempire il vuoto nella vita; ma non c’è storia, non ci sono né passato né futuro, le due dimensioni fondamentali del tempo, in una condizione umana che non conosca la solitudine e il silenzio, e che ci allontani dalla nostra identità, e dal nostro destino.

    Quale è il tempo della comunicazione digitale? Non è il tempo della agostiniana circolarità fra il presente, il passato e il futuro, ma è un tempo che vive in un presente intessuto di istanti, di frammenti, che sono gli uni accostati agli altri, gli uni staccati dagli altri, in un presente che non ha storia, non ha passato, e non ha speranze, non ha futuro, in un presente che è di volta in volta risucchiato nel flusso ininterrotto di comunicazioni che nascono e muoiono, rinascono e scompaiono, senza lasciare tracce durature nella nostra vita interiore e nella nostra memoria vissuta. Il tempo della comunicazione digitale, nelle sue vertiginose dissolvenze, non consente facilmente riflessioni e meditazioni, rielaborazioni e ripensamenti, che richiedono tempi distesi, pause e dilatazioni impossibili nei tempi veloci, anzi velocissimi, delle informazioni digitali. Queste compaiono per un attimo sullo schermo, e poi scompaiono, trascinando con sé risonanze sempre diverse, e non di rado le une in conflitto con le altre, le une inconciliabili con le altre. Il tempo digitale insomma scorre come acqua da una cascata, e lascia appena il tempo alla sua istantanea percezione, e alla sua conseguente sparizione.

    Non è allora facile parlarsi in questo deserto.
    Eugenio Borgna *** Parlarsi



    sabato 31 ottobre 2015

    realtà / finzione




    Ho detto: o meglio, perché allora io avevo una sorta di religioso, e superstizioso, amore e terrore delle parole (che mi è rimasto poi a lungo), sulle quali concentravo tutta la carica di realtà, invero scarsa, che mi riusciva scoprire nei vari oggetti del mondo; più semplicemente, le parole erano quasi le mie sole realtà.

    Ad ogni modo, come preoccupante, faticosa, minacciosa è la realtà; come è meglio ciò che non lo è! Somma è veramente la mia ripugnanza della, e alla, realtà; non solo, intendo, delle piccole e meschine cose che in prevalenza la costituiscono, ma della realtà in quanto dimensione

    Tommaso Landolfi


    martedì 6 ottobre 2015

    pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è


    Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.

    Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso.

    Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è [….]

    (Robert Musil, L’uomo senza qualità, trad. A. Rho, Torino, Einaudi, 1972)


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