Lettera di Marina Cvetaeva a Boris Pasternak
si sogna e si scrive, non quando noi ne abbiamo voglia, ma quando ha voglia : la lettera- di essere scritta; il sogno - di apparirci. ,
Marina Cvetaeva
Lettera a Pasternak (1922)
Lettera di Marina Cvetaeva a Boris Pasternak

lettera a Rainer Maria Rilke - 1926


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[...]
“Bisogna scrivere cose inaudite , compiere scoperte e vivere istanti straordinari: questa è la vita, tutto il resto è sciocchezza”aveva scritto Pasternak, che amava e ammirava moltissimo la Cvetaeva, l’unica poetessa che nel pieno di atteggiamenti ultrapatriottici e sciovinisti aveva avuto la temerarietà di esaltare la Germania (aveva origini tedesche-polacche) per la sua storia e civiltà, dichiarandosi ostentatamente avversa alla rivoluzione d’ottobre, scrivendo versi monarchici e sanfedisti, pur essendo consapevole che la carta dello zar era quella perdente. Tendeva sempre, organicamente, fatalmente, ad andare contro corrente , sentiva il fascino della negazione, della causa perduta, dell’autodistruzione come speranza inconfessata e irrazionale.
E dove prenderò il buon senso?…2. Una donna capace di tempeste di passioni
Io sono quella che dice
occhio per occhio
sangue per sangue”
L’amore è carne e sangueUna donna che scrisse migliaia di poesie, diciassette poemi, otto drammi in versi, narrativa, saggistica, diari di memorie, lettere bellissime e tragiche, in un periodo terribile ed epico come quello della rivoluzione russa e delle due guerre mondiali. Una donna che era nata bella, intelligente, sensibile, nobile, ricca e famosa, la regina dei circoli letterari moscoviti, e morì in uno sperduto villaggio della Tataria (Elabuga), nella più assoluta indigenza e povertà, in una squallida stanza -stalla di una casa di contadini, sola, abbandonata e dimenticata da tutti, perfino dal figlio Georgij (“Mur”), che un giorno prima di morire le disse con disprezzo: “Mamma, sembri una lercia vecchiaccia di paese”, e non andò neppure al suo funerale.
un fiore tinto nel suo stesso sangue
Credete veramente che l’amore
sia una conversazione a tavolino?…
E in quell’aria beata non smettere
finché puoi, di commettere peccati!
“Tra poco questo mondo perirà! Guardalo attentamente, di nascosto… Guarda, finché c’è ancora il nostro pioppo, finché la nostra casa non è in vendita”.La sua casa non fu venduta, ma saccheggiata e devastata, e successivamente, data alla fiamme. E lei avrebbe affrontato, da sola, con due bambine, (il marito combatteva negli eserciti bianchi) gli effetti drammatici della rivoluzione d’ottobre, espropriata di tutti i suoi beni e costretta a vivere, come una prigioniera, nella soffitta della sua grande e bella casa di Mosca. In quell’inverno terribile avrebbe patito ogni bruttura: freddo, fame, tormenti, umiliazioni, sofferenza, tragedia familiare. Avrebbe dovuto bruciare la scala per scaldarsi dal freddo e issarsi sulla soffitta con una corda ; senza un rublo, sarebbe stata costretta a elemosinare – vanamente – cibo per sé e le sue due figlie, Ariadna (“Alja”) e Irina. Quest’ultima bimba, di solo due anni d’età, sarebbe morta di fame. Ma lei, cogli occhi verdi e il viso segnato, la bocca severa, lo sguardo sprezzante, non avrebbe ceduto, non avrebbe piegato il capo, non avrebbe versato una lacrima, non avrebbe accettato – mai – alcun compromesso… “Marina – dirà Pasternak – era coraggiosa, categorica, perentoria, e la sua anima cercava distacchi veri, violenti, dolorosi, definitivi”. Esule , dal 1922, per tre anni avrebbe aggiogato il marito alla carretta a mano, trascinandosi con lui e i due figli da un luogo all’altro della Cecoslovacchia: da Gornia a Dolina , Mokropsa, a Ilovisce , a Novye Dvorj, a Vsnora, a Praga, vagando sotto la pioggia per i sentieri fangosi e impraticabili della campagna ceca , da casa a casa , da radura a radura, da fosso a fosso, da strada a strada., da periferia a periferia, finché, nel 1926, sarebbe approdata a Parigi.
“Il quartiere in cui viviamo è orribile…Un canale putrido, il cielo invisibile per via dei comignoli, solo fuliggine e fracasso. Impossibile passeggiare (neanche un cespuglietto). E così passeggiamo lungo un canale putrido. E se qualche volta s’apre un bosco esso è coperto di sputi, di scatole di sardine e cocci di bottiglie”La vita quotidiana, che aveva sempre detestato ferocemente
(“non so vivere, io sono assente dalla mia vita, non sono a casa”)quella vita quotidiana , sopra la quale ci si può elevare , sulla quale si può sputare, ma alla quale – spesso – ci si deve sottomettere, l’avrebbe “moralmente” uccisa.
“E un invito d’inferno, la letteraturaE tutto era sporco.
e confesso che vi andai gioiosamente:
ma da lì nessuno torna indietro).
“Sono eternamente in mezzo alla sporcizia, eternamente con spazzole e scopa in mano, eternamente di fretta, eternamente tra fagotti, cherosene e cenere: un immondezzaio vivente…In ginocchio faccio la serva – non si sa di che cosa! Sono tutta sporca di cenere , ho le mani di un carbonaio – non riesco a mandare via il nero!”La sua era una vita spaventosa che continuò a divorare le sue energie – scriverà Olga Ivinskaja , la “Lara” del dottor Zivago, l’amante di Psternak , che la conobbe bene. E poi la perenne malattia del marito, la mancanza di qualsiasi sistemazione, e i suoi rapporti con gli altri emigranti che peggioravano continuamente per via del carattere di Marina, “altera, orgogliosa, regale, aggressiva, tutta limiti, tutta no, tutta pareti e tutta rifiuti”. Comunque – continua Olga – Marina era incapace di lottare per il proprio benessere , e non lo voleva nemmeno. Diceva:
“Ascolta, le verità meschine e i nobili inganni non esistono, esistono solo inganni meschini e nobili verità”.Aveva un’intelligenza acutissima e lucidissima, una chiaroveggenza fredda e vertiginosa. Sapeva di essere fatta soltanto di particelle di dolore – l’unica esperienza che aveva del mondo. Non conosceva altro. Viveva di dolore, come una “scorticata viva”, come una Maddalena laica sui carboni ardenti, ai piedi di Cristo: –
“Lavo con nardo d’anforache spargeva insieme profumi e dolori.
I tuoi purissimi piedi”, –
“Tutto sta nel fatto che il cuore comincia a battere – e non fa nulla se va in mille pezzi! Io mi sono sempre fatta in pezzi e tutti i miei versi sono letteralmente frammenti argentei del mio cuore”5. I versi erano il suo corpo
“Il mio libro deve essere eseguito come una sonata. I segni sono le note. Sta al lettore realizzare o deformare”La sua poesia è tutta fuoco, entusiasmo, passione, esaspera i suoi sentimenti, tramuta le pene d’amore in un grido convulso, ma non dimentica il ritmo, l’uso rigoroso delle rime e delle assonanze , con un timbro eccezionalmente alto e teso e un’orchestrazione straordinaria di suoni funzionali in connessione dei significati. Assolutamente indipendente da scuole e tendenze, dice Erhenburg,
“Io sono molti poeti insieme, e come questo abbia potuto in me affiatarsi è in fondo il mio segreto…Ma sappiate che sulla strada della vita io cederò sempre il passo…Tratto l’essere umano che c’è in me come tratterei un cane : quando mi annoia lo metto a catena..”Le sue non erano solo parole, era la sua vita, fatta di passioni tempestose e tanto diverse l’una dall’altro, che le consentivano sia d’amare carnalmente
(“Chi l’ha voluto m’ha baciato!che spiritualmente , come nel caso di Pasternak , con cui esisteva una grande affinità spirituale e poetica:
E io l’ho amati tutti quanti! “)
“Boris, Boris, come saremmo stati felici insieme…in questo mondo, ma soprattutto in quell’altro, che è già tutto dentro di noi”6. L’orizzonte è straniero per te
“L’orizzonte è straniero, per te. E straniera è la pioggia che picchia sui fossi e i cappelliLa sua visita fu una spruzzata di luce in quegli anni di esilio pieni di tormenti.
e l’estraneità ha trasformato in un albero
l’artista straniero: quasi come una fiaba”
“Se è vero che Marina è morta , la colpa è mia, e quale colpa . Nessuno potrà mai perdonarmelo”,disse quando gli fu recata la funebre notizia. Intanto, il marito della Cvetaeva, Sergej Efron, e la figlia Alja, che avevano aderito al comunismo, furono coinvolti nell’omicidio di un agente sovietico, avvenuto in Svizzera, nel settembre 1937. Per questo fatto Marina subì terribili interrogatori in un commissariato di Polizia , ma la sua completa estraneità alla cosa fu tanto evidente che riuscì a scampare ad altre persecuzioni. Efron e Ariadna dovettero fuggire in Urss ,mentre Marina, col figlio Mur, rimase a Parigi, e per arrotondare le magrissime entrate (soprattutto per aiutare il figlio, ormai adolescente, a cui era legata morbosamente) si diede da fare per organizzare una serata di poesia a pagamento, ma la cosa non funzionò. Marina, spossata, esasperata, s’indignò molto: “L’indignazione: ecco quello che cresce in me di anno in anno, di giorno in giorno, di ora in ora. L’indignazione. Il disprezzo. Il peso “delle offese”, che non fa che crescere , fin dalla mia infanzia. Tutto questo è ingiusto. E’ insensato. E’ indegno di Dio”. Intanto passano i mesi e Marina non ha notizie da parte del marito e della figlia, i rapporti con gli esiliati russi si fanno sempre più tesi e difficili:
“Non c’è più nulla da fare! Gli emigranti mi cacciano via!…Ma sappiate una cosa: anche là io sarò dalla parte dei perseguitati, e non da quella dei persecutori, anche là sarò con le vittime, e non con i carnefici…”Il 12 giugno 1939, quasi due anni dopo la partenza di Sergej e Alja , Marina e Mur lasciano Parigi, passano Le Havre, via mare a Varsavia e quindi Mosca dove giungono sei giorni dopo. La famiglia si riunisce, finalmente, piena di speranze per il futuro; vanno a vivere in una minuscola dacia nel villaggio di Bolsevo, nei pressi di Mosca. Ma tre mesi dopo Ariana viene arrestata e lo stesso accade qualche giorno dopo a Sergej , che in seguito sarà fucilato.
“Oggi son tornata dove nacqui7. Il dolore era per lei una fonte di vita
…Ecco quello che mi ricompensa:
un abisso ha inghiottito tutti i miei
e la casa paterna è devastata”
(“Di chi, se non di lei, si potrà dire che il dolore era una fonte di vita, e che proprio attraverso il dolore si realizzava un legame con l’universo della poesia?)Marina aveva un folle amore per la vita, un’avidità convulsa, febbrile di viverla. Ma si trovò nel deserto più assoluto e totale, senza nessun aiuto, e allora questi sentimenti erano improvvisamente sostituiti, nel suo animo da pensieri di morte…
”Oggi è la festa di Giovanni Evangelista. Ho quarantotto anni. Mi faccio gli auguri. Pfù pfù pfù tocca ferro scampala! Mi faccio gli auguri per i miei quarantotto anni di anima ininterrotta… Stoviglie acqua e lacrime…Nessuno capisce, nessuno sa che già da un anno cerco con gli occhi un gancio, e non ne trovo, perché ormai l’elettricità è arrivata ovunque. Non ci sono più i lampadari di una volta… E’ un anno che mi misuro addosso la morte. E’ tutto così mostruoso, così terribile …E io non voglio morire. Voglio non essere…”8. Cercava disperatamente una casa
“Mosca non mi accetta e io non posso estirpare da me il senso del ‘diritto’…Noi abbiamo colmato mosca di regali. E Mosca mi caccia, mi bandisce”.Il padre di Marina era stato il promotore e il fondatore del Museo delle Belle Arti (oggi museo Puskin) e aveva donato al museo Rumjancev (oggi Biblioteca Lenin) tre biblioteche di enorme valore: la sua, quella di suo padre e quella di sua moglie. Sua madre era stata una valente pianista e lei aveva incantato per anni i salotti di Mosca con i suoi versi e la sua brillantissima, poetica, beffarda conversazione.
”E sarei io questa?..” Continuando a spostarmi da un luogo all’altro, comincio a perdere il senso della realtà: diminuisco giorno dopo giorno, come quel gregge che lasciava su ogni steccato un fiocco di lana…Resta solo il mio fondamentale no a qualsiasi forma di compromesso.”E infatti si riusciva a vivere per qualche giorno in una dacia altrui in condizioni relativamente decenti, veniva assalita dai rimorsi, era tormentata dalla coscienza. Suo marito e sua figlia stavano languendo chissà dove , in qualche camera di tortura.
”Ho vergogna di essere ancora viva… L’unica cosa russa che c’è in me è la coscienza , che non potrebbe mai permettermi di essere felice dell’aria, della quiete , dell’azzurro del cielo sapendo che non dimentico neppure un istante che in quello stesso istante qualcun altro sta soffocando nell’arsura, tra le pietre…La mia vita è molto brutta. E’ una non vita. Adesso io sono uccisa, adesso io non ci sono e non so se ci potrò essere ancora…Sono molto sconcertata e molto sventurata…”10. Mi spiace soltanto per il sole e per la musica
“Mia madre ci abbeverò alla vena segreta della lirica e le sue ultime parole prima della prematura morte furono queste: Mi spiace soltanto per il sole e per la musica”.Ricorda il suo grande unico impossibile amore, Pasternak, con cui non s’erano mai scambiati neppure un vero bacio, Boris, da cui tutto la univa spiritualmente e tutto la separava dal punto di vista del quotidiano, che è l’aspetto che domina, in fondo, ogni mortale , quello pratico e caratteriale.
“Caro, strappa il tuo cuore pieno di me. Non tormentarti. Vivi. Non pensare a tua moglie, a tuo figlio. Ti concedo completa assoluzione da tutti e da tutto. Prendi tutto quello che vuoi, finché puoi ancora prendere! Ricorda che il sangue è più vecchio di noi, e specialmente il tuo, semita. Non addomesticarlo. Prendi, afferra ogni cosa dalla tua altezza lirica, no: epica!11. E’ condannata alla poesia e all’infelicità.
“In ogni caso non potrei mai vivere con lui. Lo amo troppo…Con Boris non posso vivere, ma voglio un figlio da lui, perché egli viva attraverso me. Se questo non avverrà, non avrò realizzato la mia vita, il mio vero proposito”.E Pasternak, che pure l’amava, era perfettamente d’accordo: Marina è un concentrato di isteria femminile…è condannata alla poesia come il lupo all’ululato, e allo stesso modo è condannata all’infelicità. Percepiva con il suo istinto poetico, il luogo ove l’aspettava una valanga, una tempesta, una passione e solo dopo la passione, quando si spezzavano i legami preziosi, quando il destino cambiava bruscamente strada, sorgeva la dissonanza dei nuovi sentimenti, delle illuminazioni, dei versi, e s’accendevano le scintille della poesia. Il 21 agosto 1941 , Marina , insieme a suo figlio Mur, arriva a Elabuga. Va ad abitare nella casa di Michail Bredelscikov e sua moglie Anastasia, che la ricordano così:
“Era alta, un po’ curva, magrissima , con i capelli bianchi…Insomma una vera strega…E lei aveva scritto di sé, qualche anno prima:
“L’oro dei miei capelli si sta facendo bianco a poco a poco Non piangetelo! Tutto è già avvenuto, tutto s’è già composto nel mio cuore…Qualche giorno dopo, Marina va a Cistopol, una cittadina più grande, a cercare un lavoro e chiedere l’autorizzazione a risiedere nella città , perché Elaguba è un luogo davvero orrendo. Fa domanda per un posto da lavapiatti in una mensa del Fondo Letterario.
So soltanto lavare i piatti. Un tempo sapevo scrivere anche versi. Ora non più. Ma del resto a cosa serve scrivere versi.Ad eccezione dei parassiti, nei loro vari aspetti, tutti sono più importanti di noi poeti, e tuttavia io non muterei la mia con nessun’altra attività”.12. Esistono solo omicidi / Al mondo nessuno si è mai suicidato.
“chiodo pesante , come quelli dei gioghi, delle reti da pesca, anche se forse è un po’ basso per impiccarsi. Ma per strozzarsi va bene; è più semplice…”13. Vivere è splendido.
Sappiate che esistono solo omicidi
Al mondo nessuno si è mai suicidato
“Vorrei essere sepolta nel cimitero degli Uomini di Dio – aveva scritto anni prima -, a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, in una di quelle tombe con il colombo d’argento sulla lapide , là dove crescono le fragole più rosse e più grosse di quei posti. Ma se proprio non sarà possibile , vorrei tanto che ci mettessero una pietra della cava di Tarusa con scritto:“Qui avrebbe voluto giacere Marina Cvetaeva”Ma anche questo desiderio non si avverrò . La tomba di Marina rimase sconosciuta , ma sotto uno di quei pini dell’antico cimitero di Elaguba la sorella di Marina, Asja, mise una croce con la scritta: In questo angolo del cimitero è sepolta Marina Ivanovna Cvetaeva ( 26 settembre 1892-31 agosto 1941) e da quell’angolo sperduto nella regione tatara , sentiamo ancora la sua voce che ci invita:
“Passante, fermati!articolo di
Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca – subito dopo, per me.
Niente è più dolce di una fragola di cimitero.
Ma non stare così tetro,
la testa chinata sul petto
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami
… e che non ti turbi mai
la mia voce sottoterra…
Tutto passa , resta solo il vero”….
“ Vivere è splendido. Ma noi viviamo male”
L’ultra-assurda parola: separarsi - Una delle cento? Semplicemente una parola di quattro sillabe, dietro le quali c’è - il vuoto. POEMA DELLA FINE, 5 Colgo il movimento delle labbra. E so - non parlerà per primo. «Non mi amate?» - «No, ti amo.» - «Non amate!» - «Ma mi tormento, ma sono ubriaco, sono distrutto. (Scrutando come un’aquila il posto): Scusate, ma questa è una casa?» - «La casa è nel mio cuore.» - «Letteratura! L’amore è carne e sangue. Fiore innaffiato del proprio sangue. Voi credete che l’amore sia discorrere davanti a un tavolino? Un’oretta - e poi a casa? Come quei signori e quelle dame? L’amore, questo vuol dire...» «Un tempio? Bambina, sostituite con una cicatrice la cicatrice!» - «Sotto lo sguardo dei servi e degli ubriaconi? (Io, senza suono: L’amore vuol dire: un arco teso: l’arco: la separazione). L’amore vuol dire - legame. Per noi tutto è separato: le bocche e le vite.» (Te l’avevo pur chiesto: non dare il malocchio! In quell’ora, segreta, vicina, in quell’ora sulla cima della montagna e della passione. Il memento è uno svaporare: l’amore vuol dire tutti i doni nel rogo - e sempre per nulla!) La cavità a conchiglia della bocca è pallida. Non sogghigno - inventario. «E prima di tutto un solo letto.» «Un solo abisso, volevate dire?» - Tamburo battente delle dita. - «Non smuovere montagne! L’amore vuol dire...» - «Mio. Vi capisco. Deduzione?» Il tamburo battente delle dita cresce (Patibolo e piazza.) «Partiremo». - «E io: moriremo, speravo. È più semplice! Basta con i bassi prezzi, rime, rotaie, alberghi, stazioni...» «L’amore vuol dire: vita.» «No, in altro modo era chiamato dagli antichi...» - «E così? (Un brandello di fazzoletto nel pugno, come un pesce). Così, partiremo?» - «Il vostro itinerario? Veleno, rotaie, piombo - a scelta! La morte - e nessuna installazione!» - «La vita!» - Come un condottiero romano, scrutando aquilino delle truppe i resti. - «Allora ci diremo addio.» (da Poema della fine, 1926 - Traduzione di Pietro a Zveteremich)


(@_Ironica_1)