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domenica 22 settembre 2019

Nel mio cuor dubitoso

Lorenzo Cianchi
Non ti offendere
se ti sono vicino e non ti amo
quando mai l’intenzione porta ai fatti?



 
Nel mio cuor dubitoso
sento bene una voce che mi dice:
“Veramente potresti esser felice.”
Lo potrei, ma non oso.
 
Lorenzo Cianchi


Un timore di essere felici, di abbandonarsi alla gioia quasi pudico, un ripiegarsi su se stessi, sulla “tranquillità” della propria tristezza, della propria malinconia per non abbandonarsi al rischio dell’euforia.
link esterno il canto delle sirene

domenica 31 marzo 2019

La gioia non ha pretese

Raffaela Fazio
La concezione di felicità tipica della cultura di massa,[...], può essere detta consumatrice nel senso più largo del termine, vale a dire che essa spinge non soltanto al consumo dei prodotti, ma al consumo della vita stessa.
Edgar Morin
 
La (ricerca della) felicità è davvero la religione dell'individuo moderno, illusoria come tutte le religioni. È una religione senza sacerdoti, che funziona industrialmente.
Edgar Morin
 
«Una vita tranquilla e modesta porta più gioia che una ricerca di successo legata a una continua irrequietezza».
Einstein

La gioia non ha pretese.

 
La gioia non ha pretese.
Noi sì invece.
Ecco perché
non siamo felici.
 
Raffaela Fazio

sabato 30 marzo 2019

L'illusione della felicità assoluta


Felicità

L'illusione della felicità assoluta


...
Ma chi pretende la felicità assoluta? Credo nessuno, se non persone che hanno una struttura mentale particolare: I produttori di ideali.
[...]
Quindi si può essere felici? Si, ma in maniera relativa. Abbiamo assodato che si può essere felici per poco, il fatto è che all’essere umano il poco non basta: desidera la donna o l’uomo dei quali si innamora per sempre, la felicità per sempre, e si illude di poter conseguire il suo scopo. Vive l’illusione della felicità assoluta.
[...]
Dal punto di vista psicoanalitico si tratta dell’illusione di onnipotenza, che spinge verso sistemi sociali o religiosi assolutisti. Quando le persone siano normali, cioè nel pieno delle loro pseudo-facoltà critiche, andranno incontro a grandi delusioni;
qualora, invece, le persone siano permeate di nuclei narcisistici (psicotici), l’assenza di relativismo, li rinforza nelle loro false idee, e li allontana sempre più dalla realtà, cioè aggrava la malattia.



una signora sposata sogna che il signor X andando in montagna vede un giovane che cade in un burrone. Un’interprete onirico tradizionale direbbe che sta per succedere una disgrazia, uno psicoanalista chiederebbe alla persona che ha portato il sogno di esaminare i fatti di quei giorni, i pensieri, le idee, le situazioni non concluse (i resti diurni) e, infine, a partire dal testo del sogno, di dire tutto ciò che le viene alla mente anche se assurdo e lontano nel tempo (cioè attinente all’infanzia).
 
Si scoprirà che la signora ad una festa, dove si è parlato di montagna, aveva notato un bel giovane che avrebbe voluto conoscere meglio, tanto più che parlava con suo marito. La signora, durante la seduta, parla del marito e dice che le è diventato indifferente specialmente dal punto di vista sessuale: ” É un brav’uomo, mi da tutto ciò di cui ho bisogno, ma è freddo e pensa a tutto meno che a me. In più è geloso, mi sorveglia e minaccia di far eliminare quelli che , pensa, siano i miei amanti”.
 
Le associazioni successive rievocano una sua relazione giovanile con il signor X: “Anch’egli era geloso e mi ricorda mio marito, andavamo in montagna, rideva sempre, e non mi baciava o toccava mai: un cretino”.
Rimane per un poco in silenzio e poi con aria e voce pensosa dice: “…e pensi professore, che io sono fedele; non ho mai tradito mio marito. Devo dire che qualche volta ne ho avuto il desiderio, ho tanti corteggiatori, ma quando stavo per farlo sentivo la voce di mia madre che diceva: “La Janine (un’amica di famiglia) è proprio stupida: cade con tutti”.
 
Io ero piccola, non capivo cosa volesse dire “cadere con tutti”, pensavo solo ai giochi che facevo con mio padre e mio fratello in montagna quando ci divertivamo a cadere in un fienile. Decisi che non l’avrei più fatto”.
 
La rievocazione viene trasferita sui giochi che faceva a scuola con i compagni e poi, improvvisamente, come succede spesso in seduta, sembra che una luce si accenda nella mente e dice “con quel signore che ho conosciuto alla festa, io CADREI molto volentieri; ora capisco cosa intendeva mia madre; e anche il contenuto latente del sogno: Vorrei tanto andare in montagna e che quel bel giovane cadesse con me“.
 
Nel sogno la signora esprime un desiderio sessuale che non poteva permettersi di realizzare poiché ogni volta la VOCE (immaginata) della madre l’ammoniva: “non si deve fare come la Janine”. Le volte che riusciva a far tacere la voce o non l’ascoltava, ci pensava il corpo a parlare e insorgeva il sintomo isterico cioè quell’insieme di spasmi che rendevano il rapporto sessuale penoso.
 
Per tornare all’argomento della felicità, ecco che abbiamo un bell’esempio di una persona che finalmente sa quello che vuole, che lo potrebbe fare perché “ha tanti corteggiatori” ma che deve penare perché ha quella spade di Damocle degli spasmi che rinforza il conflitto tra obbedire alla Voce della madre o seguire l’istinto e scaricare la tensione.
 
Nel testo ho scritto Voce con la ‘V’ maiuscola per indicare l’ idealizzazione di tale voce. Quella voce non è l’insieme di suoni organizzati in frasi educative pronunciate dal genitore biologico ma è la voce di un IDOLO che se non gli obbedisci, può anche incenerirti. Comunque ti colpisce sulla fonte pulsionale dalla quale scaturisce la spinta che richiederebbe di essere soddisfatta per diseccitare quella fonte. Operazione quasi impossibile perché il vaginismo ti morde.
 
Un bell’esempio di Super-io orale, in azione.
La maggior parte di questa dinamica è inconscia, cioè proviene da quella parte della mente che sfugge all’attenzione vigile della mente stessa.
E’ proprio il caso di dire
 
“io potrei essere felice, so anche cosa fare (cadere con il bel giovane) ma, non so perché, quando ci provo mi vengono quei dolori che me ne fanno passare la voglia”.

Peluffo Nicola
L'illusione della felicità assoluta


mercoledì 23 gennaio 2019

La felicità


Antologia di Daniela



“Si ricapitola, si riassume in questa parola: amarsi; peró c’è una cosa da dire: che il tempo passa, e il problema fondamentale dell’umanità da 2000 anni è rimasto lo stesso.. amarsi.
Solo che ora e diventato piú urgente, molto piú urgente, e quando oggi sentiamo ancora ripetere che dobbiamo amarci l’un l’altro, sappiamo che ormai non ci rimane molto tempo.
Ci dobbiamo affrettare.
Affrettiamoci ad amare.
Noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi.
Affrettiamoci ad amare.
Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore.
Perché non esiste amore sprecato, e perché non esiste un’emozione più grande di sentire quando siamo innamorati che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona, che non bastiamo a noi stessi.
 
E perché tutte le cose, ma anche quelle inanimate, come le montagne, i mari, le strade, ma di più, di più, il cielo, il vento, di più, le stelle, di più, le città, i fiumi, le pietre, i palazzi, tutte queste cose che di per se sono vuote, indifferenti.
 
Improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono, perché? Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché il fasciame di tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose.
 
La felicità, sì, la felicità, a proposito di felicità, cercatela, tutti i giorni, continuamente, anzi chiunque mi ascolti ora si metta in cerca della felicità ora, in questo momento perché è lì, ce l’avete, ce l’abbiamo, perché l’hanno data a tutti noi.
 
Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo in dote, ed era un regalo così bello che lo abbiamo nascosto, come fanno i cani con l’osso quando lo nascondono, e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non sanno dove l’hanno messo, ma ce l’abbiamo.
 
Ce l’avete, guardate in tutti i ripostigli, gli scaffali, gli scomparti della vostra anima, buttate tutto all’aria, i cassetti i comodini che c’avete dentro e vedete che esce fuori, c’è la felicità, provate a voltarvi di scatto magari la pigliate di sorpresa ma è lì, dobbiamo pensarci sempre alla felicità, e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Fino all’ultimo giorno della nostra vita, e non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh.. non bisogna aver paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero, saltate dentro all’esistenza ora, qui.
 
Perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più, é qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita, dobbiamo dire un sì talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no, perché alla fine di queste due serate insieme abbiamo capito che non sappiamo niente, e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c’è un gran mistero e che bisogna prenderlo com’è e lasciarlo stare.
 
Perché la cosa che fa più impressione al mondo è la vita va avanti e non si capisce come faccia, ma come fa?! ma come fa a resistere, ma come fa a durare così, è un altro mistero e nessuno l’ha mai capito perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi, per questo resiste, se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo.
 
E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare, inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.

Roberto Benigni


venerdì 5 ottobre 2018

Una modesta forma di felicità





Walter Benjamin dice che essere felici significa percepire se stessi senza timore; forse perchè cominciavo a essere cosciente del fatto che non avevo più niente di importante da perdere e. pertanto. nulla di importante avevo più da temere, cominciai a godere allora di una modesta forma di felicità

Javier Cercas
La donna del ritratto


giovedì 4 ottobre 2018

e io iniziavo a sentire di vivere con la serenità dei vinti





Volevo diventare un grand'uomo...qualunque cosa eccetto diventare quello che forse ero già o ero sempre stato, ciò che probabilmente faceva parte della mia natura (o almeno così pensavo allora), ciò in cui a un certo punto di quell'autunno disastroso, quando avvertii con distacco che l'ansia cominciava a stemperarsi e io iniziavo a sentire di vivere con la serenità dei vinti, capii che mi stavo trasformando

Javier Cercas
La donna del ritratto


domenica 12 agosto 2018

La felicità è nel tendersi.





Se noi intendessimo la felicità soltanto in termini di fruizione, ne perderemmo il più alto messaggio. Perché chi vince una partita di calcio ha pure sofferto fisicamente.

Nella felicità può esserci il dolore. Ma quale dolore? Il dolore del protendersi, come quello dell'atleta. Perché l'espandersi che cos'è? E' il protendersi all'estremo. Ecco perché la felicità pigra, rappresentabile dall'atto puro dell'ingoiare, non può essere la felicità vera. La felicità è nel tendersi. In tutto questo può giocare la sua parte anche la stessa sofferenza. Ricordiamoci di un fatto: il tempo, in quanto movimento, sviluppa un protendersi lineare.
Salvatore Natoli


sabato 11 agosto 2018

Titolare vera della felicità è la vita intera





Vale la pena citare un pensiero importante di Nietzsche: "Non bisogna interpretare la felicità soltanto come soddisfazione". La soddisfazione è un'idea sonnolenta della felicità è come un riempirsi la pancia; la felicità bisogna interpretarla come ascesa. Allora la capacità di vincere il proprio dolore, diviene un modo di crescere. Da questo punto di vista lo stesso dolore può diventare un ingrediente della felicità. "L'uomo è felice - dice Nietzsche - non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria". Allora nel vincere sé stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza, si ha un'idea più alta e più forte di felicità. Allora capite bene come, a questo punto, la nostra nozione di felicità stia cambiando. Non è più quella dell'attimo. Titolare vera della felicità è la vita intera.
Salvatore Natoli


venerdì 10 agosto 2018

è l'incontro con l'altro che rende felici





Quando io dico "sentimento della propria illimitata espansione", intendo riferirmi non ad un incontro di un ostacolo nell'alterità, bensì ad una vera e propria partnership. Perché, se per espansione si intende l'espansione del sé che divora tutto ciò che è circostante, allora, in quel caso, noi non troveremmo la felicità, rischieremmo di trovare il deserto causato dalla nostra voracità. Negli esiti della voracità non può esserci felicità. Si ha, come nel caso della lupa dantesca, "più fame che pria". Ecco perché lo sviluppo incondizionato del desiderio lascia sempre affamati. l'espansione della felicità va intesa tenendo presente che ciò verso cui mi muovo mi viene, nel contempo, incontro. Questa è la reale dimensione della fusione; Ecco perché la felicità si sviluppa fondamentalmente (si pensi alla figura dell'abbraccio) nella accoglienza dell'altro, non nel divorare l'altro, e quindi nel crescere insieme. Se non sussistesse questa dimensione di crescita condivisa, allora, da questo punto di vista, si arriverebbe costantemente alla delusione. Per cui bisogna intendere l'espandersi della felicità in questa forma di comandamento: non mangiare ciò che ti circonda, ma entra in sintonia con ciò che vi è presente. Da questo punto di vista esiste una dimensione perfettamente circolare in questo moto di espansione, che non può portare, invece, all'autodistruzione. E' come se nella felicità esistesse una vera e propria ecologia, ecco, perché il delirio di onnipotenza della voracità emotiva è una delle ragioni per cui l'uomo si sente massimamente infelice e insoddisfatto. Nella relazione d'amore questo aspetto è, per esempio, qualcosa di emblematico. Nell'amore è l'incontro con l'altro che rende felici, non l'uso dell'altro, perché l'uso dell'altro è seguito, il più delle volte dal gettare via l'altro il che, alla fine, lascia inevitabilmente e sempre in una condizione di miseria reciproca. Si può sviluppare su questo aspetto un tema importante, capace di mostrare quanto fondamentale nella ricerca della felicità sia il donare. Soltanto chi è realmente ricco dona. In questa ottica la ricchezza consiste nella volontà di dono, non in quello che si ha. Normalmente il "ricco" (ovvero colui che è materialmente ricco) che tenda ad acquisire, resta povero. Il povero che è capace di donare diviene ricco. Nell'amore ci si dà per intero e allora si è felici.
Salvatore Natoli


mercoledì 8 agosto 2018

Manuali per essere felici





Manuali per essere felici
Negli ultimi tempi nelle librerie di tutta Italia, ma anche di molti altri Paesi occidentali sono sempre di più i manuali sulla felicità: libri, saggi, prontuari che vogliono dare il consiglio giusto per una vita piena e gioiosa. Si basano su consigli pratici e poca filosofia, e vanno davvero a ruba. Come mai questo fenomeno? E sono davvero utili?

La felicità da manuale
Manuali felicitàAlcuni manuali si basano su metodi pratici, di origine anglosassone, tipici del “life coaching”, che suggeriscono, anche tramite video e cd, degli esercizi da mettere in pratica per sentirsi più felici. Altri autori, invece, si rifanno in modo esplicito a insegnamenti filosofici e religiosi profondi, soprattutto ispirati alle filosofie orientali. Ma qual è l’idea di felicità di questi libri? ...
si parla di felicità più spiccia e quotidiana che si riduce al sentirsi in armonia con se stessi, con gli altri e a sentirsi più sereni e soddisfatti nella vita quotidiana.

Un mondo di insicurezze
Si vive in un mondo incerto con i contorni fragili; il nuovo desiderio di felicità nasce per prima cosa da questo: si sono perse le certezze esterne e si cercano così dentro di sé. Quando le sicurezze non arrivano più dal lavoro, dalla coppia e dai rapporti sociali, si cercano risposte diverse, interiori per sentirsi meglio. Un libro su come essere felici può essere un modo di dare un perché ad amori fugaci, al lavoro instabile e alla famiglia fragile.


martedì 7 agosto 2018

Se c'è inimicizia, c'è sofferenza





Un sentimento caratteristico della felicità è quello della compenetrazione, della serenità. Stiamo parlando dell'atmosfera, per usare una parola tedesca, tipica della stimmung, termine con cui si intende la dimensione di armonia complessiva, che può catturare tutto e tutti. Da questo punto di vista, la solitudine non può, certamente, essere una ragione, o una causa, di felicità. Può esistere un tipo di solitudine, in cui non sussista separazione: ad esempio la solitudine dell'asceta non è una solitudine centrata sulla separazione dal mondo. L'asceta, infatti, non è colui che se ne va in ritiro per staccarsi dagli altri, bensì per trovare nella comunione con Dio anche il senso del proprio rapporto con gli altri. E quindi la dimensione della comunità, nella felicità, è senz'altro qualcosa in grado di farla crescere, che non può farla diminuire. Se c'è inimicizia, c'è sofferenza.
Salvatore Natoli


lunedì 6 agosto 2018

sentirsi in armonia con sé stesso e con gli altri





la felicità ha, come propria caratteristica fondamentale, la effusività, ossia la caratteristica di portare colui la stia sperimentando a sentirsi in armonia con sé stesso e con gli altri, in una parola: con l'ambiente esterno. Infatti, in genere, le immagini di felicità sono quasi tutte legate al simbolo del locus amenus, ossia de la natura che accoglie. Noi sappiamo, tradizionalmente, quanto la natura sia feroce. La natura produce le malattie. Gli animali sono realmente belli, a vedersi, ma se uno va in una giungla rischia di essere divorato da quelli più feroci tra essi. E' una costante, invece., che nella felicità, in genere anche la natura venga vista non più come ostacolo, bensì come qualcosa che ci può venire incontro.
Salvatore Natoli


domenica 5 agosto 2018

La felicità la si vive immediatamente





in genere, quando si è felici, non ci si interroga mai sul perché si è felici. La felicità la si vive immediatamente. E, quando si esce da questo stato, da questo sentirsi felici, vissuto come sentimento illimitato della propria espansione personale, quando sussiste una relativa interruzione di questo movimento, allora ci si può chiedere: perché sono stato felice? Perché adesso lo sono di meno?
Ecco, allora, verificarsi una trasformazione nel nostro stato di felicità, che da esperienza vede tramutarsi in meta. Allora, a quel punto, ci si interroga sulle condizioni, nella speranza di potere ricostruire le più idonee per tornare in questa espansione che si è sperimentata.
Salvatore Natoli



sabato 4 agosto 2018

mettiamo a tacere le nostre aspirazioni e le nostre ansie più profonde, anziché dare loro una risposta

Buenas noches

La felicità realizzata, compiuta e perfetta non è più felicità "vera". Assomiglia più a una beatitudine, a una condizione angelica, che è forse solo una idealizzazione, dove mettiamo a tacere le nostre aspirazioni e le nostre ansie più profonde, anziché dare loro una risposta. Esiste, nel meccanismo della felicità, la necessità del contrasto, del passaggio da una condizione dello spirito a un'altra.
 
Salvatore Natoli
La felicità

sabato 3 marzo 2018

ma più padrone del mio dolore, sì.


Le cose che non facciamo
Andrés Neuman


 
non mi sentii felice (felice non è la parola giusta dopo Elena), ma più padrone del mio dolore, sì.

Andrés Neuman "Le cose che non facciamo"
Dopo Elena
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