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sabato 29 ottobre 2016

Villaggio

Octavio Paz

gli uomini sono pietre

Villaggio

Le pietre sono tempo

Il vento

secoli di vento

Gli alberi sono tempo

gli uomini sono pietre

Il vento

si avvolge su se stesso e si sotterra
nel giorno di pietra

Acqua non c‘è ma gli occhi brillano
Octavio Paz
“Noi sardi siamo fatti di pietra e di vento”
Costantino Nivola.

domenica 9 agosto 2015

perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...




Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali. Perché dentro il concetto stesso di specialità, applicato a un popolo, c’è un’idea di distanza. È speciale chi sa fare meglio delle cose, chi ha raggiunto un risultato sofferto, chi ha meritato di uscire dalla normalità. Essere sardi non significa automaticamente essere speciali. Essere altro. L’essere speciali, l’essere altro, sono condizioni che vanno conquistate e dimostrate sul campo, per tutti. L’illusione della specialità etnica è sottilmente fascista e produce pigrizia: sono sardo e questo deve bastare, tutelatemi, assistetemi, io sono qui. Ma il certificato di nascita non basta, quel pezzo di carta certifica solo una casualità biologica, non certo un diritto acquisito. Ecco, vorrei una Sardegna dove si impara a essere anche sardi. Vorrei un luogo che non fosse martoriato dall’angoscia del sé, dalla sicumera di chi, nel profondo, si sente inferiore, dalla prepotenza del figlio cadetto. Vorrei una Sardegna dove si smettesse di dibattere dei massimi sistemi per non affrontare la banalità del quotidiano. La ricerca di uno status accettabile sta producendo un destino di soffocante frustrazione. Non siamo quel che siamo, ma qualcosa a cui, ostinatamente, vogliamo assomigliare. Non siamo quello che siamo ma la copia di una copia. Vorrei una terra dove si dichiarasse il tradimento di adattarsi alla visione altrui, solo perché tutto quello che abbiamo ci sembra di per sé inferiore a quello che hanno altri. Vorrei una Sardegna che potesse vedersi da fuori. Vorrei che noi sardi vedessimo come ci siamo ridotti, come ci siamo lasciati ridurre. Senza l’atto consolatorio di un’alzata di spalle: che tanto le cose vanno come vanno, altrove sì, ma qui che si può fare? Ecco, vorrei una Sardegna dove la specialità fosse di ricordare quanto fa parte del nostro patrimonio di asserviti, di orgogliosi, di emigranti, di banditi, di pastori, di matriarche, di coloni, di contadini, di meticci, di menti fini, di Presidenti della Repubblica, di fondatori di Partiti, di carabinieri, di poliziotti, di pescatori, di Veline Brune, di Bond Girls. Di soldati. Vorrei che ricordassimo sempre quante guerre abbiamo combattuto e per chi e perché. Vorrei che tenessimo ben presente quanto di bene, e anche quanto di male, quello che siamo ha portato nel mondo, perché una cultura sana si interroga senza consolarsi né giustificarsi. Una cultura sana diventa stabile riconoscendo i propri limiti. Vorrei che potessimo sentirci popolo anche in Sardegna, non solo appena varchiamo il mare. Vorrei una terra dove gli intellettuali dimenticassero di allisciare il pelo al potente di turno, anche a se stessi, quando le due cose coincidono. Gli intellettuali che piacciono a me non sono mai una garanzia, sono polvere negli occhi e sonni agitati per chi si è preso l’onere di governare. Voglio un posto dove i paesi sono belli almeno quanto basta per assomigliare alla bellezza di chi li abita. E non siano l’espressione, quasi l’anamnesi palese, della sindrome da incapacità di considerarsi comunità. Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi. Dove si riuscisse ad includere piuttosto che escludere, nella lingua come nella cultura, nella natura come nell’economia. Vorrei che parlassimo un linguaggio senza dietrologie e che imparassimo ad amarci come vorremmo essere amati, come sentiamo di dover essere amati. Voglio tutto quello che possiamo avere, perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...

Marcello Fois .. in Sardegna non c'è il mare

venerdì 24 luglio 2015

sarditudine




sarditudine” rimanda a un complesso di elementi soprattutto interiori (in linguistica “connotativi”), quella che il sardo Gramsci chiamava “concezione del mondo”.

Paolo Pulina

sarditudine, sardità,




«Non so più nemmeno se il mio sia amore oppure fastidio, rabbia di essere nato là, di essere legato, di rimanere legato per tutta la vita a una terra tanto vecchia e tanto lontana dal mondo nel quale vivo. Eppure quella è la mia piccola patria. Là sono diventato uomo, là è la mia gente, dove io ho vissuto bambino, la casa di mio padre, case e tombe. Ma ciò che conta di più è che io, anche ora, se vado là, mi sento più forte e intelligente, anzi onnisciente. Se immergo la mano nell’ acqua della Spendula, o del Rio Manno, so di che cosa è fatta quell’acqua. Se raccolgo un sasso di Giarrana, ho di quel sasso una conoscenza che arriva fino alle molecole, fino all’atomo. Là mi sono sentito al centro dell’universo come un astronauta. È per questo che sono geloso della mia terra, della mia Isola, e odio tutto ciò che può renderla volgare»

Giuseppe Dessì

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