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mercoledì 15 marzo 2017

laddove non c'è niente

Buenos dias

«Laddove non c’è niente, legga che l’ amo»


Diderot (lettera a Sophie Volland)
Stasera parlo di te ( Michel Thion )

mercoledì 21 settembre 2016

siamo soli al di là dell’orizzonte.

riletture: Michel Thion

Ciascuno di noi, ciascuna di noi, è solo come un’isola.
Tu sei un’isola, io sono un’isola, siamo soli al di là dell’orizzonte.
Ma so che sei qui.

leggi tutto il testo
Stasera parlo di te
    Michel Thion

 

 

mercoledì 17 agosto 2016

siamo soli al di là dell’orizzonte

riletture: Michel Thion

Ciascuno di noi, ciascuna di noi, è solo come un’isola.
Tu sei un’isola, io sono un’isola, siamo soli al di là dell’orizzonte.
Ma so che sei qui.
Io ti so.
E tu conosci me la tua isola così vicina.

leggi tutto il testo
Stasera parlo di te
    Michel Thion

 

-Noell Oszvald-Minimal self-portrait 12

 

martedì 29 marzo 2016

tu ed io siamo un arcipelago

Riletture: Michel Thion

Tu ed io siamo l´arcipelago d´un possibile, il ricordo d´un futuro possibile.

Qual è quindi questo mare che ci separa e ci unisce?

Ti dirò, è l´oceano della tua lingua.

La lingua, questo spazio discontinuo, il luogo degli scambi incerti, parcellari, maldestri, talvolta fuggenti, talvolta brutali.



Stasera parlo di te
     Michel Thion



domenica 20 marzo 2016

noi siamo isole che si scambiano che viaggiano

Michel Thion


Io sono, noi siamo isole che si scambiano che viaggiano.
Parlandoti, viaggio immobile verso di te.
Fatto sta che queste isole sono riunite dal mare e il mare è il sentiero che tutti
Percorriamo.
Se tu ci fai caso, noi, gli umani siamo un arcipelago.

Stasera parlo di te     Michel Thion

sabato 19 marzo 2016

solo come un'isola

Michel Thion


Ciascuno di noi, ciascuna di noi, è solo come un’isola.
 
Tu sei un’isola, io sono un’isola, siamo soli al di là dell’orizzonte.
 
Ma so che sei qui.

Stasera parlo di te     Michel Thion

venerdì 18 marzo 2016

Vi è la scrittura del tempo

Michel Thion
Vi è la scrittura del tempo

 
Una freccia di neve,
e l´arciere la guarda
ambedue immobili,
 
insomma…
quasi.

 
Lei è il tempo
e il suo sorrisino
ironico.

 
Lei cade,
così veloce
che la pietra diventa sabbia.


Michel Thion
Michel Thion è un poeta dal percorso in un certo senso atipico. Dopo studi presto abbandonati, ha esercitato ogni tipo di mestiere: barman, fabbricante di candele, istruttore di judo, informatico, giornalista e quant’altro. Ma è nel campo delle musiche contemporanee che eserciterà, in seguito, l’essenziale della sua carriera creando, nel 1986 un festival di musica contemporanea « Futur / Musique ». Da qui cronista e critico musicale in riviste molto autorevoli in quel settore, tuttavia non abbandona una propensione per la scrittura della poesia che il nostro pratica – in realtà – da sempre, con pudore e lentezza, quasi clandestinamente.

Già. La lentezza. Un’arte di cui egli diventa maestro. Infatti mentre L’AFAA, Ministère des Affaires Étrangères (Ministero degli Affari Esteri) gli confida la delicata direzione di un’opera intitolata « La musique contemporaine en France en 1994 » (La musica contemporanea in Francia nel 1994), continua a scrivere in parallelo brevi testi in prosa che sondano i misteri del linguaggio e che pubblicherà prima nelle riviste e solo dieci anni dopo diventeranno libri, incominciando con l’editore Cheyne. In seguito scriverà libri dove musicologia e poesia saranno sapientemente intrecciati: «ci vogliono quattro sospiri per fare un silenzio». In tutta la sua opera, M.T. sembra parlare all’orecchio del lettore: «Un poeta, parla a un umano per volta, sensibile». E ancora: «Ciascuno di noi, ciascuna di noi, è solo come un’isola».

Spesso nei suoi versi – in cui di tanto in tanto appare una enigmatica presenza femminile – si possono trovare permutamenti di senso e giochi fonetici purtroppo non traducibili in italiano se non con un'infinità di note a piè di pagina che diventerebbero frustranti per il traduttore. Ecco un esempio trovato ne L’enneigement (l’innevamento) dove fiorisce la stella del freddo, dell’assenza di qualcuno. «[…] c’est l’effet mer» che si può tradurre come «è l’effetto mare», in realtà all’orecchio francese si può ascoltare come «c’est l’éphémère», ovvero «è l’effimero». Mistero e bellezza delle lingue!

Ma i versi sono lì, esistono, limpidi, in tutta la loro evidenza, in tutta la loro nudità. E si depositano con discrezione sulla pagina, viaggiando a passo d’uomo, coi pieni e coi vuoti.

Sembrano andare all’incontrario dell’uomo che genera tanto chiasso. La terra sotto i suoi piedi è l’unica stella che lo rischiara da lontano.

Allora un fulmine li conduce come per mano all’orecchio e alla coscienza del lettore. Si consumano lentamente in un silenzio crescente.
Fili d'aquilone link esterno

giovedì 17 marzo 2016

Vi sarebbe viaggio

Michel Thion
Vi sarebbe viaggio


I bianchi aironi
di Chiyo-ni,
sagome di pallidi uccelli,
 
dicono il grido
della neve.

 
Lei è
la scrittura dell´esilio,
elegante e altera.

 
La neve
cicatrice
della notte.


Michel Thion

 

 

martedì 15 marzo 2016

voglio dire, ciò che scrive il tempo

Michel Thion
voglio dire, ciò che scrive il tempo
 
Lei scompare,
lei è l´oblio,
resta una traccia del passato.
 
Ma resta
una traccia dell´oblio?

 
Orologio di neve.
Una stella,
un secondo,
 
o forse…
un secolo.

 
Vi sono i ladri di neve,
mendicanti ciechi,
vecchie volpi,
 
imbiancate
dal tempo.


Michel Thion

domenica 13 marzo 2016

Stasera parlo di te


Michel Thion

Stasera parlo a te.

Sì, a te soltanto.

Sono poeta, lo sai, ed è ciò che fanno i poeti. Non parlano alle folle.

No, un poeta parla a un umano per volta, sensibile.

Ciascuno di noi, ciascuna di noi, è solo come un’isola.

Tu sei un’isola, io sono un’isola, siamo soli al di là dell’orizzonte.

Ma so che sei qui.

Io ti so.

E tu conosci me la tua isola così vicina.

Oppure non mi conosci e mi sai ugualmente. Tu sai la mia voce.

Io sono, noi siamo isole che si scambiano che viaggiano.

Parlandoti, viaggio immobile verso di te.

Fatto sta che queste isole sono riunite dal mare e il mare è il sentiero che tutti

Percorriamo.

Se tu ci fai caso, noi, gli umani siamo un arcipelago.

Parentesi di cultura generale: Arcipelago, n.m. gruppo d’isole in uno spazio geografico discontinuo.

Tu ed io siamo l’arcipelago d’un possibile, il ricordo d’un futuro possibile.

Qual è quindi questo mare che ci separa e ci unisce?

Ti dirò, è l’oceano della tua lingua.

La lingua, questo spazio discontinuo, il luogo degli scambi incerti, parcellari, maldestri, talvolta fuggenti, talvolta brutali.

È il nostro spazio comune, con i suoi vuoti e le sue montagne.

Piena di vuoti è la lingua. È il suo paradosso e la sua bellezza.

«Laddove non c’è niente, legga che l’ amo», diceva Diderot in una lettera d’amore a Sophie Volland.

Felice la donna alla quale si scrivevano cotante meraviglie.

Ti parlo e, così facendo, viaggio verso di te.

E negli incavi, e nei nonnulla della lingua, vi è amore e smarrimento, vi sono significati e ambiguità, vi sono vertigini e notti sibilline, nei vuoti della lingua vi è l’essenziale.

Le parole sono onde, maree, talvolta tempeste, la risacca del pensiero.

E io sono un’isola poeta.

Da tempo, cerco ciò che siamo e ne so ben poco.

So soltanto oggi che siamo esseri parlanti e deliberanti, e che ridiamo insieme.

Deliberanti è importante.

La parola scambiata vale di più della parola proferita, anche se, al cuore del nostro dramma d’umano-isola, non si ha talvolta altra scelta che gridare.

Ma l’uomo che grida sarà ininterrottamente ricoperto da altre grida, poiché il mondo è fatto in tal modo, che sempre un uomo grida.

L’uomo che fa silenzio non può essere ricoperto di silenzio, e ciascuno sentirà il proprio silenzio attorno.

E il silenzio è il regalo che ciascuno fa all’altro affinché le parole siano davvero scambiate.

Il mio silenzio non è vuoto, è riempito della tua parola, è lo spazio per il tuo pensiero.

La discussione è piena di silenzi, affinché ciascuno, ciascuna, faccia la propria parte al banchetto della parola, affinché i flutti, i marosi della parola ondeggino verso altre isole.

E poi, quando la mia memoria è a brandelli, il silenzio ne è l’archeologo.

Un poeta offre quel precipuo silenzio.

Qui inserire tre punti di sospensione.

In greco «Poïesis» è l’azione di fare in funzione di un sapere.

Che cosa fa un poeta, con il suo sapere intuitivo della lingua?

Scrive con una gomma invece di una matita.

Disegna un mormorio nel cuore del chiasso.

Lascia un posto a tavola per colui che leggerà.

Bisbiglia nella nebbia.

Soffia sulle cicatrici.

Dorme col sonno del non dormiente.

In ogni città, abita in via del silenzio.

Sa che la notte non oscura il giorno, anzi lo prolunga. Più tardi,

lo annunzierà.

Vi è la poesia sull’orlo delle labbra.

Suona il blues con corde d’impiccati sulla chitarra del diavolo.

Condivide il vino della cocciutaggine.

Pian piano diventa trasparente.

Vuole il risveglio dei sensi.

Scrive poesie a ritarda mento.

Beve il respiro del sole. Lo guarda di fronte, ne diventa cieco per un istante

rosso sangue, e poi, nel momento in cui la vista a tratti torna, per lampi oscuri,

lotta per tenere gli occhi aperti e scrive in mezzo alle lacrime.

«Il mondo intero è un palcoscenico» ci confida Jacques il melanconico, il

palcoscenico d’un teatro d’ombre, la scena primitiva della caverna di Platone.

Ma nel teatro d’ombre, ciò che conta è l’ombra, è l’ombra che parla.

Mi ricordo di Giono:

«Costruiscono con pietre e non vedono che ciascuno dei loro gesti per posare la pietra nel mortaio è accompagnato da un’ombra di gesto che posa un’ombra di pietra in un’ombra di mortaio. Ed è l’edificio d’ombra che conta».

Allora ti scrivo poesie d’ombra.

Affinché la mia parola lasci una traccia sull’acqua.

Qui, collocare un silenzio inquietante, interrogativo, perplesso persino.

Altri tre punti di sospensione.

Poesia che sorge o poesia in goccia a goccia, che importa ciò che fa un poeta.

Parla in silenzio.

La sua parola disegna il silenzio come il pennello d’inchiostro nero disegna la neve.

Mi ricordo di Antonio Tabucchi:

«Anche voi dovete parlare. È per questo che la natura ha fatto di noi delle umane creature. Se voi dite foss’anche una volta no, la vostra natura umana sarà salva. Se voi rimanete silenziosi avrete riempito la vostra bocca di terra. Non sarete che orecchie che ascoltano. Quindi è proprio quel che ci si aspetta di voi».

Ascolta il paradosso del poeta: tacere non è far silenzio.

Il poeta fabbrica silenzio quando parla.

Ciascuno di noi è un’isola, uno scoglio di corallo bianco e purpureo che racchiude un vulcano, forse spento, forse… ma un vulcano giunge dal centro della Terra e il centro della Terra è la nostra culla comune.

E se qui ognuno è il barbaro dell’altro, non dimenticare che ognuno è prima di tutto il proprio barbaro.

Mi ricordo Henri Michaux, nel 1943, ma potrebbe essere oggi.

«Dentro è il fumo, fuori è il furore.

Si convocano le fiamme per la distruzione degli edifici. Si convoca la viltà umana per la distruzione delle fierezze. Si convoca la stoltezza e la volgarità in uno smisurato composito attrezzo. E sodo lavora questo attrezzo e con insolenza qui e là con delle duttilità poi di nuovo sodo e impudente, sfiancando la resistenza e sviluppando uno sconfinato imbroglio.

Ma duro per chi lo subisce. E chi non lo subisce?

il lavoro scava, lo sputo anche.

Fin dove cadrai?

Fin dove ti piegherai, popolo irriconoscibile?»

Parlo a te soltanto.

Ti offro silenzio e lentezza affinché prendiamo il tempo di pensarci.

Pensa a questo, che non sentiamo l’uccello camminare nella neve ma al mattino

si vede eccome che è venuto.

La danza del silenzio è il bisbiglio della nostalgia. Fatto sta che occorrono

quattro sospiri per fare un silenzio.

Prima di riprendere il cammino della parola, vorrei dire agli amici che ci

accolgono qui, vi guardo in silenzio e penso alla dolcezza che condividiamo. Davvero il nostro incontro ha avuto luogo nel giardino dei silenzi, all’ombra delle lacrime sussurranti.

I nostri fratelli gli erranti, furtivi come l’ombra d’uno sguardo, hanno ripreso la strada.

Il sentiero è la loro casa.

Possiedono la sottile arte del sorriso nascosto,

rara è la loro parola, ma hanno il dire seminato di luci cangianti e gravi, parlano

con bocca di luce.

Sono la nostra leggerezza, il nostro abbandono al mondo.

Ed è bene sapere che, quando le case di pietra si chiudono col lucchetto le une dopo le altre, i nostri fratelli gli erranti c’insegnano a costruire case di vento, aperte a ciascuno e a ciascuna. Ed io, isola-poeta, le abito con queste poesie d’ombra e di vento che ti dedico stasera.

Allora, pensaci, nella tua solitudine condivisa:

Ti dico che gli abissi ci abitano.

Poiché senza il silenzio, la parola è una fredda increspatura dell’atmosfera.

Poiché senza il silenzio, la parola è un omicidio.

(per l'anniversario della rivista Cassandra)


  Michel Thion

Fili d'aquilone link esterno



lettera d'amore

Michel Thion
...
Ti offro silenzio e lentezza affinché
prendiamo il tempo di pensarci.....

Michel Thion
<

sabato 12 marzo 2016

pensaci, nella tua solitudine condivisa

Michel Thion

[...]
Allora, pensaci, nella tua solitudine condivisa:
 
Ti dico che gli abissi ci abitano.
 
Poiché senza il silenzio, la parola è una fredda increspatura dell’atmosfera.
 
Poiché senza il silenzio, la parola è un omicidio.

Michel Thion

 

Lei è la scrittura dell'esilio

Michel Thion
Lei è
la scrittura dell´esilio,
elegante e altera.

Michel Thion

Lei è il tempo

Michel Thion
Lei è il tempo
e il suo sorrisino
ironico.

Michel Thion

Lei cade

Michel Thion
Lei cade,
così veloce
che la pietra diventa sabbia.

Michel Thion


lei scompare

Michel Thion
Lei scompare,
lei è l´oblio,
resta una traccia del passato.
 
Ma resta
una traccia dell´oblio?

Michel Thion

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