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lunedì 6 agosto 2018

d'inquietudine o di quiete, di felicità o di sconforto





Ciò che voglio è sfrecciare e guizzare da una parte all'altra, spinta da quella che chiamo realtà.
Se non avessi mai queste crisi così intense e profonde - d'inquietudine o di quiete, di felicità o di sconforto - mi abbandonerei alla rassegnazione.
Invece ho qualcosa da combattere; e quando mi sveglio presto mi dico: ”Combatti, combatti”. Vorrei riuscire a esprimere questa sensazione; la sensazione del canto del mondo reale, quando la solitudine e il silenzio ci respingono dal mondo abitato; la sensazione che mi prende di essere imbarcata in un'avventura; di essere stranamente libera, di poter fare qualunque cosa. E questo cavallo balzano che è la vita, è genuino.
Riesce tutto questo a dare un'idea di ciò che voglio dire?
Virgina Woolf



mercoledì 8 novembre 2017

Un cuore inquieto





Il gran desiderio d'un cuore inquieto è di possedere interminabilmente la creatura che ama o di poterla immergere, quando sia venuto il tempo dell'assenza, in un sonno senza sogni che non possa aver termine che col giorno del ricongiungimento.

Albert Camus


sabato 24 settembre 2016

e non interrogo e non cerco altro

Fernando Pessoa
Io mi siedo sulla soglia e immergo il mio sguardo e il mio udito nei colori e nei suoni del paesaggio e canto piano piano, per me soltanto, dei vaghi canti che compongo nell'attesa.
[...]
Mi godo la brezza che mi è data e l'anima che fu data per godere la brezza, e non interrogo e non cerco altro.

Fernando Pessoa
Il libro dell'inquietudine


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Quello che cerco



 



Quello che cerco
 

Quello che cerco
non esiste
quello che cerco
non sta fuori nelle cose

Quello che cerco
non muta nel tempo

Quello che cerco
non esiste

Quello che cerco
è un mio desiderio
che solo io 
devo far vivere 

D.N. 20 settembre 2016

venerdì 18 settembre 2015

e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

20.6.1931



Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo. L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.

Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.



La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

Fernando Pessoa

giovedì 3 settembre 2015

diche colore sarà sentire?

lettera di Fernando Pessoa
 
Lisbona, 14 marzo 1916 Mio caro Sà-Carneiro
 
Le scrivo oggi per necessità sentimentale, per una struggente ansia di parlare con Lei. Come si desume da quanto segue, non ho niente da dirLe. Solo questo:che oggi ho toccato il fondo di una depressione senza fondo. L'assurdità della frase parla per me.
 
Oggi mi trovo in uno di quei giorni in cui non ho mai avuto futuro. C'è solo il presente: immobile come un muro di angoscia tutto sttorno. L'altra riva del fiume, in quanto è quella di là, non è mai quella di qua: e questa è l'intima ragione di ogni mia sofferenza. Ci sono navi dirette verso molti porti, ma nessuna verso dove la vita non dolga, perchè non si puo' sbattere nel porto della dimenticanza. Tutto ciò è accaduto molto tempo fa, ma la mia pena è più antica.
 
In giorni dell'anima come questo io sento perfettamente, con tutta la coscienza del mio corpo, di essere il bambino triste che la vita ha malmenato. Mi hanno messo in un canto da dove sento altri che giocano. Tengo fra le mani il giocattolo rotto che mi hanno regalato per un'ironia di latta. Oggi, quattordici di marzo, alle nove e dieci di sera, la mia vita si rende conto perfettamente di tutto ciò.
 
Nel giardino che scorgo tra le silenziose finestre della mia prigionia, hanno spinto tutte le altalene più in alto dei rami cui erano attaccate; sono attorcigliate troppo in alto; e così neanche l'idea di essere fuggito può nella mia immaginazione, disporre di un'altalena per dimenticare l'ora presente.
 
Questo all'incirca, ma detto senza stile è il mi ostato d'animo in questo momento. Come alla vegliatrice del Marinheiro, mi bruciano gli occhi per aver immaginato di piangere. La vita mi duole a pezzi, a sorsate, per interstizi. Tutto ciò è stampato a caratteri minuscoli in un libro dalla brossura che si sta scucendo. Se non stessi scrivendo proprio a Lei, sarei obbligato a giurare che sto scrivendo una lettera sincera e che le cose dal nesso isterico che essa contiene sono scaturite spontaneamente da quanto ho nell'animo. Ma Lei capirà perfettamente che questa irrappresentabile tragedia ha la stessa realtà di un attaccapanni o di una tazzina - piena di qui e di ora, e che passa dentro di me come il verde passa nelle foglie.
 
Fu per questo che il principe non regnò. Questa frase è totalmente assurda. Ma in questo momento sento che le frasi assurde danno una grande voglia di piangere.
[...]
Lamia non è pazzia; ma anche la pazzia deve procurare un abbandono nei riguardi di ciò che ci fa soffrire, un astuto piacere degli sbigottimenti dell'animo non molto differente dal mio.
 
Di che colore sarà sentire?
 
Migliaia di abbracci da sempre suo

Fernando Pesssoa

martedì 1 settembre 2015

le fragilità nascoste

Ci sono anche le fragilità che si nascondono nelle sensibilità ferite della timidezza e dallo smarrimento, dal silenzio e dalla sventura. Sono umane fragilità che ci passano accanto nella vita di ogni giorno con le loro scie di impalpabili penombre e di inafferrabili fluorescenze, e che non è facile riconoscere. Sono fragilità che gridano nel silenzio dell'anima, e che sono udite solo quando in noi ci siano le tracce della sensibilità e dell'attenzione che...appartiene all'ordine della grazia. Riconoscere queste fragilità, le fragilità che vivono segrete nel cuore delle persone con cui ogni giorno ci incontriamo, è cosa ancora più importante che non quella di riconoscere le nostre fragilità.
 
Eugenio Borgna La fragilità che è in noi

domenica 30 agosto 2015

desiderio di relazione

La condizione adolescenziale con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza e con le sue discese negli abissi dellinsicurezza e della disperazione


Nell'adolescenza, ogni esperienza di vita nasconde in sé il desiderio rovente di contatto interpersonale, di relazione, che non di rado si confronta con il deserto, o almeno con il rischio dell'indifferenza e della noncuranza, della neutralità e della pietrificazione emozionale degli insegnanti, certo, ma talora dei genitori che non hanno sempre una formazione psicologica tale da consentire loro di cogliere o almeno di intravedere le ragioni profonde di comportamenti e di vissuti solo decifrazione con il linguaggio e con l'ascolto delle emozioni e non il linguaggio della ragione calcolante

Eugenio Borgna La fragilità che è in noi






senso del vivere e del morire






Nell'adolescenza rinascono improvvisamente le grandi domande sul senso del vivere e del morire; e nascono i grandi ideali a cui consegnare un senso alla vita: un senso alto e luminoso che ne te metta in fuga le ombre. Ma queste domande, e quesito ideali, si confrontano con le abitudini e la lontananza, la distrazione e l'estraneità del mondo degli adulti, e allora ne scaturisce la ricerca della solitudine, il distacco dal mondo e il ripiegamento nella propria interiorità che si sente ferita, e sempre più fragile.

Eugenio Borgna La fragilità che è in noi




martedì 18 agosto 2015

Apri e chiudi parentesi



Apri e chiudi parentesi
Inizi discorsi
portarli avanti poi,
vale sempre la pena?

Tante porte aperte
e rinchiuse
tante stanze vissute,
tanti viaggi iniziati.

Stanze vuote
viaggi conclusi
porte socchiuse
ma su case buie.

Apri e chiudi
parentesi
in un lungo discorso
discontinuo
che sei tu.

D.N.

venerdì 14 agosto 2015

inquietudine



Capii negli anni che la sua inquietudine scaturiva da una netta separazione dell’imbarazzo: tanto ne mancava nell’eros quanto era accentuato in altri territori.

Marco Misssiroli --- atti osceni in luogo privato




sabato 1 agosto 2015

Fra me e la vita ci sono sempre stati dei vetri opachi...




"Ho avuto desideri, ma mi è stata negata la ragione di averli. Per ogni cosa ho esitazione, spesso senza sapere perché.. Non ho mai avuto l' arte di vivere in maniera attiva. Ho sempre sbagliato i gesti che nessuno sbaglia. Ho sempre fatto il possibile per tentare di fare quello che tutti sanno fare. Voglio sempre ottenere ciò che gli altri riescono a ottenere senza volerlo. Fra me e la vita ci sono sempre stati dei vetri opachi...

Non ho mai saputo se era eccessiva la mia sensibilità per la mia intelligenza o la mia intelligenza per la mia sensibilità.

Ho tardato sempre. Non so per quale delle due ho tardato: forse per entrambe, o per l' una o per l' altra. O forse la terza ha tardato."

Il libro dell' inquietudine - Fernando Pessoa




certi sogni luminosi





Quante volte cerchi
Su e giù
Ciò che hai già
Certi sogni luminosi
Scaldano di un tepore
incantevole ma non hanno
il calore che ti riempie il cuore

Daniela N.



domenica 14 giugno 2015

Cosa penso di te


cosa penso di te

Le anime inquiete non si possono afferrare, ma si può starle accanto" ricordi questa frase ti aveva colpito.
 
E importante cosa penso di te? Ora forse non più. Ora che ci unisce questo filo sottile potrei raccontarti meglio cosa sento di te. Di te sento la dolcezza dei tuoi occhi, l'infinita disperata voglia di vivere di riacciuffare i sogni abbandonati

Gabriella R. - 2009



mercoledì 3 giugno 2015

Non sono niente



Non sono niente.
Non saro’ mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

Fernando Pessoa







giovedì 7 maggio 2015

Grandi sono i deserti, e le anime deserte e grandi



Grandi sono i deserti, e le anime deserte e grandi:
deserte perché non sono abitate se non da loro stesse,
grandi perchè da li si vede tutto, e tutto è morto.

Fernando Pessoa


martedì 28 aprile 2015

ma poi il dolore passa

Gli scritti profondi e irreali, a tratti pieni di affettuosità adolescenziale e grandi slanci, con cui Pessoa conversa con Ophélia Queiroz, l’unica “fidanzata” avuta dal poeta portoghese. Quando la relazione sembra avviata verso il fidanzamento ufficiale, tra alti e bassi, termina bruscamente con il decisivo intervento di Alvaro de Campos che scrive varie lettere alla ragazza in cui parla malissimo del suo amato.
Il 29 novembre 1920, con una lettera, mette fine alla loro storia:

lettera di addio di Fernando Pessoa a Ophélia Queiroz

“Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancora più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto abitudine a sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non vi sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.[…]

Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le cose che sono solo parti della vita?”.

Fernando Pessoa - 29 novembre 1920

la lettera finisce con una poesia:

Tutte le lettere d’amore

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.

Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.

Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.

La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).

Fernando Pessoa

Tratto da  "l'indifferenziato"



venerdì 24 aprile 2015

Dimmi se devo viverci o morirci



Buenas noches
Cara Signora
Sono nella tua stanza. Dimmi se devo viverci o morirci. Non ti importuno, è vero. Tesoro santo.

Tuo Dino

Dino Campana lettera a Sibilla Aleramo



















venerdì 13 marzo 2015

ma non so dirti sai come ti sento

......
sono tanti i modi
come ti penso
ma non so dirti, sai, cosa penso
se la tua voce o il tuo ricordo.

Quando tu fremevi fra le sue braccia
e ti assaliva la sua mancanza
io ti sentivo e quieto
mi addormentavo

E sono tanti i modi
come ti sento
ma non so dirti, sai, cosa sento
se la tua presenza o la tua ombra.

Quando ti avvicini
io ti sento lontana evanescente
e ti penso e inquieto
vorrei fuggire.

A volte quando gioiosa sorridi e
saluti il mondo al ritmo delle canzoni
io ti penso e sento la tua pena
per un desiderio ormai perduto e
spento.

Juan Pedroso


martedì 10 marzo 2015

Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me


Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.

Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch'io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?". E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsiasi.

Fernando Pessoa



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