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giovedì 15 settembre 2016

nulla viene raccontato due volte nella stessa  forma né con le stesse parole

Javier Marias

se il racconto fosse  stato suo, lo avrebbe sbandierato ai quattro venti sin dall'inizio e  sarebbe stata una narrazione a metà strada tra il macabro e il  giocoso, il buffo e il tenebroso, la morte orrenda e la morte  ridicola, ciò che quando accade non è volgare né fine né gioioso né  triste può essere una qualunque di queste cose se viene raccontato,  il mondo dipende dai suoi relatori e anche da quelli che ascoltano il  racconto e a volte lo condizionano, io stesso non avrei osato  raccontare il mio a Ruibérriz in un modo diverso da quello che ho  usato mentre si svolgevano le prime due corse di scarsa importanza,  cioè, in tono tenebroso e giocoso, interrompendoci senza problemi per  osservare la dirittura d'arrivo con i nostri binocoli, passando dalle  gradinate al paddock e dal paddock al bar e da lì alle scommesse e di  nuovo alle gradinate,
nulla viene raccontato due volte nella stessa  forma né con le stesse parole, neppure il relatore è unico tutte le  volte, benché sia lo stesso. 
 
 Gliel'ho raccontato distrattamente e  anche esagerando un po' in modo che lo apprezzasse, gliel'ho  raccontato rapidamente, a Ruibérriz non potevo certo raccontargli un  incantamento. Così ha inizio il male


     Javier Marias
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    lunedì 12 settembre 2016

    troppo grande la fatica che portano il silenzio e l'ombra


    Javier Marias

    ....meglio tacere mentre si può ancora dire ciò  che è sempre la migliore risposta: «Non so, non mi risulta, vedremo»,  la consolazione dell'incertezza che è anche retrospettiva.
    Javier Marias
    O forse volevo soltanto raccontare ciò che avevo già  raccontato una volta, quella sera a Luisa durante la cena, raccontare  una storia come pagamento di un debito, sia pure simbolico e non  preteso né sollecitato da nessuno, nessuno può pretendere ciò che non  sa se esiste e da chi non conosce, ciò che ignora se sia accaduto o  stia accadendo e perciò non può pretendere che si riveli o cessi.

    Fino a poche ore prima Luisa Téllez non sapeva neppure che io  esistessi.

     E' chi racconta che decide di farlo e anche di imporlo e  chi si scopre o confessa e decide quando, di solito quando è ormai  troppo grande la fatica che portano il silenzio e l'ombra, è l'unica  cosa che spinge a volte a raccontare i fatti senza che nessuno lo  chieda né nessuno se lo aspetti, non ha niente a che vedere con la  colpa né con la cattiva coscienza né con il pentimento, nessuno fa  niente credendosi miserabile nel momento di farlo se sente la  necessità di farlo, soltanto dopo arrivano il malessere e la paura e  non vengono poi molto, è più malessere o paura che pentimento, o è  più stanchezza.
    [...]
    Ci avvicinava anche la nostra fatica e  l'aver raccontato, esserci riferiti qualcosa l'uno all'altro come in  uno scambio, cose che si completavano inutilmente, lei il dopo e io  il prima di qualcosa che non aveva soluzione e forse neppure ci  interessava molto: in ogni caso era passato, era successo ma non  succedeva, si poteva rivelare ma ormai era cessato.

    Domani nella battaglia pensa a me


         Javier Marias
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    martedì 6 settembre 2016

    Ho raccontato. Ho raccontato

    Javier Marias

    E lì ho  potuto raccontare finalmente, ho risposto alle sue domande e le ho  raccontato altre cose su cui non me ne ha fatte né poteva farmene, di  sicuro era soltanto questo ciò che io mi proponevo, uscire dal buio e  smettere di tenere un segreto o conservare un mistero, forse anch'io  ho a volte desideri di chiarezza e probabilmente di armonia.
     Ho  raccontato.
     Ho raccontato.
     E raccontando non ho provato la sensazione  di uscire dal mio incantamento da cui non sono ancora uscito e forse  non uscirò mai, ma di cominciare a mescolarlo con un altro meno  tenace e più benevolo.
     
    Colui che racconta di solito sa spiegare bene  le cose e si sa spiegare, raccontare è come convincere o farsi capire  o far vedere e così tutto può essere compreso, anche le cose più  infami; tutto perdonato quando c'è qualcosa da perdonare, tutto  tralasciato o assimilato e anche compatito, questo è avvenuto e  bisogna conviverci quando sappiamo che è stato, trovargli un posto  nella nostra coscienza e nella nostra memoria che non ci impedisca di  continuare a vivere perché è accaduto e perché lo sappiamo.
     
    L'accaduto è perciò sempre molto meno grave dei timori e delle  ipotesi, delle congetture e delle supposizioni e dei brutti sogni,  che in realtà non introduciamo nella nostra conoscenza ma che  mettiamo da parte dopo averli sofferti o dopo averli considerati  momentaneamente e perciò continuano a suscitare orrore a differenza  degli eventi, che diventano più lievi per la loro stessa natura,  cioè, appunto perché sono dei fatti: dato che ciò è successo e lo so  ed è irreversibile, ci diciamo rispetto a quelli, devo spiegarmelo e  farlo mio o fare sì che me lo spieghi qualcuno, e la cosa migliore  sarebbe che me lo raccontasse esattamente chi si è incaricato di  farlo, perché è lui che sa.
     
    Ma se si racconta si può perfino entrare  nelle grazie, questo è il pericolo.

    Domani nella battaglia pensa a me
         Javier Marias

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    lunedì 5 settembre 2016

    il matrimonio è un'istituzione narrativa

    Javier Marias

    Non è solo che con la testa sul cuscino ricordiamo il passato e anche l'infanzia e ci ritroviamo nella memoria e nella bocca i fatti remoti e i più insignificanti e tutti acquistano valore e sembrano degni di venire ricordati ad alta voce, né che siamo disposti a raccontare tutta la nostra vita a chi appoggia la testa sul nostro cuscino, come se sentissimo il bisogno che tale persona potesse vederci dal principio - soprattutto dal principio, ossia, da bambini - e potesse assistere attraverso la narrazione a tutti gli anni in cui non ci conoscevamo e che adesso crediamo di aver trascorso nell'attesa d'incontrarci.
     
    Non è solo, neppure, un'ansia comparativa o di parallelismi o di ricerca di coincidenze, il sapere ognuno dov'era l'altro nelle differenti epoche delle proprie esistenze e fantasticare sull'improbabile possibilità di essersi conosciuti prima, agli amanti il loro incontro sembra avvenuto sempre troppo tardi, come se il tempo della loro passione non fosse il più adeguato o mai abbastanza lungo, visto in retrospettiva (diffidiamo del presente), o forse non si sopporta che tra loro non ci sia stata passione, nemmeno intuita, quando entrambi stavano già al mondo, inseriti nel suo trascorrere frenetico ma dandosi le spalle, senza conoscersi né forse volerlo.
     
    Non è nemmeno che si stabilisca un sistema di quotidiano interrogatorio che, per stanchezza o abitudine, nessun coniuge riesce a evitare e dunque finiscano tutti per rispondere. È piuttosto che lo stare insieme consiste in buona parte nel pensare a voce alta, nel pensate tutto due volte invece che una, una con il pensiero e l'altra con il racconto, il matrimonio è un'istituzione narrativa.

    Un cuore così bianco
         Javier Marias

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    domenica 4 settembre 2016

    l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini

    Javier Marias
    a volte esprimere la realta' cosi' come e' ci spinge a non essere sinceri.
    La sincerita (...) non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza. ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione e patetica debolezza
    Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso link esterno

    Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.
    Luigi Pirandello

    Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera, quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero, la verità non dipende dal fatto che le cose siano o succedano, ma dal fatto che rimangano nascoste e non si conoscano e non si raccontino, appena si raccontano o si manifestano o si mostrano, anche in ciò che appare più reale, in televisione o sul giornale, in ciò che si chiama la realtà o la vita o addirittura la vita reale, passano a formare parte dell'analogìa e del simbolo, e dunque non sono più fatti, ma si trasformano in riconoscimento.
     
    La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato.

    Un cuore così bianco
         Javier Marias

  • Segreti e occultamenti (Javier Marias e Orhan Pamuk )

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    lunedì 16 maggio 2016

    è il privilegio di chi racconta

    Javier Marias

    ora che aveva accettato di raccontarmi tutta la storia, voleva farlo con i suoi tempi e i suoi modi. Questo è il privilegio di chi racconta, chi ascolta non ne ha, o ha solo quello di potersene andare. E io di certo non me ne sarei andato.

    Così ha inizio il male
         Javier Marias

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    domenica 27 dicembre 2015

    (Avrei voluto iniziare come finisce Festa mobile di Hemingway.)


    Il bambino mi sveglia:
    - Sai da dove vengono le zanzare mammma?
    - Da dove?
    - Dalla doccia. Di girno stanno nella doccia e di notte ci pungono.

    *

    Tutto iniziò in un'altra città e in un'altra vita.Non posso scrivere quindi questa storia come vorrei, come se stessi ancora lì e fossi soltanto quell'altra persona. Faccio fatica a parlare di strade e di volti come se li stessi vedendo ancora ogni giorno. Non trovo i tempi verbali adatti. Ero giovane, avevo le gambi forti e magre
     
    (Avrei voluto iniziare come finisce Festa mobile di Hemingway.)

    Valeria Luiselli Volti nella folla, incipit
    Quando dicevano: "È fantastico, Ernest, veramente. Non puoi immaginare quello che provo", io scuotevo la coda dalla gioia e mi tuffavo in quell'idea della vita intesa come una fiesta, per vedere se potessi riportarne qualche attraente pezzo di legno, invece di pensare: "Se piace a questi bastardi, che cos'ha che non funziona?". Era questo che avrei pensato se fossi stato un professionista, ma se fossi stato un professionista non glielo avrei mai letto.
     
    Prima che venissero questi ricchi se n'erano già incuneati altri, fra noi, ricorrendo al più vecchio trucco del mondo. Quello per cui una ragazza nubile diventa temporaneamente la migliore amica di un'altra ragazza sposata, va a stare con lei e il marito e poi inconsapevolmente, innocentemente e inesorabilmente decide di sposare il marito. Quando il marito è uno scrittore e sta compiendo un lavoro difficile che gli ruba quasi tutto il tempo e per gran parte della giornata non è un buon compagno o amico di sua moglie, finché non ne conosci l'esito la situazione presenta dei vantaggi. Quando ha finito di lavorare il marito ha due belle ragazze a portata di mano. Una è nuova e sconosciuta, e se la fortuna non lo assiste finisce per amarle tutte e due.
     
    Allora, invece di essere in due più il bambino, sono in tre. Da principio la cosa è eccitante e divertente e per un po' tutto procede bene. Tutte le cose veramente malvage nascono da un atto innocente. Perciò vivi alla giornata e ti godi quello che hai e non ti preoccupi. Menti e perciò ti detesti ed è questo che ti distrugge e ogni giorno si fa più pericoloso, ma vivi alla giornata come se fossi in guerra.
     
    Era necessario che lasciassi Schruns e andassi a New York per ristabilire alcuni contatti con gli editori. Sbrigai le mie faccende a New York e quando tornai a Parigi avrei dovuto andare alla Gare de l'Est e prendere il primo treno in partenza per l'Austria. Ma la ragazza di cui allora ero innamorato era a Parigi, e non presi il primo treno, né il secondo, né il terzo. Quando rividi mia moglie ritta sulla banchina mentre il treno entrava in stazione sfiorando le cataste di traversine, desiderai di essere morto prima di aver amato un'altra. Sorrideva, aveva il sole sul bel viso abbronzato dalla neve, una figura stupenda, i capelli d'oro rosso, cresciuti per tutto l'inverno incolti, magnifici, e Bumby, ritto accanto a lei, biondo e paffuto e con le guance arrossate dal freddo, sembrava un ragazzino del Vorarlberg.
     
    «Oh, Tatie» disse lei, quando la strinsi fra le braccia. «Sei tornato e hai fatto un viaggio così bello, così riuscito. Ti amo e mi sei mancato tanto.»
     
    Anch'io l'amavo e non amavo nessun'altra e finché fummo soli ci divertimmo un mondo. Io lavorai bene e facemmo gite bellissime e pensavo che fossimo di nuovo invulnerabili, e fu solo quando lasciammo la montagna, a primavera inoltrata, per tornare a Parigi che ricominciò l'altra storia.
     
    Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. Non tornammo mai più nel Vorarlberg e nemmeno i ricchi vi tornarono più.
     
    Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.

    Ernest Hemingway Festa mobile , finale.


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