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domenica 3 settembre 2017

T.S. Eliot
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete

Per arrivare dove siete
Per andar via da dove non siete, per arrivare là,
dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete
dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.

Per possedere ciò che non possedete
dovete seguire la via della rinuncia al possesso

Per arrivare a quello che non siete
dovete andare per la strada nella quale non siete.

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete» .
 
T.S. Eliot


martedì 22 agosto 2017

e mi sono bastate le tue labbra


lettere immaginarie

 

 
Questa mattina
Non ho desiderato il tuo sesso -
E' ancora buio e ci sono le stelle che
hai guardato nella notte
e sento la tua mente leggera, la quiete che tanto ho desiderato per te.
 
Questa mattina ho sentito il tuo respiro
e mi sono bastate le tue labbra.
 
Juan Pedroso



dall'età della pietra all'età della piastrella

Il cammino degli infermi

Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
 
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
 
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
 
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni .
 
Nei miei testi continuo a fare l’elogio dell’andare fuori, però anche nei miei giri paesologici di fatto passo molto tempo in macchina. Faccio camminate brevi, spesso mi prende lo sconforto e mi rimetto in moto in cerca di un altro paese.
 
Insomma, quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.
 
Ultimamente si vedono dei camminatori infelici, gente che ha avuto un infarto o teme di averlo. E allora avanti, avanti con la cura coatta del corpo, avanti col fregarsene di quello che accade intorno a noi. L’importante è stare in forma, anche se poi non si sa bene che farsene di questa forma. Al massimo si può telefonare o scrivere al computer.
 
Io credo che il primo gesto per ridare spazio al camminare sia quello di chiedere le dimissioni del capitalismo burocratico. Ci sono troppi uffici, troppe scrivanie. Le persone hanno la testa allagata di parole. E quando stai con la testa allagata di parole camminare più che salutare è doloroso. Dovresti guardare il mondo e sei fermo nella palude delle tue ansie, delle tue paure, delle tue recriminazioni. Vorresti camminare in leggerezza, soffiare via ogni peso e invece sei addobbato come un albero di natale e continuano ad arrivarti pesi da ogni parte. Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.
 
Dal nomadismo al divano è passato molto tempo, lo stesso che divide l’età della pietra da quella della piastrella. È arrivato il momento di rimettersi in cammino, ma senza aloni misticheggianti. Camminare per guardare, camminare perché percepire è più importante che giudicare, guardare quello che c’è piuttosto che pensare il mondo per come ce lo hanno descritto altri. È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma.
 
Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro.
 
Franco Arminio
Comunità provvisorie link esterno


Nebrodi

domenica 3 luglio 2016

cercando l'ombra (respiro lungo - 9)

Fernando Pessoa

Ma io, sempre estraneo, sempre penetrando
il più intimo essere della mia vita,
vado dentro di me cercando l'ombra.
     Fernando Pessoa


 

Come un albero d'autunno (respiro lungo - 8 )

Emanuele G. Casale

«A volte è nei casi più disperati, nei quali non riusciamo a vedere più una via d’uscita o un aiuto da parte del nostro Io, che ci viene in aiuto quel misterioso «estraneo» interiore, quell’ «altro da sè» che, per usare le parole di Jung, è fondamentalmente ‘nostro’. E’ il Sè, che con la sua illimitatezza vede modi e vie che noi, con il nostro piccolo Io, non potremmo mai scorgere neanche lontanamente. E quando si è portati in salvo da questo straniero che è in noi è difficile successivamente analizzare e comprenderne l’operato.»
[...]
“Come un albero d’autunno cosi è l’uomo quando entra nell’autunno della sua vita: seppure il freddo che la stagione comincia a portare è inevitabile, persistente e molto intenso, l’albero continua a vivere della sua linfa e con le sue radici, producendo foglie di una tinta meravigliosamente variegata, tinte che solo in quel periodo possono vedersi.
Così anche l’uomo, quando entra nel suo autunno interiore, viene investito da un freddo sempre più crescente, e una strana solitudine lo obbliga a volgere l’occhio dentro. Nonostante il freddo, quell’uomo, come l’albero fa con le sue foglie, produrrà sul suo volto i segni di un tumulto epico interiore, che proprio come le foglie d’autunno, avranno una loro storia e un loro futuro, avranno una caratteristica tutta particolare che si sommerà a quella bellezza dell’animo più armoniosa che include anche i segni della sofferenza.
Cosi come l’albero in autunno anche alcuni uomini, nel loro autunno interiore, possono rilucere con una più peculiare intensità, con dei colori che presagiscono una rinascita imminente. L’autunno prepara quei frutti che verranno. Ognuno deve vivere il proprio autunno seppure gli sembrerà di un freddo disumano sempre crescente. Ma come gli alberi toccano con i loro rami e le loro foglie gli altri alberi, cosi noi, nel nostro Autunno, potremmo toccare e sfiorare l’autunno in un altro. L’autunno può essere anche romantico, vi si può accendere un piccolo fuoco dal quale proviene un pò di calore.”
     Emanuele G. Casale


 

Io vorrei farti dormire (respiro lungo - 7 )

Fëdor Dostoevskij

«Io vorrei farti dormire, ma…come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani. Guarda, Natalia, il cielo! È una meraviglia!».
 
     (Fëdor Dostoevskij, “Le notti bianche”)


 

decidere (respiro lungo - 6)







Lontano da me (respiro lungo - 5 )

Fernando Pessoa

Lontano da me in me esisto
fuori da chi io sono,
l'ombra e il movimento in cui consisto.
 
     Fernando Pessoa


 

Io non sono io (respiro lungo - 4)

Juan Ramon Jimenez

Io non sono io,
io sono quello che mi cammina accanto e che non vedo,
che qualche volta vado a trovare, e altre dimentico.
Io non sono io, io sono quello che quando parla ascolta attentamente e in silenzio,
quello che quando odio perdona dolcemente,
quello che quando esco rimane dentro,
quello che quando muoio rimane in piedi
 
     Juan Ramon Jimenez


 

diventare se stessi (respiro lungo - 3)

Umberto Galimberti

«Diventare se stessi, o come dice Jung “individuarsi”, significa non arroccarsi nella propria identità egoica ma aprirsi al Sè, ossia a quell’altro da noi che è dentro di noi.»
 
     Umberto Galimberti


 

respiro lungo - 2


Rainer Maria Rilke

“(…) maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate. L’estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto. Lo imparo ogni giorno, lo imparo a prezzo di dolori ai quali sono grato: la pazienza è tutto!”
Rainer Maria Rilke
Lettere a un giovane poeta




 

sabato 2 luglio 2016

respiro lungo - 1


Rainer Maria Rilke

“(…) maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate. L’estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto. Lo imparo ogni giorno, lo imparo a prezzo di dolori ai quali sono grato: la pazienza è tutto!”
Rainer Maria Rilke
Lettere a un giovane poeta




 

sabato 19 marzo 2016

quando è il momento II

Juanita Miranda
Quando è il momento
 
Quando è il momento
secglierò il vino adatto e ne decanterò i profumi, racconterò la storia di quel vino he tu non ascolterai , distratto dall'incavo del mio seno. Sarò incerta sui primi, ti proporrò gli antipasti e tu mi dirai che va bene.
Lungo la strada mi dirai di fermarmi un attimo, per stare insieme, dirai con la voce bassa e il respiro corto.
 
Quando è il momento
sorriderò e mi fermerò nel parcheggio sotto l'albero, ricordi? Metterò la musica, dissimulando il mio desiderio. Non ti dirò come sei tenero con quello sguardo disperato, e la tua voglia di mettermi le mani addosso, in attesa di un mio cenno. Scemo come sei non ti accorgerai dei movimenti delle mie gambe per mostrarti l'ombra nuda.
 
Quando è il momento
salirò sul sedile posteriore e tu capirai incredulo e ti sistemerai impacciato e mi guarderai con gli occhi perduti e sentirò il tuo sangue impazzito e svanirà piano la scorza dura.
 
Quando è il momento
sarò miele per la tua bocca
sarò la marea che monta tra le tue labbrà
 
Quando è il momento
impugnerò la tua spada
 
Quando è il momento
sono il tuo bersaglio
e ti chiederò di affondare i colpi
senza pietà

Juanita Miranda
 

mercoledì 22 luglio 2015

respiro lungo




stare sempre in guardia....

imparare a controllare l'energia sentirla capirla incanalarla

e aspettare il momento giusto con la persona giusta

Marcello e Gabriella

domenica 12 aprile 2015

il mio bene sei tu

il dolore sepolto




Cara, bene dell'anima mia
Sai, è come un dolore antico e sepolto che a volte riaffiora.
Quando succedeva, reagivo con rabbia, mi sentivo umiliato e offeso, mi dibattevo come
un animale ferito, mi tormentavo pieno di rancore e di odio.

E' il dolore di un bambino lontano dal calore della famiglia
un bambino solo, in collegio
un bambino che ha subito un torto e nessuno lo difenderà.
Il dolore lo avvolge e lui si rannicchia in se stesso e si chiude nel suo mondo.

Oh, io ho imparato a conoscerlo quel bambino  e cerco di capirlo cerco di vedere
i suoi occhi tristi di chi si sente solo, abbandonato, incompreso, ingiustamente punito.

Non servono mura e corazze lui era sempre lì sepolto.

L'undici novembre è risalito dal profondo il dolore di quel bambino e le sue grida mi toglievano il sonno e mi spezzavano il cuore.
schiumavo di rabbia e di rancore e con quel rancore addosso volevo fuggire e uscirne fuori come le altre volte.



Sono stato fermo e mi sono guardato dentro e ho accarezzato quel bambino ho cercato di capirlo e di calmarlo.
Un tweet mi ha salvato
Il resto lo sai come è andata. La tua grazia mi ha tirato fuori dalla mia prigione.

A volte un velo di malinconia mi avvolge. Non è la malinconia triste che soffoca e  angoscia.
come la bassa marea
sfuma l'euforia -
resto sospeso tra la nostalgia e
il disincanto

accarezzo il mio bambino
e non temo le ombre -
che dorma quieto
niente potrà ferirlo.

Gli parlo di te del tuo sguardo tenero e della tua comprensione
della tua infinita pazienza e generosità. Della tua immensa tenerezza.
Della tua grazia.

Il mio bene sei tu e non so spiegarti questa cosa.
Sii te stessa
che io non sia una catena o un impiccio
Voglio vederti libera serena e felice.
Il resto non conta.
Sto imparando a fare respiri lunghi come mi hai insegnato tu
a contenere e trattenere le emozioni forti.
Mi sento di camminare su una corda ho imparato a non perdere l'equilibrio
Mi sento la corda tesa di un arco ma ho imparato a rallentare la presa
respiro lungo e distendo i pensieri
Il mio bene sei tu, la mia gioia è  l'immagine di quel centrino,
una parola un gesto un sorriso.
Il resto non conta

Juan Pedroso -

domenica 22 marzo 2015

pensieri quieti - [come ti penso]

pensieri quieti

Ho dato ordine ai pensieri di te
di starsene quieti
muti e ciechi

ma lucidi e accorti
devono ascoltare e
sentire

sono un lago tranquillo
le acque si agitano
nel profondo

faccio un respiro lungo
e come mi hai insegnato
lo trattengo

per questa gioia che con stupore
fiorisce
e mi sboccia dentro

G. 

sabato 14 marzo 2015

un respiro lungo

Gioia

Devi solo provare
a tenere dentro le emozioni
come fosse un respiro lungo
e poi fioriscono come le rose

e sbocciano all'improvviso con gioia

D.N.
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