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lunedì 26 novembre 2018

UNA LETTERA D’AMORE

Julio Cortazar

Tutto quello che vorrei da te
è così poco in fondo
perché in fondo è tutto

UNA LETTERA D’AMORE
 
Tutto quello che vorrei da te
è così poco in fondo
perché in fondo è tutto
 
come un cane che viene, una collina,
quelle cose da niente, giornaliere,
spiga e capelli e zolle,
l’odore del tuo corpo,
ciò che pensi su qualsiasi cosa,
con me o contro di me,
 
tutto questo è così poco
io lo voglio da te perché ti amo.
 
Che tu veda al di là di me,
che tu mi possa amare con la violenza inutile
del domani, che il grido
della tua consegna si schianti
sul volto di un capo reparto,
 
e che il piacere che insieme inventiamo
sia un altro segno della libertà.
****
UNA CARTA DE AMOR
 
Todo lo que de vos quisiera
es tan poco en el fondo
porque en el fondo es todo
 
como un perro que pasa, una colina,
esas cosas de nada, cotidianas,
espiga y cabellera y dos terrones,
el olor de tu cuerpo,
lo que decís de cualquier cosa,
conmigo o contra mía,
 
todo eso es tan poco
yo lo quiero de vos porque te quiero.
 
Que mires más allá de mí,
que me ames con violenta prescindencia
del mañana, que el grito
de tu entrega se estrelle
en la cara de un jefe de oficina,
 
y que el placer que juntos inventamos
sea otro signo de la libertad.

Julio Cortazar “Blues for Maggie”, in Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012)

domenica 25 novembre 2018

Un blues in forma di non lettera (for Maggie)

Julio Cortazar


non ti scrivo, d’improvviso guardo il cielo, quella
nuvola di passaggio
e forse tu nel tuo lungomare guarderai una nuvola
e quella è la mia lettera, qualcosa che scorre indecifrabile
e pioggia.

Un blues in forma di non lettera
 
Vedi
 
Niente è serio e degno di essere ascoltato,
ci siamo fatti giocando tutto il male necessario
 
vedi, non è una lettera, questa,
 
ci siamo dati quel miele della notte, il caffè,
il piacere prono, le sigarette torbide
quando nel soffitto rema la luce dell’alba,
 
vedi
io continuo a pensare a te,
 
non ti scrivo, d’improvviso guardo il cielo, quella
nuvola di passaggio
e forse tu nel tuo lungomare guarderai una nuvola
e quella è la mia lettera, qualcosa che scorre indecifrabile
e pioggia.
 
Ci siamo fatti giocando tutto il male necessario
il tempo deposita il resto, i piccoli orsi
dormono accanto a uno scoiattolo sfrondato.

***
Blues for Maggie

Ya ves
 
nada es serio ni digno de que se tome en cuenta,
nos hicimos jugando todo el mal necesario
 
ya ves, no es una carta esto,
 
nos dimos esa miel de la noche, los bares,
el placer boca abajo, los cigarrillos turbios
cuando en el cielo raso tiembla la luz del alba,
 
ya ves,
y yo sigo pesando en ti,
 
no te escribo, de pronto miro el cielo, esa nube que pasa
y tú quizás allá en tu malecón mirarás una nube
y eso es mi carta, algo que corre indescifrable y lluvia.
 
Nos hicimos jugando todo el mal necesario,
el tiempo pone el resto, los oseznos
duermen junto a una ardilla deshojada.

Julio Cortazar “Blues for Maggie”, in Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012)

lunedì 3 luglio 2017

non voglio nulla da voi, assolutamente nulla


Grazia Deledda - lettera a Stanis


Nuoro, 14 settembre 1892
 
Mio caro Stanis, non corrugate, vi prego, la vostra bionda fronte nel ricevere quest'altra mia. Non vengo a parlarvi d'amore, né a chiedervi nessuna cosa. Come vi ho scritto, non voglio nulla da voi, assolutamente nulla. Non voglio neppure che mi rispondiate. È certo che voi non pensate a scrivermi, ma, badate, se per un caso straordinario vi saltasse l'idea di farlo vi avverto che respingerò la vostra lettera, senza averla neppure aperta.
 
Ma perché dunque vi scrivo? E chi lo sa? Vi scrivo così, perché sono annojata e non so come passare l'ora, perché sono sicura che voi gradirete la mia lettera, perché so che, dopo che io ho battuto la fronte in terra, davanti a voi, mi avete ridonato tutta la vostra stima... che io invece credo di non meritare più.
 
E poi, nella mia ultima, mi sono scordata di darvi l'addio per sempre. Vi chiedo umilmente perdono, sul serio, se terminando la mia ultima tragica lettera vi ho dato del tu, e se mi sono lasciata scappare qualche frase irriverente nell'intima familiarità con cui vi ho scritto. Vi assicuro che non lo feci apposta. Percepii questa mancanza solo quando mi fui calmata, cioè quando la lettera viaggiava lontana, e vi giuro che me ne pentii assai assai, ma invano. Ora vi chiedo perdono. Io ho nutrito per voi, sempre, un rispetto quasi religioso. Più che un giovinotto, vi ho sempre considerato come un signore attempato, non so, e vi son dei momenti in cui mi meraviglio fra me stessa del mio ardire a innamorarmi di voi, e soprattutto del coraggio che ho avuto a confessarvi il mio amore. Perché in quei momenti siete per me un signore che ho veduto solo tre volte, alla sfuggita, davanti al quale ho arrossito di timidezza e di rispetto, e che spero di non riveder più mai.
 
Ad ogni modo io vi prego di non credermi maleducata se, dietro il vostro ultimo bigliettino pieno di acutissimi e garbati insulti, che non avevo meritato, e del quale non vi serbo alcun rancore, mi sono lasciata andare a qualche frase veemente e che può avervi offeso. Vi assicuro che non sono mal educata. Mia madre è ignorante, è vestita in costume, sapete? ma mi ha educato come la più aristocratica signorina, ed io non ricordo di aver mai detto una cattiva parola a nessuno.
 
Chi è che ha scritto il vostro medaglio nella "Vita Sarda"? Non mi è piaciuto punto. Poteva essere disegnato meglio, e son quasi offesa nel vedere il nome di Pischedda accanto al vostro. A proposito di celebrità ora voglio dirvi una cosa. Dopo avervi sentito esclamare: mi fate spavento coi vostri sogni mostruosi! ho provato una strana sensazione, qualcosa come un getto di acqua fredda sul fuoco che io credevo sacro. Non si è spento subito però questo strano fuoco che mi consumava ma va spegnendosi lentamente, giorno per giorno, come il sole sull'orizzonte della stagione che cade. Lacerate pure, se non l'avete già fatto... le mie ultime lettere in cui vi scrivevo: diventerò grande.
 
Ora son sicura che non farò più nulla. La stanchezza mi vince, mi domina a poco a poco, con un torpore accidioso, forse l'influenza dell'autunno che annebbia la ragione, come disse Giacosa, forse... chissà, non so spiegarmi bene, ma ad ogni modo credo che non vi farò più spavento.
 
Vedete: i migliori giornali, dalla "Natura ed Arte" alla "Vita Moderna" mi hanno spalancato le loro porte: ho una falange di ammiratori ed amici; ed editore mi ha scritto chiedendomi un romanzo di costumi sardi... ma io non provo più alcuna soddisfazione, alcun palpito: ho risposto all'editore: fra due anni! ma credo di non arrivare più a scrivere alcun romanzo, nulla. Se vorrei sento che potrei fare quanto tutti i piccoli novellieri sardi uniti insieme, ma il sonno invade il mio pensiero, il crepuscolo si addensa nella corta giornata della mia intelligenza. Forse siete voi la causa di questo cambiamento; non oso assicurarlo, ma ne dubito: non ve rimprovero, anzi vi ringrazio: soffrivo troppo per la mia pazza ambizione, nel cui fondo c'era la più pazza idea di poter un giorno, io ! ! ! aiutare il mio povero paese.
 
Che stoltezza, non è vero?... Ora questo stolto altruismo che vegetava nel mio cuore comincia a disseccarsi, a ingiallire: al cader dell'inverno credo sarà sparito del tutto. Oh, che deve importare a me, piccola creatura senza mezzi né influenza, che il popolo sardo sia il più povero, incolto, selvaggio popolo dell'Italia? Che le nostre terre siano incolte, che regni la fame e la malaria, che gli ebrei del continente spianino i nostri boschi, che gli stessi sardi delle coste temano di inoltrarsi nel centro infestato da ladroni che rubano per poter scampare alla morte di fame?... Che mi importa che la Sardegna sia la Cenerentola del regno d'Italia, l'ultima delle terre civili?... Sono cose che devono importare a voi, giornalisti, ai deputati sardi, ai forti uomini sardi... Ora rido del mio sogno; mi pare di essermi risvegliata, e percepisco tutta la mia nullità.
 
Delle volte, mentre passeggio, se vedo la mia ombra sottile disegnarsi davanti a me, nel mio modesto vestitino da casa che mi rende più piccina di quel che sono, mi fermo sorridendo e mi derido, e dico alla mia ombra: ma sei dunque tu, tu, piccina mia, che avevi quelle idee per la testa, quelle pazzie nel pensiero?... Povera bimba?...
 
Ciascuno al suo posto, non è vero? Io, forse, seguiterò a scrivere così, per abitudine; ma è certo che il mio sogno di celebrità è caduto. Non ho più una meta, un miraggio, e fra dieci, fra venti, fra cinquant'anni, perché spero di morir vecchia, riguardo a... gloria sarò quel che sono ora.
 
Ecco, ora, sì, ora sono davvero egoista.
 
La patria è dove si è la dove si è felici, ha cantato Firdussi, un poeta persiano che narrava grandi verità, ed anche Guerrazzi, mi pare. La mia patria è dunque la famiglia che mi adora, la casa in cui non regna che la pace e la felicità, il guanciale su cui dormo i miei sonni e i miei sogni di fanciulla. Che deve importarmi del resto? non è vero?... Addio dunque, o gloria! Vedete, Dio mi ha esaudito. Mi ha detto una sola parolina per mezzo vostro... oh, non andate superbo di essere lo strumento di Dio, voi... redattore della "Tribuna"? e il mio povero pensiero si è calmato...
 
Siate dunque benedetto, mio caro Stanis, ora, vedete, concludo senza ironia; io prego per voi. Fate voi, che lo potete, ciò che volevo tentar io. Scrivete, operate sempre per la nostra patria, e siate felice come meritate.
 
E perdonate e dimenticate la vostra piccola ex amica
 
Grazia
 
S.P. Ho ricevuto a suo tempo le vostre Figurine; ed è stata la dedica che ci avete scritto sopra, che mi ha invogliato a scrivervi un'ultima volta. Però vi prego credere che non lo faccio con nessun fine, e vi ripeto ancora che da voi non voglio nulla, neppure amicizia, neppure stima, che forse non merito più.
 
Le vostre Figurine sono piacute a tutti, ed anche a me, naturalmente.
 
G.

Grazia Deledda
lettera a Stanis



E’ il settembre del 1891: Grazia scrive per la prima volta a Stanis Manca. Il giornalista romano chiede di andare a trovarla per un’intervista nella sua dimora nuorese e Grazia è sinceramente preoccupata: in realtà la scrittrice è certa che l’uomo voglia chiederla in sposa data la gentilezza dimostrata nei suoi confronti nelle lettere precedenti.
 
Stanis Manca a chiederla in sposa non ci pensa nemmeno: più che innamorato è mosso da quella curiosità tutta giornalistica per quello strano fenomeno letterario paesano. La ventenne, e qui comincia la storia, scambia il suo interessamento per un corteggiamento galante.
 
Non solo non la chiede in sposa, ma di persona è meno espansivo di quanto non sia stato per lettera. La stessa Grazia, descrittasi “pallida e bruna, un po’ spagnuola, un po’ araba, un po’ latina”, non è audace come su carta.
 
Dopo il rientro a Roma le lettere di Stanis si fanno più rade ed il suo disinteresse diventa più che palese: a Grazia questo non preoccupa e nelle sue lettere si fa più audace
“durante il viaggio nei villaggi rocciosi e selvaggi, ho pensato continuamente a lei”.

 
Stanis non abbocca e nel 1892 lo scambio di lettere diventa un doloroso monologo.
“Mio buon amico, eccomi nuovamente a voi, ma ad un patto: che non mi rispondiate se non avete tempo”.
E lui non risponde, tenta piuttosto di tener le distanze in tutte le maniere.
 
Il 1 giugno del 1892 Grazia, dopo mesi di silenzio inaugura così la sua lettera
“Mio caro, non so più come chiamarvi, signore od amico”.
Gli confida che teme lui abbia creduto, per via dei suoi modi affettuosi, che la donna si sia innamorata del giornalista, ma ancora Stanis non le risponde e lei durante quella stessa estate gli scrive ancora.
 
La risposta di lui fu terribile, “una scudisciata sul volto” come racconterà poi a De Gubernatis, grande confidente della scrittrice. Lei di tutto quel via vai di lettere non solo non ne fa cenno in “Cosima”, ma si libera di qualsiasi scritto, lui invece, vuoi per orgoglio maschile, vuoi per la fama assunta dalla donna, conserva ogni foglio.
 
Fatto è che Grazia non è ancora Premio Nobel e Stanis nel 1892 quando le risponde è senza pietà. Le confessa di averla trovata brutta, quasi deforme nella sua piccolezza, una nana. Non solo, Grazia è sconvenientemente ambiziosa: “Fra dieci anni sentirete parlare di me” gli scrive in una lettera, frase che evidentemente Manca, duca dell’Asinara non gradisce. Ostinatamente la donna scrive al giornalista fino al 1899, perché lo ama? Forse questa non è la risposta più corretta. Stanis Manca è tutto quello che Grazia Deledda non apprezza: biondo, grasso e Duca. La sua ostinazione è dovuta probabilmente (come ipotizzato dalla Rasy in “Ritratti di signora”) al fatto che Stanis è l’unico a rifiutarle simpatia e per giunta l’affetto e Grazia, che vive la situazione come una punizione per la sua diversità dalle altre donne, si ostina tenacemente tentando di conquistare quel che altri le concedono con estrema semplicità. Si innamora dell’idea d’essere legata al giornalista e la conquista diventa più che altro una missione, l’unica che Grazia fallisce.
 
In parallelo Grazia conversa epistolarmente anche con Andrea Pirodda era un giovane di Aggius, suo conoscente fin dall’adolescenza. Nel 1891, oramai maestro elementare Andrea le fa una spietata corte, ma Grazia non se ne cura. Andrea lo ricontatta solo nella primavera del 1892 quando le lettere di Stanis iniziano a farsi rade ed in seguito crudeli. La donna non è più una ragazzina, le spuntano i primi capelli bianchi e Andrea Pirodda è la sua ancora di salvezza. Lo consiglia per conquistarsi una buona posizione, ma l’amore dei primi tempi degenera rapidamente: lui si tira indietro e un anno più tardi sposa un’altra.

domenica 4 giugno 2017

Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te,


Giorgio Manganelli - (lettera a Viola Papetti )


Roma, 16 settembre ’68
Carissima Viola,
 
eccomi a te per tenerti un poco di compagnia durante le tue ore madrilene. Forse non ne avrai bisogno, e da turista internazionale, guarderai con distacco questo documento che ti raggiunge da una civiltà arretrata, un neghittoso docente, un salariato coattamente sedentario. Ti infili gli anelli preziosi, un poco di ombretto, lacca – bevi whisky al mattino? Ma esiste il mattino per una femme internazionale? Oggi, lunedí, primo tuo giorno ispanico, qui a Roma grava una atmosfera da preuragano, il caldo è salito violentemente, vento, cielo basso, assenza di Viola: una catastrofe. Forse, anche se fatua turista, non ti dispiacerà sapere che tra i tuoi casigliani hai un ammiratore accanito, cui la distanza dà fuoco all’immaginazione, e l’attesa stimola il desiderio.
 
Le ultime ore passate assieme sono state calde, roventi, e hanno lasciato un segno di desiderio, di languore, di eccitazione aspra, di smania. Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito. Mi piaci perché hai un corpo penetrabile e cedevole, un corpo che ama essere attraversato, inchiodato, dilatato, tormentato, illanguidito; e mi piace quel corpo perché è tuo, lo porti come un modo per consentire l’accesso a te, a quel fulvo calore che ora ha avuto ragione dell’inveterato gelo della tua pelle.
 
Ti scrivo e ti desidero, vorrei che ti arrivasse, che ti disturbasse gli ozi madrileni il desiderio, il puro e crudo desiderio di averti, di progettare un incontro, di fantasticare nuovi abbracci, di sentire in me e in te, il languore della saliva, del sudore, l’indulgenza e il furore delle mucose, della rosa cedevole e della rosa penetrativa. Se tu mi pensi, come spero, il tuo pensarmi ti dirà che io ti penso, e che anche desiderarti è un’arguzia, un gioco, un travestimento del pensarti. Ti penserò finché non ti sentirò, di nuovo, gemere. A presto. Ti bacio. Giorgio
 
Giorgio Manganelli

sabato 3 giugno 2017

mi irrita che da quella porta tu non passi


Giorgio Manganelli - (lettera a Viola Papetti )


Roma, 20 agosto ’68
Carissima Viola,
finalmente tue notizie; le due lettere sono arrivate insieme. Cominciavo a temere di partire senza sapere niente di te. Avevo anche ritardato la partenza, sperando di ricevere la tua lettera. Parto domani per Campobasso: credo che le nostre rimpatriate coincideranno.
Sono contento di poterti scrivere perché volevo dirti che mi manchi, che ti penso, e che ti desidero. Hai ripreso fiato? Rileggi: è tutto vero. Mi irrita la mancanza delle tue telefonate, dei tuoi gridolini di piacere, i tuoi languori e altre cose. Mentre ti scrivo ti desidero, e il solo fatto di rivolgermi a te mi scalda. Mi capita di guardare, dal mio letto, la porta di casa, quella che tu varchi quando vieni da me, per stare con me.
Mi irrita che tu sia a Londra mentre io sono a Roma; mi irrita che da quella porta tu non passi, l’ascensore non ti porta, non sento i tuoi passi, non penso a quello cui tu, in quel momento, stai pensando. Ho voglia della tua impudicizia, mi serve, la esigo. E la voglio per me solo, da pascià.
Sei una donna forte e dunque non sarai svenuta. Spero che questa lettera ti farà passare il malumore, o te lo farà venire, di un genere meno irto.
Penso a quando tornerai, al resto; tu lavora: io ho lavorato, in questi giorni, ora mi riposerò un po’, ne ho bisogno, ma continuerò a desiderarti e a pensarti anche nel Molise.

So che anche tu desideri il mio desiderio, e mi pensi per essere pensata.

E adesso, se ci riesci, va’ a leggere Frye, godi gli archetipi della Bodkin3. Se ci riesci: fa’ la filologa, studia la favola, leggi e scrivi Contributi. Mettiti gli occhiali, fa’ lezione, compulsa l’editio princeps. Io ti desidero. Sei incolta, senza occhiali, rudimentale e desiderabile.
A presto, a presto, a presto.
Ti bacio, e tu gemi.
 
Giorgio Manganelli

lunedì 24 aprile 2017

Seno sinistro rosa e insolente

Buenas noches


[...]
Vulva che stringi come uno schiaccianoci ti amo
Seno sinistro rosa e insolente ti amo
 

 
G. Apollinaire

lettera a Lou

giovedì 20 aprile 2017

da questa matita

Nina Cassian

E sulla strada passeggia una lettera, come un cane,

Da questa matita
Da questa matita si diparte una strada di grafite
E sulla strada passeggia una lettera, come un cane,
ed ecco una parola come una città abitata
dove forse arriverò domani.
 
Nina Cassian

Scrivere è come baciare,

Buenos dias

“Emmi mi scriva. Scrivere è come baciare, solo senza labbra.
Scrivere è baciare con la mente...”
[...]


Daniel Glattauer
Le ho mai raccontato del vento del Nord
Emmi, il letto può attendere! Sono ancora sveglio, sto bene. Emmi, venga da me! Beviamoci un altro bicchiere! Mi sussurri nell'orecchio "whisky, whisky, whisky". Dica "accapponare la pelle". Me la mostri. Ecco la bella pelle della Emmi col 37 di scarpe. Glielo prometto: le appoggerò solo una mano sulla spalla.
Solo un abbraccio. Solo un bacio. Solo qualche bacio, nient'altro. Innocentissimi baci. Emmi, devo sapere che odore ha. Ho la sua voce nelle orecchie, adesso ho bisogno del suo odore nel naso. Dico sul serio, Emmi: venga da me. Le pago il taxi. No, non accetterà. Fa lo stesso, qualcuno lo pagherà. Hochleitnergasse 17, citofono 15. Venga da me! Oppure devo venire io da lei? Vengo anch'io! Solo per sentire una volta il suo odore. Solo per darle un bacio. Niente sesso. È sposata, purtroppo! Niente sesso, glielo giuro. Bernhard, lo giuro! Emmi, voglio solo sentire l'odore della sua pelle. Non voglio sapere che aspetto ha. Non accenderemo la luce. Buio pesto. Solo qualche bacio, Emmi. Che c'è di male? È tradimento? Cos'è il tradimento? Un'e-mail? O una voce? O un odore? O un bacio? Desidero tenerla vicino. Desidero abbracciarla stretto. Solo una notte insieme a Emmi. Chiudo gli occhi. Non mi serve sapere che aspetto ha. Devo solo sentire il suo odore, baciarla e saperla vicina a me. Rido dalla gioia. È tradimento, Emmi?

mercoledì 19 aprile 2017

non smettere mai di scrivermi lettere

Carteggio Elizabeth Bishop & Robert Lowell
«Scrivere lettere è sempre pericoloso, in ogni caso – gravido di minacce»
Elizabeth Bishop ,
 
Per favore non smettere mai di scrivermi lettere, riescono sempre a farmi sentire migliore. A mettermi in contatto con la parte migliore di me
Robert Lowell

Carteggio Elizabeth Bishop & Robert Lowell
Scrivere lettere è sempre pericoloso

Si sogna e si scrive

Lettera di Marina Cvetaeva a Boris Pasternak
Lettera come un modo ultraterreno di comunicazione ,meno perfetto del sogno, ma regolato dalle stesse leggi. Né lettera, né sogno vengono a comando:
 
si sogna e si scrive, non quando noi ne abbiamo voglia, ma quando ha voglia : la lettera- di essere scritta; il sogno - di apparirci. ,

Marina Cvetaeva
Lettera a Pasternak (1922)

sabato 25 febbraio 2017

Tal vez.....

Yo me senti' muchas veces ambiguo y muchas veces senti' que lo eras tu







lettere immaginarie

Cara ines
Aquí esta el ensayo que es también el primer capitulo de un libro que quiero comprar
 
Yo me senti' muchas veces ambiguo y muchas veces senti' que lo eras tu
 
Tal vez fue la tentacion de huir de la realidad
 
Tal vez si hubiéramos sido mas realistas puede ser que hubiéramos desarrollado una grande amistad y en esta amistad puede ser también que hubiera ocurrido que por una semana nuestras almas, nuestros cuerpos, nuestro sentidos se fuesen unidos como si esta semana fuera mas larga y profunda de una vida.
 
Asi' como pasaba en la película "los puentes de madison" que 4 días han representado mas que una vida y le han dado sentido a todo.
Puede ser que si asi hubiera pasado, hubiéramos aceptado el destino que nos ve separados y lejanos sin posibilidad de que hubiera ilusiones.
Y hubiéramos desarrollado una amistad que lo sabemos es mucho mas fuerte y profunda del amor aunque siempre quede un fondo de ambigüedad
 
Ahora todo ha pasado, los recuerdos quedan lindos
muy lindos y preciosos
y podemos seguir adelante, tratando de vivir nuestras vidas lo mejor que logramos.
 
Y sobretodo tu te lo mereces, dolce, te lo mereces mas que yo, una vida junto a un hombre que te quiera, te respecta y tiene la estima que mereces.
Yo lo deseo por ti mas que tu misma
 
y me voy a enojar si no lo crees
 
Dolcissima
Occhi neri
Pelle dorata
selva rigogliosa e umida
sapore di Guayaba

Juan pedroso




domenica 19 febbraio 2017

Una lettera mi basta

Dialoghi Immaginari

Una lettera mi basta
per andare oltre e
trovarmi a parlare con te
Lu Xiaobo
Qualche giorno dopo l'ho incontrato per strada. Era dall'altra parte della strada, l'ho chiamato sbracciandomi, non mi ha visto nè sentito. Così l'ho rincorso. Andiamo a prendere qualcosa, gli dico, va bene mi dice lui, anche se proprio non è che abbia tanta voglia. Siamo entrati nel locale più vicino, quello dei fichetti, vestiti da consulenti, con le borse da consulenti, il pc e tutto il resto; le donne in abito scuro, sopra le ginocchia sedute con le gambe in bella mostra. Ma non c'era nessuno che lui conoscesse, così siamo entrati e abbiamo ordinato due birre e preso delle tartine e e un po' di cibo freddo precotto tipico degli happy hour. Chissà perchè lo chiamano così, a me sembra di più il rancio dei fichetti aspiranti manager che si incontrano qui per rimediare qualche scopata.
- Allora com'è andata ? - gli chiedo

- Bene, rilassante, a parte il casino che ho combinato per arrivarci; tanto per non smentirmi ho sbagliato indirizzo e il navigatore ci ha condotto in una strada senza uscita. C'era una bella voista, il cielo a ponente, la campagna con i vigneti...E' andata bene, meglio di quanto sperassi. Il pranzo è stato ottimo, nel dolce c'era pure una candelina... mi ha regalato un profumo.. senti è di marca....

- Sono contento, potresti fare una faccia più rilassata no? -

- E' che stavo pensando che sono sbagliato.

- Come sarebbe che sei sbagliato?

- E' proprio così, sono stonato, mai in sintonia, vado fuori tempo, sempre sopra o sotto le righe. Quando mi trovo a camminare con una donna, vengo rimproverato perchè o sono troppo avanti o mi attardo preso da chissà quali pensieri. Con lei ho sbagliato tutto sin dall'inizio. Non ho capito niente come mi capita spesso. Ma non era di questo che volevo parlarti.

- E menomale! perchè non mi racconti di come te la sei spassata, con le candeline, i castelli, il paesaggio e tutto il resto?

- Il film La La Land di cui abbiamo parlato, ricordi? Ci penso da giorni e non so nemmeno perchè. E' una storia semplice, quasi banale, una storia che puoi riempire come vuoi. Per esempio, quando si separano per realizzare i loro sogni, lei va a Parigi, lui resta a los Angeles, e apre il locale jazz dei suoi sogni.

- Si e allora? - gli domando rassegnato ad ascoltare i suoi monologhi astrusi.

- Lei perchè si trova un uomo, un uomo qualsiasi e se lo sposa? Che cosa la spinge a dimenticare il suo Sebastian, l'uomo dei suoi sogni per un uomo qualsiasi, per sposarsi con un uomo educato rispettoso e per bene? Cosa è successo in quei cinque anni che non si vedono nel film?

- Beh a volte sai, le nostre scelte sono frutto del caso, delle necessità del momento, o della paura. In quei cinque anni non avranno comunicato, concentrati com'erano nel realizzare i loro sogni. Le cose succedono, anche quelle che non sono successe. Non si sono piu' sentiti e questo è un fatto.

- Già.. - dice lui - beviamoci questa birra va.

- ma si beviamoci questa birra. A proposito non ti vedo smanettare come una volta sullo smartpone. Non facevi altro che rispondere a misteriosi messaggi che ti giungevano su whatsap e mandare foto.

- whatsap si usa quando due si mettono in contatto per parlare a distanza. Uno scrive l'atro legge e risponde. ci si confida, si stabilisce una specie di intimità, la comunciazione scorre fluida e ricca. Oppure si finisce per raccontarsi banalità, e si mandano foto stupide. Forse meglio Gmail, uno scrive mentre l'altro non è presente. L'altro legge mentre uno non è presente. Non c'è la spasmodica attesa di una risposta, ci si prende tutto il tempo, si riflette su quello che si vuole dire, si evitano le parole superflue.
Però scusa stavo leggendo una poesia del poeta cinese premio Nobel, è una poesia breve, parla del bisogno umano di parlarsi. A volte basta una lettera. L’amore non è solo la passione della carne, l’amore è fatto di parole, di confidenze, condivisione di affetti sentimenti ed emozioni, di comunicazione tra esseri umani....insomma solo il sesso crea intimità?.... boh
Fuori è cominciato a piovere, ho pagato il conto e ce ne siamo andati di corsa. E' più distratto del solito, ho pensato, ma lo vedo tranquillo ed è questo ciò che conta.

Juan Pedroso

  • ma i suoi occhi erano altrove


  • sabato 21 gennaio 2017

    Ma non è tutto, l'essere amato.

    lettera di Flaubert a Louise Colet
     
    Oh! no, sono io ad esser solo, ad esserlo sempre stato. Non hai osservato l'altro giorno a Mantes due o tre assenze durante le quali hai esclamato: «Che carattere lunatico! a cosa pensi?».
     
    A cosa, non so proprio, ma quel che non hai visto che raramente è il mio stato abituale. Non sto con nessuno, in nessun luogo, non appartengo al mio paese e forse al mondo. Mi circondano e io non sono circondato; così le assenze causatemi dalla morte non hanno portato all'anima mia un nuovo stato ma l'hanno perfezionato, questo stato.
     
    Ero solo, dentro, sono solo, fuori. Chi ho qui? Gente che m'ama, poca, una sola. Ma non è tutto, l'essere amato. La vita non consiste in effusioni di tenerezza. Sono cose belle, deliziose in certi momenti rari e solenni.
     
    Quel che rende i giorni lieti è la possibilità d'abbandono dell'anima, la comunione delle idee, le confidenze dei sogni fatti, dei desideri, dei pensieri; e quanta gente c'è quaggiù che abbia la stessa opinione anche solo su come dare una cena o attaccare i cavalli?
     
    — Gustave Flaubert, Lettere d'amore a Louise Colet



    sabato 12 novembre 2016

    perdere me stessa per avere te

    Riletture:
    Jana Cerna

    Ma prima non ho mai avuto il coraggio di affrontarTi disarmata e vulnerabile, prima non ho mai avuto il coraggio di perdere completamente la mia padronanza, di perdere me stessa per avere Te.
    [...]
    Ma la situazione per me è tale che, se dovesse succedere qualcosa di doloroso e penoso, sono pronta ad accettarlo come tutto ciò che ha a che fare con questo rapporto, come una sua parte integrante che non desidero, ma non voglio sfuggire.

         Jana Cerna -

    leggi il testo

    lettera all'amante

    martedì 8 novembre 2016

    Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio.

    Riletture:
    Marina Cvetaeva



    [...]
    La bocca l’ho sempre sentita come mondo: volta celeste, Il corpo l’ho sempre tradotto in anima, l’ho reso magnifico a tal punto che all’improvviso non ne è rimasto nulla.
    Perché ti dico tutto questo? Per paura, forse – che tu mi ritenga comunemente passionale. “Ti amo e voglio dormire con te” – all’amicizia non è data tanta concisione. Ma è con un’altra voce che io lo dico, quasi nel sonno profondo. Il mio suono è diverso da quello della passione.
    Tutto ciò che mai dorme desidera saziarsi di sonno fra le tue braccia.
    Fin dentro l’anima (gola) sarebbe il bacio. (non incendio: voragine).
    Rainer, si fa sera, ti amo. Ulula un treno. I treni sono i lupi, i lupi la Russia. Non un treno – la Russia intera sta ululando verso di te.

         Marina Cvetaeva -

    lettera a Rainer Maria Rilke - 1926
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