Visualizzazione post con etichetta Sylvia Plath. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sylvia Plath. Mostra tutti i post

lunedì 3 dicembre 2018

Papà

Sylvia Plath
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco

Papà

 
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo fiato e starnuto.
 
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
 
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
 
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un amico mio polacco
 
Mi dice che ce n’è un sacco.
Così non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi s’incollava la lingua al palato.
 
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir di più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
 
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebrea mi mettevo a parlare,
E lo sono proprio, magari.
 
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non son molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
 
Ho avuto sempre terrore di te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu.
Uomo-panzer, panzer, O tu –
 
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
La scarpa in faccia, il brutale
Cuore di un bruto a te uguale
 
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
 
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
 
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
 
E con il gusto di torchiare.
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
 
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi –
Il vampiro che diceva essere te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
 
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri tu l’hanno sempre capito.
Papà, carogna, ho finito.
 
Traduzione: Giovanni Giudici
[***]


Daddy
 
You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo.

Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time—
Marble-heavy, a bag full of God,
Ghastly statue with one gray toe
Big as a Frisco seal

And a head in the freakish Atlantic
Where it pours bean green over blue
In the waters off the beautiful Nauset.
I used to pray to recover you.
Ach, du.

In the German tongue, in the Polish town
Scraped flat by the roller
Of wars, wars, wars.
But the name of the town is common.
My Polack friend

Says there are a dozen or two.
So I never could tell where you
Put your foot, your root,
I never could talk to you.
The tongue stuck in my jaw.

It stuck in a barb wire snare.
Ich, ich, ich, ich,
I could hardly speak.
I thought every German was you.
And the language obscene

An engine, an engine,
Chuffing me off like a Jew.
A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
I began to talk like a Jew.
I think I may well be a Jew.

The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
Are not very pure or true.
With my gypsy ancestress and my weird luck
And my Taroc pack and my Taroc pack
I may be a bit of a Jew.

I have always been sacred of you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
And your neat mustache
And your Aryan eye, bright blue.
Panzer-man, panzer-man, O You—-

Not God but a swastika
So black no sky could squeak through.
Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.

You stand at the blackboard, daddy,
In the picture I have of you,
A cleft in your chin instead of your foot
But no less a devil for that, no not
Any less the black man who

Bit my pretty red heart in two.
I was ten when they buried you.
At twenty I tried to die
And get back, back, back to you.
I thought even the bones would do.

But they pulled me out of the sack,
And they stuck me together with glue.
And then I knew what to do.
I made a model of you,
A man in black with a Meinkampf look

And a love of the rack and the screw.
And I said I do, I do.
So daddy, I’m finally through.
The black telephone’s off at the root,
The voices just can’t worm through.

If I’ve killed one man, I’ve killed two—
The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.

There’s a stake in your fat black heart
And the villagers never liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.

 
Sylvia Plath

domenica 2 dicembre 2018

Ariel

Sylvia Plath
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso

ARIEL

 
Stasi nel buio. Poi
L’insostanziale azzurro
Versarsi di vette e distanze.
 
Leonessa di Dio,
Come in una ci evolviamo,
Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga
 
S’incide e si cancella, sorella
Al bruno arco
Del collo che non posso serrare,
 
Bacche
Occhiodimoro oscuri
Lanciano ami –
 
Boccate di un nero dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro
 
Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
Dai miei calcagni si squama.
 
Bianca
Godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenza.
 
E adesso io
Spumeggio al grano, scintillìo di mari.
Il pianto del bambino
 
Nel muro si liquefà.
E io
Sono la freccia,
 
La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso
 
Occhio, il cratere del mattino.
 
Traduzione: Giovanni Giudici
[***]


ARIEL

Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.

God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees! – The furrow

Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,

Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks –

Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else

Hauls me through air –
Thighs, hair;
Flakes from my heels.

White
Godiva, I unpeel –
Dead hands, dead stringencies.

And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry

Melts in the wall.
And I
Am the arrow,

The dew that flies,
Suicidal, at one with the drive
Into the red

Eye, the cauldron of morning.

 
Sylvia Plath
link esterno L’orlo di Sylvia Plath

Sylvia Plath


venerdì 11 agosto 2017

Non è facile dire il cambiamento che operasti

Sylvia Plath
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d'anima
pura come una lastra di ghiaccio. E' un dono.

Non è facile dire il cambiamento che operasti
Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov'ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po' col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l'azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell'inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l'aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt'intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d'uccello e gli steli delle piante
Non m'ingannai. Ti riconobbi all'istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d'anima
pura come una lastra di ghiaccio. E' un dono.
 
Sylvia Plath

sabato 2 gennaio 2016

Anne Sexton, Sylvia Plath e il suicidio


Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale
io lo faccio che sembra un inferno
io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho vocazione
- Sylvia Plath

La bellezza del mondo ha due tagli,
uno di gioia,
l’altro d’angoscia,
e taglia in due il cuore.
- Virginia Wolf


Come ti uccidi la prossima volta?
Due amiche che parlano di morte.
E mettono in versi le loro tragedie. Prima di suicidarsi.

Nell'aprile del 1959 in un bar di Boston, due poetesse alle prime armi, la ventiseienne Sylvia Plath e la trentenne Anne Sexton, bevono cocktail e parlano con superficialità da salotto dei loro tentativi di suicidio.
Anne e Sylvia si confrontavano sulle comuni esperienze di ricovero, sui rispettivi tentativi di suicidio e sugli atteggiamenti personali verso l'arte.

Le due poetesse tuttavia erano caratterizzate da personalità e condizioni diverse.
Anne Sexton che, a differenza di Sylvia Plath, non soffriva marcatamente di fasi depressive, cadeva in trance per ore, si imbottiva di psicofarmaci ed era vittima di un etilismo devastante. Sylvia Plath, timida, insicura, perennemente in difficoltà economiche, Anne, invece, era una vera poetessa vamp, sempre chic, accuratissima nel trucco, vestiva di rosso e tacchi a spillo, costantemente seguita da uno staff di collaboratori, tra l'infermiera, la governante, la segretaria. Nelle sue apparizioni pubbliche, che venivano pagate a peso d'oro, arrivava sempre in ritardo, barcollante, e già si capiva il suo stato, lanciava le scarpe al pubblico a procedeva nella lettura delle sue opere con voce sensuale.
Sylvia Plath aveva provato a togliersi la vita cinque anni prima, per una forte depressione da cui era uscita dopo un lungo ricovero e tre elettroshock.

Per l'amica - che l'anno seguente avrebbe pubblicato una raccolta autobiografica intitolata "In manicomio e parziale ritorno" - i soggiorni in cliniche psichiatriche e le overdose di quelle che lei chiamava . pillole "uccidimi". stavano diventando un'abitudine. Quattro anni dopo, Sylvia Plath si uccise col gas del forno nella cucina della sua casa inglese.
Era la seconda volta, che la poetessa tentava il suicidio, questa volta riuscito. Ne parlò a lungo con la sua amica, anche lei poetessa, Anne Sexton. Entrambe avevano cercato di togliersi la vita da giovani. Se lo confidarono in un bar di Boston, sorseggiando un martini extra dry, come ricorda Anne in questa toccante poesia:
Una sera di settembre per cercare qualcosa nella borsetta, tirai fuori un libro contenente tutte le poesie di Sylvia Plath. Erano 300 poesie e passa, ma non mi pesava per niente nella borsa, poiché la gioia di averlo finalmente tra le mani superava qualsiasi tormento. Subito alcuni miei amici furono attratti dalla sue mole esorbitante e me lo strapparano dalle mani. Rimasero inorriditi quando scoprirono come avvenne la morte della poetessa americana e me lo restituirono storcendo il naso. Sylvia si svegliò una mattina, quasi all’alba e strusciando con la sua camicia da notte si diresse in cucina. Aprì la credenza e prese due bicchieri, nei quali versò del latte fresco. Li afferrò entrambi, e con molta grazia, senza fare rumore, li appoggiò sui comodini di fianco ai letti dove dormivano angelici i suoi bambini. Frieda aveva tre anni, Nicholas uno. Poi Sylvia, ritornò in cucina. Aprì il forno, lo accese e si lasciò morire.
               "La morte di Sylvia"
Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,
la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,
... la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.
Anne Sexton
E si ricordò dell'amica nell'ottobre del '74, quando si uccise anche lei col gas: con i gas di scarico della sua macchina, visto che in America quasi tutti i forni sono elettrici.

Non è stata solo la loro fine simile a portare critici e lettori a vedere le due scrittrici come due personaggi paralleli - tutte e due americane, quasi coetanee, poetesse ma prima ancora mogli e madri di due figli, tutte e due portate a una poesia "confessional", che metteva in piazza sentimenti e argomenti mai trattati prima in versi. Nella fama però hanno avuto un destino diverso.

Sylvia Plath divenne famosa dopo la morte, quando uscì la raccolta di poesie "Ariel", e la sua figura tragica, simbolo dell'impossibilità di conciliare genio e vita familiare, oscurò a poco a poco Anne Sexton, che invece da viva aveva raggiunto un livello di fama inusuale per un poeta: le sue letture pubbliche erano affollatissime, i suoi libri diventavano best-seller e vincevano premi su premi, Pulitzer compreso. Aveva persino fondato un gruppo soft-rock che cantava le sue poesie. In verita' oltre queste similitudini c'erano anche tante differenze tra le due poetesse ed amiche.

Sembra quasi che Anne Sexton abbia avuto tutto quello per cui l'amica, nei suoi diari, sembra lottare.
Diversamente dalla Plath - timida, insicura, sposata con un poeta, l'inglese Ted Hughes, e sempre in difficoltà economiche - Anne Sexton, nata in una famiglia ricca e moglie di un uomo d'affari, aveva una bellezza appariscente, un modo di fare affascinante, ed era diventata madre senza problemi.

Aveva un comportamento disinibito che le procurò una quantità di amanti (poeti, ma anche uno dei suoi psichiatri e un barbiere jugoslavo conosciuto a Roma) e l'ammirazione di paladine della liberazione sessuale come Erica Jong. Metteva tutta la sua vita nelle sue poesie, senza pudore (basta citare qualche titolo da "The complete poems": "L'aborto", "Mestruazioni a quarant'anni", "Al mio amante che torna da sua moglie").

Ma aveva anche problemi mentali molto gravi: non era solo vittima della depressione, come la Plath, ma soffriva di turbe psichiche, cadeva in trance per ore, beveva troppo e prendeva troppi psicofarmaci, spesso, per sua stessa ammissione, si comportava da pazza. Quando decise di uccidersi davvero, lo fece perché si rendeva conto di non essere autosufficiente, di essere pronta per andare definitivamente in manicomio.

La poesia di S. Plath e R. Lowell, A. Sexton venne definita confessionale, definizione con cui si pone in rilievo l'uso della scrittura quale strumento di conoscenza e di trasformazione di avvenimenti traumatici, e come elemento di connessione tra l'esperienza psichica e l'espressione poetica. Come la stessa Sexton afferma: "Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule". In quegli anni Anne aveva già composto numerose poesie; nel '59 consegnò all'editore H. Miffin "Al manicomio e parziale ritorno" (To bedlam and part way back), due anni dopo pubblicò il 2° volume di "All my pretty ones".

La Plath ammira moltissimo la Sexton, e le invidia il suo successo con gli uomini , ma quando Lowell mette a confronto le poesie delle due è a vantaggio della giovane Sylvia che si risolve la tenzone.
Anne è una moglie e una madre impeccabile, ma per ogni libro ha bisogno di un nuovo stimolo sessuale, e quindi di un amante. Per Anne l'amante è sempre un sostituto paterno protettivo: nel libro "Tutti i miei cari" (1962), questo ruolo tocca all'affermato poeta James Wright, il quale, tradito dalle sue stesse pulsioni, fa una magra figura nella poesia Magia Nera (in cui è soprannominato Comfort).

Le poesie dei primi volumi sono strutturate in forme metriche regolari: Anne, non dotata in proprio di una vasta cultura, divora e assimila tutto quanto le capita a tiro.

La tematica delle poesie della Sexton è il traslato metaforico delle esperienze autoanalitiche. "Se avessi fatto tutte le cose che confesso, non avrei avuto il tempo di scrivere poesie" ammette, e quindi, pur nell'ambito estremamente biografico della poesia confessional abbiamo un ampio margine in cui contenere lo stupore per l'indubbia scabrosità dei temi trattati (che variano dalla masturbazione all'atto sessuale in tutte le sue varianti, all'onnipresente pulsione suicida). Ha sempre maggior successo, e nel 1966 vince il premio Pulitzer con la terza raccolta"Vivi o muori" (Live or die), opera che fu scritta nel mezzo di un periodo di ricadute e ricoveri.
Ogni sua apparizione è pagata a peso d'oro.

Segue un copione prestabilito ad ogni spettacolo. Arriva dieci minuti in ritardo con la folla che già rumoreggia , ha sempre un abito rosso e mentre sale sul palco si capisce che è già sbronza. Poi getta via le scarpe (a volte colpendo qualcuno fra il pubblico) e inizia a recitare con voce sensuale i suoi versi. A quel punto c'è chi esce inorridito e chi pende dalle sue labbra. Dopo "Vivi o Muori" Anne è la poeta Pop per eccellenza. Nel 1968 forma un gruppo rock "Anne Sexton and Her Kind" . Dal 1972 in poi Anne precipitò in uno stato di insicurezza estrema, la lotta tra il desiderio di vivere e di morire si faceva sempre più strenua. L'appello alla religione quale speranza per esorcizzare la morte si ritrova nelle ultime opere "Il libro della follia" (The Book of folly, 1972), The death notebooks ('74), The awful toward god, concluso poco prima di morire. La tensione maniacale si acuisce: le poesie successive ("Carte di Gesù", "Angeli delle storie di sesso", "O voi lingue") divengono testimoni di una caotica e disperata ricerca di un punto di riferimento extraumano, forse non propriamente religiosa in termini ortodossi, di un Dio al contempo padre e madre, che appaghi l'insaziabile fame di amore e accolga la compassione.

L'io poetante si disintegra nel linguaggio magico effusivo dell'isteria.
Sorge con prepotenza il tema delle nozze finali con la morte.
Come Erica Jong, Anne Sexton rappresenta una autentica paladina della libertà sessuale femminile: basti pensare a componimenti come La ballata della masturbatrice solitaria. Con la Sexton si attua in poesia ciò che in narrativa si verificò con Virginia Woolf: l'emancipazione del linguaggio poetico femminile.

Anne Sexton si definì "poetessa primitiva", nessuno schermo intellettuale infatti sembrava filtrare la rappresentazione poetica, essa appariva finalizzata al recupero psicologico dell'infanzia individuale e culturale tramite l'utilizzo di ritmi infantili, della simbologia magica delle fiabe, di ritornelli da ballata. Per Anne Sexton il bisogno di verità coincide col riesame del duro rapporto coi genitori che sembrava impedirle un processo di maturazione consapevole.

Il bisogno di raggiungere ciò che Jung chiama "individuazione", vale a dire l'affermazione del sé come esistenza autonoma, è alla base dei rapporti familiari e della esperienza onirica e visionaria, molla ispiratrice della poesia di A. Sexton. Come Edipo ostinatamente persevera nella ricerca dell'origine del proprio trauma, come Giocasta è lucidamente consapevole della tragedia che può nascerne.

articolo tratto da Bipolari link esterno

domenica 4 ottobre 2015

fra le braccia





What did my fingers do before they held him?
What did my heart do, with its love?
I have never seen a thing so clear.
His lids are like the lilac-flower
And soft as a moth, his breath.
I shall not let go.
There is no guile or warp in him. May he keep so.

Sylvia Plath






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

home