Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali. Perché dentro il concetto stesso di
specialità, applicato a un popolo, c’è un’idea di distanza. È speciale chi sa fare meglio delle cose, chi ha
raggiunto un risultato sofferto, chi ha meritato di uscire dalla normalità. Essere sardi non significa
automaticamente essere speciali. Essere altro. L’essere speciali, l’essere altro, sono condizioni che vanno
conquistate e dimostrate sul campo, per tutti. L’illusione della specialità etnica è sottilmente fascista e
produce pigrizia: sono sardo e questo deve bastare, tutelatemi, assistetemi, io sono qui. Ma il certificato
di nascita non basta, quel pezzo di carta certifica solo una casualità biologica, non certo un diritto
acquisito. Ecco, vorrei una Sardegna dove si impara a essere anche sardi. Vorrei un luogo che non fosse
martoriato dall’angoscia del sé, dalla sicumera di chi, nel profondo, si sente inferiore, dalla prepotenza
del figlio cadetto. Vorrei una Sardegna dove si smettesse di dibattere dei massimi sistemi per non
affrontare la banalità del quotidiano. La ricerca di uno status accettabile sta producendo un destino di
soffocante frustrazione. Non siamo quel che siamo, ma qualcosa a cui, ostinatamente, vogliamo
assomigliare. Non siamo quello che siamo ma la copia di una copia. Vorrei una terra dove si dichiarasse
il tradimento di adattarsi alla visione altrui, solo perché tutto quello che abbiamo ci sembra di per sé inferiore
a quello che hanno altri. Vorrei una Sardegna che potesse vedersi da fuori. Vorrei che noi sardi
vedessimo come ci siamo ridotti, come ci siamo lasciati ridurre. Senza l’atto consolatorio di un’alzata di
spalle: che tanto le cose vanno come vanno, altrove sì, ma qui che si può fare? Ecco, vorrei una
Sardegna dove la specialità fosse di ricordare quanto fa parte del nostro patrimonio di asserviti, di
orgogliosi, di emigranti, di banditi, di pastori, di matriarche, di coloni, di contadini, di meticci, di menti
fini, di Presidenti della Repubblica, di fondatori di Partiti, di carabinieri, di poliziotti, di pescatori, di
Veline Brune, di Bond Girls. Di soldati. Vorrei che ricordassimo sempre quante guerre abbiamo
combattuto e per chi e perché. Vorrei che tenessimo ben presente quanto di bene, e anche quanto di
male, quello che siamo ha portato nel mondo, perché una cultura sana si interroga senza consolarsi né
giustificarsi. Una cultura sana diventa stabile riconoscendo i propri limiti. Vorrei che potessimo sentirci
popolo anche in Sardegna, non solo appena varchiamo il mare. Vorrei una terra dove gli intellettuali
dimenticassero di allisciare il pelo al potente di turno, anche a se stessi, quando le due cose coincidono.
Gli intellettuali che piacciono a me non sono mai una garanzia, sono polvere negli occhi e sonni agitati
per chi si è preso l’onere di governare. Voglio un posto dove i paesi sono belli almeno quanto basta per
assomigliare alla bellezza di chi li abita. E non siano l’espressione, quasi l’anamnesi palese, della
sindrome da incapacità di considerarsi comunità. Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è
concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun
altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi. Dove
si riuscisse ad includere piuttosto che escludere, nella lingua come nella cultura, nella natura come
nell’economia. Vorrei che parlassimo un linguaggio senza dietrologie e che imparassimo ad amarci
come vorremmo essere amati, come sentiamo di dover essere amati. Voglio tutto quello che possiamo
avere, perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...
Marcello Fois .. in Sardegna non c'è il mare