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mercoledì 16 luglio 2025

le cose che ti tieni dentro per troppo tempo

Marcello Fois
  che certe cose, apparentemente innocenti, sono cosí 
difficili da spiegare. – Quali cose, Nicola? – chiese Agnese con la
voce che si appannava un poco. – Quelle cose che ti tieni dentro per troppo tempo,
quelle cose che non riesci a dire nemmeno a te stesso.
Cosí vai avanti e fai finta di niente,
Marcello Fois
Meglio morti


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martedì 15 luglio 2025

le ossessioni

Buenas noches



Quando si gioca con le ossessioni
si rischia quasi sempre di perdere
 
Marcello Fois ( da Meglio morti)



 

sabato 12 luglio 2025

Avevo tante di quelle cose in testa!

Marcello Fois

Avevo tante di quelle cose in testa! Tante cose che facevo fatica a metterle in ordine. Mi capitava alle volte, anche nello studio. Non riordinavo subito una pratica e finiva che non riuscivo piú a trovarla. Allora mia madre diceva che le cose si. devono mettere a posto a poco a poco, quando sono ancora gestibili, che se si lascia spazio al disordine poi viene lo scoraggiamento e non si riesce piú a riordinare e si perde un sacco di tempo. Mentre, al contrario, se si perde quell’attimo che serve a rimettere una cosa subito al suo posto, poi è tutto tempo guadagnato perché ogni cosa è al suo posto in qualunque momento la si cerchi...
 
Marcello Fois
Sempre caro


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domenica 21 ottobre 2018

Nsl cimitero della mia città

Marcello Fois
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Nsl cimitero della mia città

 
3.
Nel cimitero della mia città
vengo a rubare i fiori.

Non li darò a una donna.
Non sono per nessuno.

Con gli occhi bassi, li offro
alla parola amore
che ho imparato dai morti.
 
Marcello Fois

domenica 19 marzo 2017

La purezza

Buenas noches

La purezza
Sì, quel particolare stato di perfezione che impedisce qualunque peccato.
 
Marcello Fois

Marcello Fois
Quasi Grazia

domenica 9 agosto 2015

perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...




Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali. Perché dentro il concetto stesso di specialità, applicato a un popolo, c’è un’idea di distanza. È speciale chi sa fare meglio delle cose, chi ha raggiunto un risultato sofferto, chi ha meritato di uscire dalla normalità. Essere sardi non significa automaticamente essere speciali. Essere altro. L’essere speciali, l’essere altro, sono condizioni che vanno conquistate e dimostrate sul campo, per tutti. L’illusione della specialità etnica è sottilmente fascista e produce pigrizia: sono sardo e questo deve bastare, tutelatemi, assistetemi, io sono qui. Ma il certificato di nascita non basta, quel pezzo di carta certifica solo una casualità biologica, non certo un diritto acquisito. Ecco, vorrei una Sardegna dove si impara a essere anche sardi. Vorrei un luogo che non fosse martoriato dall’angoscia del sé, dalla sicumera di chi, nel profondo, si sente inferiore, dalla prepotenza del figlio cadetto. Vorrei una Sardegna dove si smettesse di dibattere dei massimi sistemi per non affrontare la banalità del quotidiano. La ricerca di uno status accettabile sta producendo un destino di soffocante frustrazione. Non siamo quel che siamo, ma qualcosa a cui, ostinatamente, vogliamo assomigliare. Non siamo quello che siamo ma la copia di una copia. Vorrei una terra dove si dichiarasse il tradimento di adattarsi alla visione altrui, solo perché tutto quello che abbiamo ci sembra di per sé inferiore a quello che hanno altri. Vorrei una Sardegna che potesse vedersi da fuori. Vorrei che noi sardi vedessimo come ci siamo ridotti, come ci siamo lasciati ridurre. Senza l’atto consolatorio di un’alzata di spalle: che tanto le cose vanno come vanno, altrove sì, ma qui che si può fare? Ecco, vorrei una Sardegna dove la specialità fosse di ricordare quanto fa parte del nostro patrimonio di asserviti, di orgogliosi, di emigranti, di banditi, di pastori, di matriarche, di coloni, di contadini, di meticci, di menti fini, di Presidenti della Repubblica, di fondatori di Partiti, di carabinieri, di poliziotti, di pescatori, di Veline Brune, di Bond Girls. Di soldati. Vorrei che ricordassimo sempre quante guerre abbiamo combattuto e per chi e perché. Vorrei che tenessimo ben presente quanto di bene, e anche quanto di male, quello che siamo ha portato nel mondo, perché una cultura sana si interroga senza consolarsi né giustificarsi. Una cultura sana diventa stabile riconoscendo i propri limiti. Vorrei che potessimo sentirci popolo anche in Sardegna, non solo appena varchiamo il mare. Vorrei una terra dove gli intellettuali dimenticassero di allisciare il pelo al potente di turno, anche a se stessi, quando le due cose coincidono. Gli intellettuali che piacciono a me non sono mai una garanzia, sono polvere negli occhi e sonni agitati per chi si è preso l’onere di governare. Voglio un posto dove i paesi sono belli almeno quanto basta per assomigliare alla bellezza di chi li abita. E non siano l’espressione, quasi l’anamnesi palese, della sindrome da incapacità di considerarsi comunità. Vorrei una terra dove è concesso sbagliare e dove è concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia mai, è sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come se fossero di tutti noi. Dove si riuscisse ad includere piuttosto che escludere, nella lingua come nella cultura, nella natura come nell’economia. Vorrei che parlassimo un linguaggio senza dietrologie e che imparassimo ad amarci come vorremmo essere amati, come sentiamo di dover essere amati. Voglio tutto quello che possiamo avere, perché noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa...

Marcello Fois .. in Sardegna non c'è il mare

domenica 5 aprile 2015

In Sardegna non c'è il mare

In Sardegna non c'è il mare

Qui il silenzio è impregnato di una strana, inspiegabile inquietudine, quella dei padri pastori, probabilmente. È l'epica di una Barbagia troppo spesso vittima della sua stessa epica. È un posto senza malìe, è quello che appare: una storia scritta sulle facce, su ogni masso di granito, su ogni ciottolo di fiume dei selciati.

La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve… Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di ‘divertimentificio’, la costa barbaricina rifiuta la condizione di ‘Caraibi del Mediterraneo’, che tanto piace ai tour operators improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi cioè passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove è sempre estate, a quella barbaricina dove le stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza. È proprio l'inverno che dà alla Barbagia quella profondità di territorio vivo, che differenzia il viaggiatore dal vacanziere. Perché come l’estate sostanzia il mare, l’inverno sostanzia i monti… a Nuoro, in Barbagia, d’inverno… Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto più straordinario dell'intera strada statale 131, dal mare fino all'interno, salendo appena sareste gratificati nella vista e nell'olfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e d'azzurro, di pini, di lentischio, vigneti, querceti; di mare e montagne che si baciano. Nuoro è più in là, seminascosta, sull'altipiano

  Marcello Fois - In Sardegna non c'è il mare - Laterza

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