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mercoledì 31 luglio 2019

Perdono


Francesco Lamendola



come dice Nietzsche, si può sempre perdonare il tradimento che l'amico ha fatto a nostro danno, ma è impossibile perdonargli il tradimento che ha fatto di se stesso.



venerdì 12 gennaio 2018

La realtà dell'altro non è in quello che rivela, ma in ciò che non può rivelare



Una cara amica ci ha detto, recentemente - citando un autore che non le veniva in mente, ma che è il poeta libanese Khalil Gibran - che la realtà dell'altro non è in quello che rivela, ma in ciò che non può rivelare; per cui, se si vuole veramente capirlo, non bisogna ascoltare le parole che egli dice, ma quelle che non dice.
 
È una osservazione molto profonda e molto vera, sulla quale sarebbe opportuno riflettere a lungo: i nostri rapporti col prossimo ne sarebbero radicalmente trasformati, e, osiamo pensare, probabilmente in meglio.
 
Non si tratta semplicemente di sforzarsi di assumere il punto di vista dell'altro, cosa già assai rara, per quanto preziosa e, sovente, indispensabile, se vogliamo dare qualità e spessore alle nostre relazioni interpersonali. Si tratta di imparare a cogliere i suoi silenzi, le sue assenze, i suoi dinieghi: perché è lì che si cela il mistero ultimo della sua anima.
 
Naturalmente, oltre alle cose che l'atro non dice, vi sono tutte le cose che l'altro non esprime con il corpo, con le azioni, con l'espressione del viso; perché le parole sono un mezzo di comunicazione intenzionale, e, come tale, non sempre veritiero e non sempre attendibile; ma il corpo, i gesti, la mimica facciale, possono essere «letti» come espressione in gran parte immediata, e quindi sostanzialmente veritiera, del nostro essere profondo.
 
Vogliamo dire che, se il linguaggio umano è per sua natura ambiguo, sia perché falsificabile, sia perché i suoi stessi silenzi possono essere studiati ad arte, il linguaggio del corpo parla, invece, chiaramente: e, se «mente», la sua menzogna è più che evidente, se si possiede anche solo un minimo di penetrazione psicologica.
 
Perciò, se davvero si desidera accostarsi - per quanto possibile - al mistero di un'altra anima, bisogna confrontare l'osservazione dei silenzi del corpo con l'ascolto dei silenzi delle parole; e, unendo i due diversi elementi, ne risulterà un quadro abbastanza esatto di ciò che quell'anima non è in grado di esprimere.
 
Ora, quando un'anima non è in grado di esprimere qualcosa, ciò può dipendere da due fattori: o da un limite oggettivo, nel senso che quel qualcosa sfugge completamente al dominio spirituale di quell'anima; o da un limite soggettivo, nel senso che essa ha disimparato a coltivare una parte di se stessa, o ha perso la fiducia in sé, oppure ancora nel senso che essa possiede delle potenzialità di cui non è consapevole, ma che, poste le condizioni adatte, sono suscettibili di risvegliarsi e di fiorire pienamente.
 
Se il limite è oggettivo, non c'è niente da fare: nessuno stimolo, nessuna attenzione, nessuna dolcezza, potranno risvegliare ciò che non esiste. Questo, di illudersi circa delle potenzialità che non vi sono, è un errore piuttosto caratteristico nell'incontro fra due anime, specialmente da parte delle donne.
 
Si direbbe quasi che nella natura femminile vi sia una fede tenace nella possibilità di modificare l'altro, portando a galla certe supposte qualità che giacerebbero sul fondo, addormentate. Gli ammiratori delle donne affermano che questo è il segno distintivo della loro nobiltà, della loro generosità, della loro disponibilità a mettersi in gioco illimitatamente, senza riserve; i loro detrattori vi scorgono, al contrario, gli indizi inequivocabili della loro ostinata volontà di manipolazione dell'altro, di dominio e di sottile sopraffazione.
Probabilmente vi è qualcosa di vero in entrambe le posizioni.
 
Scommettere che nell'altro vi siano virtù nascoste, qualità assopite e, in genere, più cose di quante non appaiano all'esterno, è certamente un segno di sensibilità, apertura e fiducia nella natura umana; ma il confine che separa tutto ciò da un latente desiderio di esercitare un controllo sull'altro, trattandolo alla stregua di una propria creatura, è spesso labile e incerto.
 
Sia come sia, non c'è motivo di soffermarsi troppo sui limiti oggettivi dell'anima; così come è un interrogativo che ci porterebbe troppo lontano, quello di chiederci perché mai a certe anime siano preclusi determinate sensibilità, determinate potenzialità, determinati luoghi dell'essere. Il fatto è quello, e negarlo sarebbe una forma illusoria di democraticismo esasperato: non è vero che tutte le anime possano arrivare agli stessi traguardi; non è vero che tutte le anime sentano le cose allo stesso livello di profondità: non nella loro vita presente, per lo meno.
 
Dunque, ci sembra più interessante concentrare l'attenzione sull'altro aspetto della questione, ossia sui limiti soggettivi dell'anima.
Abbiamo già detto che il confine tra le due cose non è sempre netto e preciso; o meglio che, sovente, non è riconoscibile a priori, ma solo dopo averne fatto l'esperienza concreta. Pertanto, lasciamo perdere il caso in cui un'anima sembri incapace di esprimere certi contenuti per motivi contingenti, mentre invece la sua incapacità è costituzionale: come se si pretendesse da un longilineo di eccellere nel lancio del peso, o a un individuo di cinquanta chili di cimentarsi, nel pugilato, nella categoria dei pesi massimi.
 
Un'anima può disimparare a esprimere certi contenuti, oppure può non aver mai saputo di possederli, o, ancora, può perdere la fiducia in se stessa, per le ragioni più svariate; ma tutte, generalmente parlando, riconducibili a una sostanziale ignoranza di sé, a una inconsapevolezza o a una mancanza di fedeltà alla propria chiamata.
 
L'ignoranza di sé è la tipologia più diffusa: non per nulla, quasi fin dagli albori della filosofia occidentale, sentiamo risuonare, da parte dei grandi saggi, il solenne ammonimento: «Nosce te ipsum», «Conosci te stesso», come premessa fondamentale e irrinunciabile alla nostra condizione di uomini, nel pieno senso della parola.
 
Vi sono, d'altra parte, vari generi di mancata conoscenza di sé: non sono tutti uguali, non tutti si equivalgono. A un estremo della scala vi è l'inconsapevolezza che deriva dalla mancanza di esperienza: questa è la condizione tipica dei bambini; aggiungendo, contemporaneamente, che se al bambino difetta la conoscenza razionale e discorsiva della propria anima, non gli difetta affatto la conoscenza intuitiva e sensoriale.
 
Il bambino, infatti, pensa per immagini, mentre l'adulto pensa per concetti; e, come osservava giustamente Ernst Jünger, ridurre il pensiero ad una forma di attività esclusivamente concettuale significa trattare la lingua con la medesima crudeltà di colui che vede soltanto le categorie sociali, ma non gli uomini in carne ed ossa.
 
All'estremo opposto della scala troviamo la mancata conoscenza di sé da parte di quelle anime che non si sono mai interrogate, perché non si sono mai trovate nelle condizioni che le sollecitassero a farlo; ma che, tuttavia, possiedono una certa riserva di ricchezza spirituale, una disponibilità ad aprirsi, una innata capacità di scendere in profondità.
 
Tra questi due estremi - l'inconsapevolezza di chi non ha esperienza e quella di chi non si è mai guardato dentro - esiste tutta una gamma di situazioni intermedie, o variamente intrecciate e confuse, nelle quali esiste una percentuale del primo tipo ed una del secondo, con prevalenza ora dell'uno, ora dell'altro.
 
Quello che hanno in comune queste classi di anime è l'incapacità, o per meglio dire l'impossibilità, di esprimere determinati contenuti, fino a quando non si verifichi un mutamento nelle circostanze esterne e non si dia loro l'occasione per compiere un salto evolutivo.
 
Una osservazione attenta dei modi espressivi di tali anime - sia nei discorsi verbali, sia nel linguaggio del corpo - è in grado di rivelare piuttosto chiaramente quali sono i limiti e le zone di silenzio proprie a ciascuna di esse; una osservazione più approfondita, potrà mostrare se si tratta di limiti oggettivi e invalicabili, o soggettivi e, pertanto, superabili.
 
Ma perché dovrebbe essere così importante il fatto di riuscire a mettere a fuoco i silenzi e le zone morte dell'anima, sia la propria che quella altrui?
Dicevamo, all'inizio, che il mistero ultimo dell'anima si cela proprio nei suoi silenzi, nelle sue assenze, nei suoi dinieghi; e che, pertanto, la qualità delle relazioni interpersonali - e, naturalmente, la qualità della relazione dell'anima con se stessa - trarrebbero un immenso giovamento dalla conoscenza di tali zone di inespressività.
 
Per non restare troppo sul vago: una persona che non ride mai ci dice già, con questo solo fatto, molte cose sulla propria visione del mondo e sul proprio grado di felicità e benessere interiore; viceversa, una persona che scherza sempre e non fa mai discorsi seri, nemmeno a tu per tu con gli amici più intimi e fidati, rivela anch'essa un disagio profondo, che invano si sforza di dissimulare dietro la cortina delle battute e delle barzellette.
 
Il linguaggio del corpo, come dicevamo, è ancora più esplicito e ancora meno falsificabile: una persona che si veste sempre da capo a piedi, anche nelle giornate estive più soffocanti, la dice lunga sulla conflittualità con il proprio corpo; un'altra, che cammina sempre curva e con lo sguardo a terra, tradisce la mancanza di autostima e di fiducia nella vita.
 
Per venire a questioni più essenziali: una persona che non parla mai della morte, e che, davanti allo spettacolo di essa, si ritrae e tende a fuggire, manifesta chiaramente il suo terrore in proposito, la sua non accettazione della finitezza, la sua tendenza a eludere i problemi ai quali non è dato sottrarsi: e quindi, in definitiva, la sua pronunciata immaturità.
 
Esiste un caso, però, del tutto particolare - ma che è anche il più interessante - in cui l'abito non fa il monaco, ma avviene tutto il contrario: quello dell'anima che tace su determinati contenuti, perché li ritiene così intimi e preziosi, così delicati e umbratili, da non volerne far parte con alcuno, dato che li considera al tempo stesso la propria ragione di vita e il proprio segreto più geloso.
 
Dicevamo che si tratta del caso più interessante, perché è quello delle anime più profonde e più delicate: esse non amano sbandierare la propria vita interiore, né sono propense a condividere col primo che capita i propri moti più intimi ed ineffabili; sono talmente consapevoli della preziosità di ciò che custodiscono, da avere la sensazione che, parlandone apertamente, finirebbero in qualche modo per «sporcarlo».
 
Sono anime pudiche, a volte in modo esagerato; tuttavia, in una società che tende ad esibire tutto e a mettere in vendita tutto, anche le cose più personali e riservate, non si può non provare una istintiva simpatia per lo scrupolo di segretezza che muove queste anime, e che le accompagna fedelmente nei loro silenzi e nella loro ritrosia.
 
Per fare un esempio molto semplice: può succedere che un individuo sia talmente innamorato di un'altra persona, e che, al tempo stesso, sia talmente geloso del proprio sentimento, da sorvegliarsi costantemente, affinché non gli sfugga mai una parola dalla quale gli altri potrebbero averne la rivelazione (e si badi che quest'altra persona potrebbe anche essere morta, o assente per altri motivi; oppure potrebbe essere la persona divina).
 
Tuttavia, come si è visto, il corpo non può mentire. Fate che la persona amata passi accanto o si soffermi a parlare con lui, e quell'individuo ben difficilmente potrà nascondere, suo malgrado, il proprio segreto: il corpo trema, comincia a sudare; lo sguardo s'illumina; le guance avvampano; il respiro si fa irregolare: chi non conosce i celebri versi di Saffo, nei quali la poetessa greca descrive gli effetti fisici dell'innamoramento?
 
Dunque, è importante saper interpretare i silenzi dell'altro, saper capire che cosa significa quello che la sua anima non è capace di esprimere. Ovviamente, è altrettanto importante saper capire ed interpretare i propri stessi silenzi e le proprie assenze.
 
Una persona non ha mai ballato e pensa che mai vorrà farlo: che cosa si cela dietro quel rifiuto di lasciare che il proprio corpo si muova in libertà, al ritmo della musica? I bambini, istintivamente, amano ballare: dunque, si tratta di una tendenza innata e naturale.
 
Non vogliamo in alcun modo introdurre nei rapporti sociali, e magari nei rapporti dell'anima con se stessa, la «cultura del sospetto» di freudiana memoria; non intendiamo dire che dietro ogni parola si celi il suo contrario, e che dietro ogni gesto stia nascosto il gesto opposto.
 
Quel che abbiamo cercato di sostenere è ben altro: e cioè che l'anima dovrebbe abituarsi a guardare oltre le apparenze, oltre le strettoie del pensiero concettuale, oltre i giochetti del nascondimento o, peggio, della pigrizia morale: e cominciare a mettersi in gioco.
 
Una vita piena e degna di essere vissuta è quella in cui l'anima non tende al risparmio, non si camuffa, non fugge: ma si guarda dentro per quella che è, si ascolta, si ama, si perdona, e si apre fiduciosamente agli altri, nella misura in cui è disposta a condividere con essi i rischi e le gioie di chi non vuole vivere all'insegna della paura e dell'impotenza.

Francesco Lamendola - 17/07/2009

domenica 3 luglio 2016

miracoli e congiunzioni astrali - 5

Riletture:
Francesco Lamendola
.... l'amicizia indissolubile fra due anime è una di quelle esperienze eccezionali che possono conferire significato e valore ad una intera esistenza umana.
 
In essa, infatti, ciascuna delle due parti si sente continuamente sollecitata a dare il meglio di sé, in termini di devozione, gratitudine, lealtà, solidarietà, abnegazione, all'interno di una nobile competizione per non essere mai da meno l'una dell'altra; ed è così rara perché, se è vero - come sosteneva Aristotele - che la vera amicizia è propria solo dei buoni, allora bisogna ammettere che l'amicizia fra anime è propria soltanto delle anime eccellenti: le quali, nel panorama della vita ordinaria, costituiscono notoriamente una merce assai poco frequente.

giovedì 12 maggio 2016

la sensibilità non ha sesso

Riletture: Francesco Lamendola
La sensibilità non è donna... la sensibilità è umana.
Quando la trovi in un uomo... diventa poesia.
Alda Merini
 
La sensibilità è fra le doti non indispensabili. Che cosa se ne farebbe il cittadino del terzo millennio, tutto proteso a conquistarsi il proprio spazio sociale, a ritagliarsi la propria fettina di visibilità, di successo (anche economico), di gratificazione esteriore? In un mondo che si disinteressa di fini e di valori, ma che punta quasi esclusivamente alla soluzione di problemi pratici, a che cosa può servire la sensibilità, una dote non spendibile in termini quantitativi?

La sensibilità è umana
     Francesco Lamendola

venerdì 24 luglio 2015

amicizia tra anime




Qual è l'amicizia perfetta fra due esseri umani Qual è l'amicizia perfetta fra due esseri umani: quella fra due Persone o quella fra due Anime? La differenza è che le Persone sono ancora condizionate dalla dura scorza dell'Ego, dalle circostanze esteriori (sociali, culturali, economiche), dalla convergenza di interessi specifici; mentre le Anime affini vanno dritte l'una al cuore dell'altra.

Secondo noi, non c'è alcun dubbio che l'amicizia tra Anime sia il livello più alto che l'amicizia può assumere nella vita terrena; essa non bada in alcun modo alle circostanze e alle convenienze e non si impernia attorno a particolari motivi d'interesse; ma è caratterizzata da un'attrazione e da una dedizione totali, ed in essa si ha sovente l'impressione di ritrovare qualcosa che si era già vissuto altrove.

Invero, vi è qualcosa di arcano e quasi di sconvolgente in quella forza misteriosa che ci sospinge irresistibilmente verso un altro essere umano, al di là di qualunque ragionamento e di qualsiasi argomento razionale o suscettibile di essere esaminato e spiegato in termini razionali; qualcosa che fa realmente pensare alla metempsicosi e alla reminiscenza, come se ci fosse dato di ritrovare qualcuno che avevamo già conosciuto prima, anche se, in questa vita, siamo assolutamente certi che non avevamo mai visto quella tale persona.

Quando, poi, una amicizia fra Anime si instaura fra due individui di sesso diverso - evento raro e difficile, e sempre sospeso su un filo di rasoio - noi veramente sentiamo una potenza immensa sprigionare da essa, sentiamo le nostre forze moltiplicarsi inspiegabilmente; ci sembra di trasformarci quasi in creature sovrumane, non per qualche nostro merito speciale, ma proprio in virtù di quella prodigiosa alchimia che si sprigiona dal contatto e dall'incontro profondo tra la nostra anima e quella dell'altra (o dell'altro).

A volte gli psicologi moderni creano parole ed espressioni nuove per indicare contenuti antichi: l'amicizia fra Anime designa, in fondo, qualcosa di molto vicino al concetto di «amicizia spirituale», ben noto ai filosofi e ai teologi medievali (cfr. il nostro precedente articolo «Bellezza, bontà e verità dell'amicizia spirituale nel pensiero di Aelredo di Rievaulx», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice). Un altro aspetto importante dell'amicizia fra Anime è che essa si configura sempre come un triangolo: perché, accanto ai due individui in essa coinvolti, si staglia la presenza di un Altro, che ne è il supremo garante ed il silenzioso testimone: è da Lui che scaturisce un altissimo concetto della verità, per cui né l'una, né l'altra anima oserebbero mentire, ingannare, barare al gioco della vita in qualunque maniera, come invece avviene, purtroppo, nell'amicizia tra persone.

In un certo senso, l'Altro è sempre presente, e non solo nelle relazioni umane; ma solo nell'amicizia tra anime Egli diviene elemento decisivo, perché solo nell'amicizia tra anime i due contraenti preferirebbero qualunque male, anche la morte, piuttosto che venire meno alla verità che vive in essa e rimangiarsi la sacra promessa di lealtà e fedeltà incondizionate. «Non esiste amore più grande di colui che dà la vita per i propri amici», ebbe a dire un Maestro che, di queste cose, se ne intendeva.

Scrivono Connie Zweig e Steve Wolf nel libro «Il volto nascosto dell'anima» (titolo originale: «Romancing the Shadow», New York, Ballantine Books, 1997; traduzione italiana di Laura Castoldi ed altri, Milano, Rizzoli Editore, 1997, pp. 232-34): «In molte culture vengono organizzati rituali per onorare il vincolo unico dell'amicizia. In India ragazzi si sposano due volte: prima, durante la pubertà, si legano a un amico verso il quale si assumono un impegno per la vita e poi, all'età di sedici anni, scelgono una moglie, con cui allacciano un altro legame inscindibile. Grazie a questi riti il ragazzo impara ad avere fiducia nelle relazioni, insegnamento che non dimentica mai. Anche in Germania le cerimonie dell'amicizia richiedono che le due persone, ciascuna delle quali tiene in mano un boccale di vino o birra, si avvicinino fisicamente intrecciando le braccia e vuotino i bicchieri dopo aver formulato una promessa di fratellanza eterna.

Questo tipo di amicizia non è un'amicizia tra Persone, che potrebbe nascere da circostanze comuni come quella in cui vengono a trovarsi i colleghi di lavoro, i componenti di una squadra sortiva o i genitori di bambini in età scolare. Di solito non deriva da una coincidenza degli obiettivi come quelli perseguiti dai membri di un club che mirano ai medesimi risultati o dai membri di una comunità spirituale alla ricerca di una consapevolezza più elevata, i quali condividono il legame dello spirito, che trascende la Persona, ma non il legame più personale dell'anima. In un'amicizia al livello della Persona possiamo essere attratti dagli scudi dell'altro individuo (sesso, denaro, potere) e cercare di accattivarceli per il nostro interesse, di sfruttarli per i nostri fini. Può darsi che rimaniamo imprigionati in determinati ruoli, in cui uno porta l'altro alla dipendenza o ha una posizione di superiorità perché l'altro prova invidia o vergogna; oppure può darsi chele due persone pratichino un'attività insieme, come lo shopping o il basket, senza molta confidenza. In un'amicizia tra Persone i due individui tendono infine a esprimere sentimentalismo, che rappresenta un surrogato, una forma facilmente digeribile delle emozioni più profonde e oscure.

In un'amicizia tra anime accettiamo e riconosciamo invece le nostre nature essenziali. I ruoli sono più fluidi; il rispetto è reciproco; quello che avvertiamo come un legame profondo non si basa tanto sul "fare" quanto sull'"essere". L'amicizia a livello dell'anima richiede una lealtà che vada al di là de sentimenti o delle opinioni effimere dell'amico, una lealtà che spera gli obiettivi e le apparenze temporanei. Richiede autenticità o lealtà dell'anima. Richiede infatti di onorare il Terzo dell'amicizia. In cambio offre un posto ove non abbiamo bisogno di nasconderci.

L'amicizia tra anime assume inoltre significati diversi a seconda del contesto. Per due ragazzine che si conoscono durante l'adolescenza, provano un forte interesse reciproco, entrano nella fase del guscio, diventano inseparabili e rimangono amiche fedeli negli anni del college, del matrimonio e della maternità, l'amicizia tra anime sopravvive al passare del tempo. Dura nonostante le circostanze mutevoli e le differenze evolutive. Può darsi che perda di intensità, che rimanga latente per anni o che rappresenti l'unica relazione stabile della vita, un rapporto che dura persino più del matrimonio. Ognuna delle due donne coinvolte ha una testimone alla stria della propria vita. Se è fortunata, ognuna delle due ha un posto dove sentirsi a casa.

Per queste amicizie intramontabili il ricordo della storia vissuta in comune è un fattore chiave. Mnemosine, la dea della memoria, alimenta il rapporto permettendo agli amici di unirsi attraverso il passato quando il legame presente si assottiglia. In quanto madre delle Muse, ama la meditazione, i racconti, le rime e i miti nonché le immagini che danno unità alle narrazioni. Quando gli amici si abbandonano ai ricordi sono meno interessati ai fatti o agli avvenimenti che alla memoria simbolica, al ricordo di momenti vissuti con intensità e carichi di significato. Come la psicoterapia, l'amicizia dà spazio a questo tipo di memoria soggettiva.

Alcuni amici che si incontrano dopo anni hanno l'impressione di riconoscersi l'un l'altro a un livello profondo e inespresso; l'affinità trascende le loro storie personali. Non hanno dunque bisogno di voltarsi indietro e ricordare il passato. Entrano insieme nel presente come se il loro legame non avesse tempo, come se il Terzo fosse esistito prima del loro incontro e incollasse i loro destini l'uno all'altro.

Coloro che sono attratti dall'affinità o che amano incontrare persone simili a se stessi provano una sensazione di risonanza con l'altra persona come se si trattasse di un gemello. Come i greci Castore e Polluce, in alcune tribù africane i gemelli rappresentano l'ideale dell'amicizia. I bambini nati nello stesso giorno sono considerati gemelli che in qualche modo sono stati separati prima della nascita ma che sono uniti da un legame eterno. Gli amici condividono quindi il percorso prima e dopo la vita; i loro destini sono intrecciati. Incarnano il mistero del due in uno.»

L'amicizia fra anime, come dicevamo, è di per se stessa uno degli indizi che sembrano suggerire la realtà di una nostra esistenza anteriore a questa vita presente, perché essa, talvolta, nasce e si sviluppa con ardore così impetuoso, con forza così invincibile, come se ciascuno dei due individui percorresse una strada già nota in precedenza: la strada di casa.

Dove fosse la nostra casa prima di questa vita, nessuno può dirlo, così come nessuno può dire con precisione dove essa sarà, dopo che ce ne saremo andati; ma quel legame indissolubile, che unisce due anime per la vita e per la morte, riesce difficile da spiegare, se si ritiene che tutto ciò che esiste sia qui, ora, sotto i nostri sensi, e che non vi siano né un prima, né un dopo. Invero, così come certi legami tra figli e genitori sembrano suggerire che siano stati i primi a scegliere i secondi, in un altrove che nessuno potrebbe precisare, allo stesso modo certi legami che si stabiliscono nell'amicizia fra anime fanno pensare al ritrovarsi di due anime che si erano già conosciute e che già godevano della reciproca vicinanza come del bene più prezioso.

Nell'amicizia fra anime cade ogni astuzia, ogni competizione, ogni istinto di supremazia, per lasciare il posto al desiderio del bene incondizionato per l'altro: nessun legame umano è ad essa paragonabile, nemmeno quello tra genitori e figli, perché quest'ultimo ha un'origine biologica e sociale, mentre quella si direbbe venuta direttamente dal cielo.

Molti poeti e scrittori antichi ne hanno compresa tutta l'importanza e la magnificenza, e l'hanno celebrata in alcune delle pagine più belle della letteratura di ogni tempo; un esempio per tutti è quello dell'amicizia fra Eurialo e Niso, nell'«Eneide», ove Virgilio tocca un vertice insuperato nella descrizione di tale sublime sentimento, così come neppure Omero aveva saputo fare (se non, forse, nell'ambito dell'amicizia fra uomo e animale, e precisamente nello stupendo episodio del cane Argo, che attende per venti anni il ritorno del suo padrone Ulisse, nell'«Odissea»). La tanto decantata amicizia fra Achille e Patroclo, in confronto, appare sbiadita e indefinibile: infatti noi possiamo intuirla, più che vederla, nei versi dell'«Iliade».

Altri esempi celebri di amicizia fra anime sono quello di Davide e Gionata, nell'ambito dell'Antico Testamento, e quello di Gilgamesh ed Enkidu, in quello della cultura babilonese. È quasi superfluo aggiungere che molti studiosi moderni, sulla scorta della psicanalisi freudiana, non hanno saputo trattenersi dal ravvisare, in ciascuna di tali amicizie leggendarie, le tracce di una forte componente omosessuale, più o meno esplicita; ma, come spesso avviene ai seguaci della dottrina del sospetto, non è detto che le loro sin troppo facili illazioni abbiano colto nel segno.

La verità è che un'amicizia fra anime è talmente rara e preziosa, talmente al di là e al di sopra delle normali amicizie tra persone, che, giudicata dall'esterno, essa può facilmente dare adito a un tale genere di pensieri; ma, spesso, a torto. Il fatto è che colui che sta su di un piano inferiore, non possiede gli strumenti concettuali ed etici per comprendere, e meno che meno per giudicare, ciò che giace ad un livello superiore.

Un esempio banale: per un uomo rozzamente materiale, una donna nuda, distesa mollemente in posa sensuale, non è altro che un richiamo ai più bassi appetiti del corpo; ma per il grande artista, come Tiziano o Giorgione, è il magnifico soggetto di una grande opera d'arte, nella quale il mistero della bellezza viene celebrato in un'aura di sublime poesia. Perciò, bisogna stare attenti a non giudicare secondo le apparenze: perché ciascuno vede secondo la propria capacità visiva, e giudica secondo il proprio metro di evoluzione spirituale.

Concludiamo queste brevi riflessioni affermando che l'amicizia indissolubile fra due anime è una di quelle esperienze eccezionali che possono conferire significato e valore ad una intera esistenza umana.

In essa, infatti, ciascuna delle due parti si sente continuamente sollecitata a dare il meglio di sé, in termini di devozione, gratitudine, lealtà, solidarietà, abnegazione, all'interno di una nobile competizione per non essere mai da meno l'una dell'altra; ed è così rara perché, se è vero - come sosteneva Aristotele - che la vera amicizia è propria solo dei buoni, allora bisogna ammettere che l'amicizia fra anime è propria soltanto delle anime eccellenti: le quali, nel panorama della vita ordinaria, costituiscono notoriamente una merce assai poco frequente.

Prof. Francesco Lamendola

mercoledì 15 luglio 2015

la sensibilità è umana





La sensibilità non è donna... la sensibilità è umana. 
Quando la trovi in un uomo... diventa poesia.
Alda Merini



La sensibilità è un dono raro fatto di intelligenza e di affettività matura
di Francesco Lamendola

Uno dei segni più impressionanti della marcia spietata della modernità attraverso i nostri cuori e le nostre menti, in nome di uno scientismo disumano e di un efficientismo fine a se stesso, è la progressiva scomparsa della sensibilità dal bagaglio spirituale delle persone.
Intendiamoci: la sensibilità è un dono, un dono raro; le persone che la possiedono, sono portatrici di un bene prezioso che non si acquisisce con lo studio, anche se lo si può affinare con l’esperienza: e, in questo senso, sono sempre esistite nel corso della storia e, forse, continueranno ad esistere, anche se alquanto ridotte di numero.
Tuttavia, mentre essa veniva apprezzata o, almeno, trovava spazio per manifestarsi in una società ancora a misura d’uomo, come era quella pre-industriale (pur con tutti i suoi limiti innegabili), si direbbe che, oggi, essa sia diventata superflua e che nessuno, o molti pochi, si dolgano della sua progressiva scomparsa, come il mondo potesse benissimo farne a meno.
Le virtù dell’animo che oggi vengono maggiormente apprezzate e lodate sono l’intelligenza pratica (anche se disgiunta da una valutazione complessiva dei problemi), la determinazione nel perseguire i propri obiettivi (senza farsi troppi scrupoli), la sicurezza di sé (indipendentemente dall’esatta valutazione del proprio valore), la flessibilità mentale (spinta fino ad accettare i peggiori compromessi), la disinvoltura in qualsiasi circostanza (fino alle forme più discutibili di esibizionismo e narcisismo).
La sensibilità è fra le doti non indispensabili. Che cosa se ne farebbe il cittadino del terzo millennio, tutto proteso a conquistarsi il proprio spazio sociale, a ritagliarsi la propria fettina di visibilità, di successo (anche economico), di gratificazione esteriore? In un mondo che si disinteressa di fini e di valori, ma che punta quasi esclusivamente alla soluzione di problemi pratici, a che cosa può servire la sensibilità, una dote non spendibile in termini quantitativi?
Si dimentica che la sensibilità è alla base sia della creazione artistica, sia dell’intuizione dei grandi problemi scientifici; e, soprattutto, che costituisce un fattore indispensabile per l’armoniosa convivenza degli individui all’interno della società: perché, una volta spogliato di essa, qualunque gruppo umano finisce per generare continuamente attriti e tensioni che, una volta instaurati, è difficilissimo controllare e disinnescare.
La sensibilità è quella dote che spinge l’amico a farsi avanti non appena intuisce l’esistenza di una difficoltà, prima che si trovi il coraggio di chiamarlo; che risolve amichevolmente i malintesi, prima che degenerino in astiosi e prolungati rancori; che mette gli altri a proprio agio, nelle situazioni in cui si sentono esposti e indifesi; che scioglie in un sorriso tensioni vecchie e nuove, portando una nota gentile di freschezza e leggerezza; che apre gli occhi avanti allo spettacolo incantevole del mondo e sa renderne partecipi anche i cuori più distratti.
La sensibilità è la mano soave di una donna che orna con un vaso di fiori una stanza nuda e spoglia, portandovi una nota di colore e di calore.
La sensibilità è, anche, la parola giusta pronunciata al momento giusto, così come il silenzio affettuoso e partecipe, quando non vi sono parole adeguate alla situazione.
La sensibilità è saper godere delle piccole cose, delle piccole gioie, e trasmetterne il segreto anche agli altri, addolcendone le asprezze e medicandone le ferite.
La sensibilità è l’atteggiamento di delicatezza e di profondo rispetto con cui l’io si rapporta al tu, vedendo sempre in esso un soggetto di pari dignità e mai un semplice mezzo.
La persona dotata di sensibilità possiede una ricchezza in più, che la mette in grado di cogliere aspetti del reale i quali sfuggono ad altri, alimentando così incessantemente la propria profonda umanità.
Al tempo stesso, è indubbio che la persona sensibile soffre più delle altre, perché si trova esposta a quegli strali che individui dalla pelle più spessa non avvertono neppure e perché vede con maggiore chiarezza la grande distanza che separa il reale dall’ideale.
Un bambino sensibile, ad esempio, soffrirà in modo più intenso e tormentoso della mancanza di affetto dei genitori, della cattiveria dei compagni o di una crudele malattia che ha colpito una persona a lui cara; tuttavia, anche le sue risorse sono in proporzione alla sua sensibilità, per cui difficilmente egli si troverà del tutto indifeso davanti ai colpi della vita.
Il fatto che la persona sensibile sia, per un certo aspetto, più esposta, non significa che la sensibilità sia un dono avvelenato per coloro che lo ricevono, perché le possibilità positive che essa conferisce superano immensamente gli svantaggi, al punto che non è nemmeno possibile istituire un raffronto tra questi e quelle.
Per quanto maggiormente esposta ad essere ferita da taluni circostanze della vita, la persona sensibile possiede, non di rado, una visione del reale così profonda e radicata, così matura e consapevole, da poter elaborare anche gli strumenti per riflettere sulla propria condizione e per apprestare nuove risposte alle sfide che le vengono incontro, spostandole, al tempo stesso, su di un livello sempre più alto e spirituale.
Nulla di quanto accade alla persona sensibile si perde nei rigagnoli e nella palude stagnante del tirare a campare; su tutto ella medita con profonda serietà, cercando in ogni cosa il significato riposto, l’occasione di una evoluzione e di una elevazione. È ricettiva nel miglior senso dell’espressione: tutto il suo essere è spalancato sul mistero della vita.
Ecco perché l’impressione di fragilità, che talvolta le persone sensibili possono dare ad uno sguardo un po’ superficiale, molte volte non corrisponde alla realtà dei fatti. È vero che, in certe situazioni, esse rimangono come disarmate, là dove altre persone non incontrano che lievi difficoltà o anche nessuna; ma è altrettanto vero che ciò vale specialmente per gli ostacoli di ordine inferiore, per quelli che coinvolgono l’essere solo superficialmente.
In moltissimi casi nei quali la posta in gioco è molto più alta; casi nei quali, ad esempio, non si tratta di normali contrattempi della vita, ma di grossi ostacoli e di grosse prove, ebbene le persone sensibili sanno tirare fuori, al momento opportuno, una grinta e una determinazione invidiabili, che gli altri non si sognano nemmeno di possedere. La loro è una forza che emerge nelle situazioni più ardue, là dove è in gioco l’anima stessa di una creatura umana.
Naturalmente, la sensibilità, da sola, può essere un fattore di debolezza nelle circostanze ordinarie della vita, e talvolta anche in quelle straordinarie: i soldati che impazzivano in guerra, o venivano fucilati perché rifiutavano di obbedire all’ordine di avanzare sotto il fuoco nemico, sovente non erano dei vili, ma semplicemente degli uomini sensibili.
Tuttavia, si può facilmente osservare che la sensibilità, in genere, si accompagna ad altre doti della mente e del cuore, che la bilanciano e la trasformano in qualcosa di potente, che conferisce a chi la possiede una marcia in più rispetto agli altri, non una in meno. È come se una sapiente distribuzione delle risorse umane avesse tenuto conto di tutto e avesse provveduto affinché un potenziale fattore di forza non si trasformasse in un elemento di debolezza.
Qualcuno potrebbe obiettare che non sempre è così: che esistono delle persone ipersensibili le quali non possiedono la fermezza, la costanza, la forza d’animo per controbilanciare gli svantaggi della loro condizione; persone che, messe di fronte ai problemi della vita, non riescono ad affrontarli e ne finiscono crudelmente schiacciate. Questo è vero: bisogna essere onesti e riconoscere che, talvolta, le cose vanno proprio in questo modo.
La stessa cosa, però - se si vuole essere altrettanto onesti - bisogna riconoscere che avviene anche rispetto ad altre doti dell’animo. L’intelligenza, per esempio, quando è particolarmente acuta, ma astratta, e non accompagnata da forza di volontà e chiarezza di percezione, può ritorcesi contro colui che la possiede e rendergli la vita più difficile, perché gli consente di vedere in maniera fin troppo chiara tutti gli ostacoli che sorgono sul suo camino e, al tempo stesso, la grande difficoltà di oltrepassarli.
La stessa cosa si può dire per le doti del corpo, prima fra tutte la bellezza. È fin troppo evidente che essa costituisce una marcia in più per colui o colei che la possiedono, ma solo a condizione che si accompagni alla saggezza nel modo di gestirla: perché la bellezza è una forza poderosa, che può essere tanto benefica quanto distruttiva per chi non ne sappia fare buon uso.
Quanti belli e quante belle del cinema, dello spettacolo, della moda, sono finiti male, magari suicidandosi, a causa di un malessere esistenziale accentuato dalla loro condizione di apparenti privilegiati dalla sorte? Perché la bellezza rende anche molto vulnerabili e, in un certo senso, ricattabili da parte degli altri: ci si aspetta, infatti, che la persona bella lo sia sempre, ad ogni costo: a dispetto delle preoccupazioni, dei dispiaceri, e perfino dell’età: cosa, evidentemente, impossibile. Se la bellezza è una forma di potere, lo è a doppio senso: a vantaggio chi la possiede, ma anche a danno di chi la possiede.
Per tornare alla sensibilità, quindi, non bisogna fare l’errore di giudicare le cose guardandole solo da un punto di vista: per poterle valutare esattamente, bisogna guardarle sotto tutti i punti di vista; bisogna, per così dire, girar loro attorno, e considerarne anche i lati nascosti. La sensibilità, il più delle volte, si accompagna ad altre doti che offrono la possibilità di trarne il massimo vantaggio, in termini di consapevolezza e di pienezza esistenziale: sta al singolo individuo che l’ha ricevuta in dono, poi, di imparare a farne buon uso.
Mentre sto scrivendo, dalla finestra posso vedere un immenso scenario che si sta spalancando dalle nuvole squarciate, al termine di un violento acquazzone, ed i raggi del sole al tramonto erompono da dietro i cumuli che si erano posati al fondo della valle e che stanno ora cominciando a risalire lungo le colline.
La vegetazione esplode di mille note freschissime di colore e infinite sfumature di verde si accendono sugli alberi, nei vigneti, negli orti, nei giardini e più in su, lungo i fianchi delle colline e delle imponenti montagne retrostanti; una luce incantevole, magica, si posa su tutto, abbracciando ogni cosa nella sua gloria fiammeggiante.
È la sensibilità che permette agli esseri umani di vedere e apprezzare sino in fondo le meraviglie del mondo in cui vivono; è la sensibilità che consente loro di fondere le impressioni del presente con i giochi della fantasia e con i dolci ricordi del passato, dipingendo un affresco incantato con vivaci pennellate cariche di poesia.
Se non vi fosse la sensibilità, il mondo ci si presenterebbe come opaco e spento ed ogni cosa, ogni suono, ogni profumo, scivolerebbero via veloci, senza lasciare traccia nel nostro animo; la nostra vita sarebbe ristretta entro gli angusti orizzonti delle necessità pratiche, del calcolo, della convenienza, dell’interesse.
Tutto sarebbe veramente molto squallido; e la cosa più squallida sarebbe proprio l’impossibilità di rendersene conto, perché solo la coscienza della nostra natura di creature sensibili ci permette di stabilire la differenza qualitativa che corre tra un mondo ridotto a puro gioco di interessi in competizione ed un mondo abbellito e ingentilito da una luce soave di bellezza.
Sia lode a quella benevola forza creatrice che ci ha dato, insieme all’incanto del mondo, la possibilità di esserne coscienti e, perciò, di diventarne partecipi.
Dovremmo ricordarcene sempre, in ogni singolo giorno e ad ogni singola ora: specialmente quando, piegati sotto la sferza crudele della sofferenza, ci sentiamo talvolta tentati di calunniare la vita e di maledire il nostro essere nel mondo.
La sensibilità è il dono divino che ci offre la possibilità di essere spettatori di una rappresentazione incomparabile, alla quale siamo chiamati a partecipare.
Siamo stati chiamati da sempre, fin da prima di venir concepiti nel seno di nostra madre; fin da prima che il mondo fosse.
Non siamo qui per caso.
La forza possente dell’Essere ci ha tratti fuori dal non essere, scegliendoci da prima che il tempo incominciasse ad esistere; e ad essa la nostra anima aspira ardentemente a ritornare.
di Francesco Lamendola

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