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domenica 17 marzo 2019

SI FERMA IL SESSO SPIRANDO

Carlos Drummond De Andrade

L'orgasmo dunque coroni l'ora della mia fine
e possa io partire, l'essere nella pienezza,
imperlando di seme l'eremo irreparabile.


Eros mi scuote
SI FERMA IL SESSO SPIRANDO
Si ferma il sesso spirando, io mi giro, spirante.
Fonte della mia vita, in te m'avvolgo e affondo.
Amore, amore, amore - il braciere raggiante
che mi dà, con l'orgasmo, la spiegazione del mondo.
 
Povera carne senile, che vibra insoddisfatta,
la mia si ribella alla morte annunciata.
Voglio ancora invadere quell'angusto anfratto
dove il maggior diletto mi propizia l'amata.
 

Domani, mai più. Oggi stesso, forse,
mi si congela il nervo, mi svanisce il piacere
prima che, deliziosa, cessi l'esplorazione.


 
L'orgasmo dunque coroni l'ora della mia fine
e possa io partire, l'essere nella pienezza,
imperlando di seme l'eremo irreparabile.
 
Carlos Drummond De Andrade

sabato 16 marzo 2019

DONNA CHE GIRA NUDA PER LA CASA

Carlos Drummond De Andrade

Passano curve in stato di purezza, dando alla vita un nome: castità.

Eros mi scuote
DONNA CHE GIRA NUDA PER LA CASA
Donna che gira nuda per la casa
tutto mi ammanta di una grande pace.
Non é nudità datata, provocante.
E' un girar di nudità vestita,
innocenza di sorella e bicchier d'acqua.

Il corpo neppure lo si nota
al ritmo che lo porta.
Passano curve in stato di purezza,
dando alla vita un nome: castità.

Peli che affascinavano non turbano.
Seni, natiche (tacito armistizio)
riposano dalla guerra. E anch'io riposo.

Carlos Drummond De Andrade

mercoledì 29 marzo 2017

lettera

Carlos Drummond de Andrade

Sono invecchiate tutte le notizie.
Sono invecchiato anch'io: Guarda, in rilievo,
questi segni su di me, non delle carezze
(cosi' leggere) che mi facevi in viso:
sono ferite, spine, sono ricordi


Definitivo, come tutto ciò che è semplice
E' molto tempo, si', che non ti scrivo.
Sono invecchiate tutte le notizie.
Sono invecchiato anch'io: Guarda, in rilievo,
questi segni su di me, non delle carezze
(cosi' leggere) che mi facevi in viso:
sono ferite, spine, sono ricordi
Lasciati dalla vita al tuo bambino, che al tramonto
perde la sapienza dei bambini.
 
La mancanza che ho di te non e' tanto
all'ora di dormire, quando dicevi
«Dio ti benedica», e la notte si spalancava in sogno.
 
E' quando, allo svegliarmi, vedo a un angolo
la notte accumulata dei miei giorni,
e sento che son vivo, e che non sogno.
 
Carlos Drummond de Andrade

mercoledì 22 marzo 2017

Definitivo, come tutto ciò che è semplice

Carlos Drummond De Andrade

La risposta è semplice come un verso:
Avere meno illusioni e vivere di più!!!

Definitivo, come tutto ciò che è semplice
Definitivo, come tutto ciò che è semplice.
Il nostro dolore non deriva dalle cose vissute,
ma dalle cose che sogniamo e che non si realizzano.
Perché soffriamo tanto per amore?
Sarebbe meglio che la gente non soffrisse,
e ringraziasse anche solo per aver conosciuto una persona tanto buona,
che generò in noi un sentimento intenso
che ci ha accompagnato per un tempo ragionevole,
un tempo felice.
Perché soffriamo ?
Per tutti i baci cancellati, per l’eternità.
Soffriamo, non perché il nostro lavoro è stressante e paga poco,
ma per tutte le ore libere
che non abbiamo avuto per andare al cinema,
per conversare con un amico,
per nuotare, per innamorarci.
Perché automaticamente dimentichiamo quello che abbiamo goduto
e cominciamo a soffrire per i nostri progetti irrealizzati,
per tutte le città che avremmo potuto conoscere a fianco del nostro amore,
per tutti i figli che avremmo avuto piacere ad avere vicino,
per tutti gli show, i libri e i silenzi che avremmo gradito condividere,
Soffriamo, non perché nostra madre è impaziente con noi,
ma per tutti i momenti in cui le avremmo potuto confidare
le nostre più profonde angosce
e fosse interessata a comprenderci.
Soffriamo, non perché la nostra squadra ha perso,
ma per l’ euforia soffocata.
Soffriamo non perché invecchiamo,
ma perché il futuro è da noi confiscato,
impedendo così che ci accadano mille avventure,
tutte quelle con le quali sogniamo e
mai tentiamo di sperimentare.
Come alleviare il dolore di ciò che non fu vissuto?
La risposta è semplice come un verso:
Avere meno illusioni e vivere di più!!!
Ogni giorno che vivo,
mi convinco sempre più
che lo spreco della vita
è nell’amore che non diamo,
nelle forze che non usiamo,
nella prudenza egoista che non rischia mai,
e che, schivando la sofferenza,
fa perdere anche la felicità.
Il dolore è inevitabile.
La sofferenza è un accessorio extra.
Vivere non fa male
 
Carlos Drummond De Andrade

domenica 3 luglio 2016

A un assente

Carlos Drummond de Andrade

e neppure ci hai lasciato il diritto di indagare
perché lo hai fatto, perché sei partito.

A un assente

Ho ragione a provare nostalgia,
ho ragione ad accusarti.
C’era un patto implicito che hai rotto
e senza accomiatarti sei partito.
Hai fatto detonare il nostro patto
hai fatto detonare la nostra vita,
la comune acquiescenza del vivere
e dell’esplorare i percorsi del buio
senza scadenze senza consultazione senza provocazione
finché non sia arrivato il momento delle foglie
che cadono nel momento di cadere.
Hai anticipato l’ora.
Le tue lancette sono impazzite, facendo impazzire
le nostre ore.
Che altro potevi fare di più grave
se non quell’atto senza seguito, l’atto in sé,
l’atto che non osiamo né sappiamo osare
perché dopo di esso non c’è nulla?
Ho ragione ad avere nostalgia di te
della nostra frequentazione fatta di un parlare fra compagni,
di una semplice stretta di mano o ancora meno, voci
che pronunciavano sillabe risapute e banali
e che erano sempre certezza e sicurezza.
Sì, ho nostalgia.
Sì, ti accuso perché hai commesso
ciò che non è previsto dalle leggi di amicizia e di natura
e neppure ci hai lasciato il diritto di indagare
perché lo hai fatto, perché sei partito.
 
Carlos Drummond de Andrade

venerdì 29 gennaio 2016

Che cosa ne pensa lei del culo?


Naturalmente, doveva succedere; è secondo le sacre e misteriose leggi della natura, e sarebbe vano, forse empio, far contrasto. Un uomo pensoso di sé e della galassia, uno studioso delle comete dell’anima, lettore di classici, amante della sintassi, cultore di aggettivi; tradotto, anche, in lingue bizzarramente locali, sussurrate da pochi e nevrotici indigeni; un uomo così fatto sa che la sperduta umanità si rivolgerà a lui come a un saggio, diciamo una roba zen, un po’ sul guru.

Mi si consenta di uscire dal generico, e di inalberare i vessilli del narcisismo. Mi hanno chiesto, a bruciapelo, come usava nell’Iowa, cosa pensavo della morte, che idea avevo dell’aldilà, che cosa pensavo di una certa nave fenicia, e naturalmente della droga, del Foscolo, dell’amore, dell’eros, dell’erotismo, della pornografia, del sesso, dell’eterosessualità, della fotografia, del cinema muto, degli handicappati, degli omosessuali, dell’inferno, della scuola, dei flipper, di Dio, del romanzo; ma un oracolo non ha raggiunto il suo culmine, non è se stesso, se non gli fanno la domanda estrema: “Che cosa ne pensa lei del culo?”.

Di questa domanda debbo osservare in primo luogo che è formulata con il “lei”, e dunque deferente, lievemente angosciata, e che include la parola “culo”. A domande così rispondeva in altri tempi il decaduto oracolo di Delfi, o la quercia di Dodona. E appunto così avrebbero parlato gli antichi: non avrebbero detto “parti deretane”, o “natiche”, o “sedere”, o “servizi”, o “didietro”, tutte parole svergognatamente senza vergogna, oneste, semplici, leali. No: è quella parola breve e sonora, quel “culo”, che vuole una risposta. Mi dicono che il culo oggi sia in crescita, che la sua dignità venga riconosciuta, che sia di moda. Quando diventerà di moda l’orecchio sinistro? O il mastoide? Le lacrime romantiche erano solo un caso – antico – di moda fisiologica?

Questo senso della indegnità del deretano, per cui lo si chiama culo, ha in sé qualcosa di razzista, giacché anche il nostro corpo ha in sé pezzi di varia estrazione; e qui siamo ebrei, lì negri, lì “gialli”, meridionali, zulù. Il culo è vergognoso e ridicolo. Il deretano è un signore serio, di modeste vocazioni, che non fa nulla per farsi notare; fa il suo lavoro, mantiene una onesta famigliola. Il sedere è di vocazione politica, un po’ supponente, chiesastico. Il didietro fa il maggiordomo in una casa patrizia, ma non gli dispiace, ed ha acquisito un certo stile. Ma il culo porta il cappello floscio dei gangster, parla con la sigaretta tra le labbra, pendula, si dice che abbia ucciso, certamente è uomo sordido, traffica in droga, fa la spia; è lo scemo del paese, ma finge.

Si dirà: c’è anche la cula. C’è veramente? Non credo. Venere aveva solo un corpo, era totalmente corpo, e di quella misteriosa forma senza carne Venere gioiva. Il culo riguarda il malparlare e il malvivere maschile dei goffi guerrieri e impiegati che vorrebbero fare i delinquenti. Come oracolo dico: la parola culo si usi solo in versi, meglio se sonetto o sestina, o prosa ciceroniana. È parola infima e sublime.

Giorgio Manganelli Improvvisi per macchina da scrivere

IL CULO, CHE MERAVIGLIA Il culo, che meraviglia. E' tutto un sorriso, non é mai tragico. Non gli importa cosa c'é sul davanti del corpo. Il culo si basta. Esiste dell'altro? Chissà, forse i seni. Mah! - sussurra il culo - quei marmocchi ne hanno ancora di cose da imparare. Il culo sono due lune gemelle in tondo dondolio. Va da solo con cadenza elegante, nel miracolo d'essere due in uno, pienamente. Il culo si diverte per conto suo. E ama. A letto si agita. Montagne s'innalzano, scendono. Onde che battono su una spiaggia infinita. Eccolo che sorride il culo. E' felice nella carezza di essere e ondeggiare. Sfere armoniose sul caos. Il culo é il culo, fuori misura. Carlos Drummond De Andrade
s

martedì 19 maggio 2015

In un minuscol punto di quel corpo, la fonte, il fuoco, il miele si concentrano.

Amor - come parola essenziale

Amor - come parola essenziale
dia inizio alla canzone e la sostanzi.
Amor guidi il mio verso e, nel guidarlo,
unisca anima e sesso, membro e vulva.
Chi osa dir di lui che é solo anima?
Chi non sente nel corpo l'anima espandersi
fino a sbocciare in un vivido grido
d'orgasmo, in un istante d'infinito?
Il corpo avvinghiato a un altro corpo,
fuso, dissolto, torna all'origine
degli esseri, che Platone vide completi:
é uno, in due perfetto: due in uno.
Integrazione a letto o già nel cosmo?
Dove ha fine la stanza e giunge agli astri?
Che forza qui nei fianchi ci trasporta
a quell'estrema regione, eterea, eterna?
Al delizioso tocco della clitoride,
tutto, ecco, si trasforma, in un baleno.
In un minuscol punto di quel corpo,
la fonte, il fuoco, il miele si concentrano.
La penetrazione via via squarcia le nubi
e svela soli tanto sfolgoranti
che mai l'umana vista ha sopportato,
ma, trafitto di luce, continua il coito.
E continua e si estende in tale guisa
che, oltre noi, oltre la stessa vita,
come attiva astrazione che si fa carne,
l'idea di godere sta godendo.
E in un patir di gaudio, tra parole,
anzi di meno, suoni, ansimi, ahi,
solo un piacere in noi raggiunge l'apice:
é quando l'amore muore d'amor, divino.
Quante volte moriamo l'uno nell'altro,
nell'umida caverna vaginale,
di quella morte che é dolce più del sonno:
la quiete dei sensi, soddisfatta.
Allora si instaura la pace. Pace di dei,
adagiati sul letto, come statue
vestite di sudore, grate per quanto
ad un dio aggiunge l'amor terreno.

Carlos Drummond De Andrade

domenica 10 maggio 2015

Era un mattino di settembre e lei mi baciava il membro

ERA UN MATTINO DI SETTEMBRE


Era un mattino di settembre
e
lei mi baciava il membro

Aerei e nuvole passavano
cori neri rimbombavano
lei mi baciava il membro

Il mio tempo di ragazzo
il mio tempo ancor futuro
tutti insieme rifiorivano

Lei mi baciava il membro

Un uccellino cantava,
nel cuore dell'albero, nel cuor
della terra, di me, della morte

Morte e primavera in fiore
si disputavano l'acqua chiara
acqua che accresceva la sete

Lei mi baciava il membro

Tutto quello che ero stato
quanto mi era già negato
non aveva ormai più senso

Solo la rosa contratta
il tallo ardente, una fiamma
e quell'estasi nell'erba

Lei mi baciava il membro

Di tutti i baci era il più casto
in quella purezza spoglia
che é delle cose donate

Non era omaggio di schiava
avviluppata nell'ombra
ma regalo di regina

che diventava cosa mia
mi circolava nel sangue
e dolce e lento e vagante

come bacio di una santa
nel più divino trasporto
e in un fremito solenne

baciava baciava il membro

Pensando al resto degli uomini
che pena avevo di loro
prigionieri in questo mondo

Il mio impero si estendeva
a tutta la spiaggia deserta
e ad ogni senso all'erta

Lei mi baciava il membro

Il capitolo dell'essere
il mistero di esistere
la delusione d'amare

eran tutto onde silenti
spente su moli lontani
e una città si ergeva

radiosa di pietre rare
e di odi ormai placati
e sulla brezza il piacere

veniva a portarmi via
se prima non mi afflosciava
come un capello si alliscia

e mi scombussolava
in cerchi tutti concentrici
nella foschia dell'universo

Baciava il membro
baciava
e se ne moriva baciando
per rinascere a settembre

Carlos Drummond De Andrade

lunedì 16 marzo 2015

Mi hai fatto la grazia

SENZA CHE LO CHIEDESSI, MI HAI FATTO LA GRAZIA


Senza che lo chiedessi, mi hai fatto la grazia
di magnificare il mio membro.
Senza che lo sperassi, sei caduta in ginocchio
in posizione pia.
Quello che è stato non è stato sepolto.
Per sempre e un giorno
il pene riceve la pietà osculante della tua bocca.

Oggi non ci sei né so dove sarai,
nell'impossibilità totale di un gesto o di un messaggio.
Non ti vedo non ti sento non ti stringo
ma la tua bocca è presente, adorante.

Adorante.

Non credevo d'avere tra le cosce un dio.

Carlos Drummond De Andrade

domenica 15 marzo 2015

SOAVE BOCCA ERRANTE

SOAVE BOCCA ERRANTE

Soave bocca errante
in superficie fino a trovare il punto
ove t'aggrada cogliere il frutto a fuoco
che non sarà mangiato ma fruito
finché non s'esaurisce il succo caldo
e lui ti lascia, o tu lo lasci, flaccido,
ma rugiadoso di bava di delizie
che frutto e bocca si permettono, dono.
 
Bocca soave e saggia,
impaziente di succhiare e segregare
intero, in te, il tallo rigido
ma folle di piacere al confinarsi
nel limitato spazio che tu offri
al suo volume e getto appassionati,
come puoi diventare, così aperta,
ricurvo cielo infinito e sepoltura?
 
Soave bocca e santa,
che piano piano vai sfogliando la liquida
schiuma del piacere in muto rito,
lenta-leccante-lecchillusoriamente
legata alla forma eretta quasi fossero
la bocca il frutto, e il frutto la bocca,
no, basta, basta, basta, basta bermi,
uccidermi e, da morto, vivermi.
 
So già cos'é l'eternità: é puro orgasmo.

Carlos Drummond De Andrade
 
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