Vi sono occhi che fanno paura perché mirano a sbranare. Servono a rintracciare la preda che, una volta scoperta, è condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi resta bollata come tale. È tremenda la fissità di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai, è prefigurata per sempre, non c’è vittima che possa modificarla. Chi entra nel suo campo visivo è già vittima, non può opporre alcuna difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale. Poiché nella realtà la metamorfosi non è possibile, miti e uomini sono sorti per causa sua.
È un mito anche l’occhio che non cerca vittime da sbranare e tuttavia non abbandona più ciò che ha visto una volta. Questo mito è diventato realtà, e chi ne ha fatto l’esperienza non può non ripensare con terrore ed emozione all’occhio che ha costretto ad annegare nella sua vastità e profondità. L’offerta è irrinunciabile: vieni a gettarti in me con tutto quello che puoi pensare e dire, vieni, dillo, e annega!
La profondità di questi occhi non ha limiti. Ciò che vi precipita non tocca mail fondo, e nulla ritorna più a galla. Il mare di questo occhio non ha memoria, è un mare che esige e riceve. Tutto quello che hai gli viene dato, tutto ciò che conta, ciò che forma la tua natura più intima. Non è possibile rifiutargli nulla. Non è un atto di violenza, non è un furto. Quello che dai lo dai con gioia, come se questa fosse la tua naturale destinazione, come se non ci fosse altra destinazione possibile.”
Elias Canetti, “Il gioco degli occhi”,