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lunedì 12 settembre 2016

troppo grande la fatica che portano il silenzio e l'ombra


Javier Marias

....meglio tacere mentre si può ancora dire ciò  che è sempre la migliore risposta: «Non so, non mi risulta, vedremo»,  la consolazione dell'incertezza che è anche retrospettiva.
Javier Marias
O forse volevo soltanto raccontare ciò che avevo già  raccontato una volta, quella sera a Luisa durante la cena, raccontare  una storia come pagamento di un debito, sia pure simbolico e non  preteso né sollecitato da nessuno, nessuno può pretendere ciò che non  sa se esiste e da chi non conosce, ciò che ignora se sia accaduto o  stia accadendo e perciò non può pretendere che si riveli o cessi.

Fino a poche ore prima Luisa Téllez non sapeva neppure che io  esistessi.

 E' chi racconta che decide di farlo e anche di imporlo e  chi si scopre o confessa e decide quando, di solito quando è ormai  troppo grande la fatica che portano il silenzio e l'ombra, è l'unica  cosa che spinge a volte a raccontare i fatti senza che nessuno lo  chieda né nessuno se lo aspetti, non ha niente a che vedere con la  colpa né con la cattiva coscienza né con il pentimento, nessuno fa  niente credendosi miserabile nel momento di farlo se sente la  necessità di farlo, soltanto dopo arrivano il malessere e la paura e  non vengono poi molto, è più malessere o paura che pentimento, o è  più stanchezza.
[...]
Ci avvicinava anche la nostra fatica e  l'aver raccontato, esserci riferiti qualcosa l'uno all'altro come in  uno scambio, cose che si completavano inutilmente, lei il dopo e io  il prima di qualcosa che non aveva soluzione e forse neppure ci  interessava molto: in ogni caso era passato, era successo ma non  succedeva, si poteva rivelare ma ormai era cessato.

Domani nella battaglia pensa a me


     Javier Marias
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    sabato 21 maggio 2016

    Se solo tu non mi avessi detto niente, se mi avessi tenuto all’oscuro

    Javier Marias

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    [...]
    Non la vedevo capace di basare tutta la sua vita futura su una menzogna. Di ipotecarla cosí, di darle fondamenta tanto… precarie. Certo, quanto piú grande la menzogna, maggiore è la tendenza a dimenticarla da parte di chi se ne è servito. Lei mi conosceva benissimo, erano anni che mi studiava, aveva cominciato da bambina, mentre io ero distratto e non la notavo; non mi accorgevo nemmeno di lei. Peccai d’ingenuità e di eccesso di fiducia. Ero sempre stato convinto che non servisse a nulla andare per la vita pieni di diffidenza e di timori. Fu dura per me imparare la lezione. Nemmeno oggi sono sicuro di averla imparata del tutto. Che cosa ci posso fare. L’esperienza mi ha insegnato molto, e sono stato costretto a fare piú attenzione; ma il carattere rimane. Attenuato, se si vuole, ma non molto di piú.
    [...]
    «Che stupido sono stato ad amarti per tutti quegli anni, piú che ho potuto, finché non sapevo niente», le aveva detto posandole le mani sulle spalle, prima di manipolarle il petto con spregio, in modo vessatorio, forse anche con una vaga o celata lussuria che si proibiva da molto tempo. E poi, dopo quel palpeggiamento, lei gli aveva risposto: «No, non sei stato uno stupido. No, al contrario: hai fatto bene ad amarmi per tutti quegli anni, tutti quegli anni passati… Probabilmente non hai mai fatto niente di meglio in vita tua». Avevo avuto la certezza che a Beatriz si fossero inumiditi gli occhi, solo cosí mi spiegai la sorprendente reazione di Muriel: «Questo te lo concedo, – le aveva detto. – Ragione di piú perché io sia convinto di aver buttato via la mia vita. Una dimensione della mia vita. Per questo non ti posso perdonare». Aveva usato un tono piú quieto, quasi di lamento, nel pronunciare queste parole.
    [...]
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    [...]
    Quando mi mostrò la lettera capii che il sorriso radioso di quel mattino all’aeroporto, non era di sola felicità, ignara del rischio corso, ma di felicità consapevole, di trionfo, di soddisfazione per avere ottenuto quello che desiderava e avere portato a termine la sua messinscena con successo.
    [...]
    – Da allora faccio quello che mi pare, non devo rendere conto a nessuno né disturbarmi a inventare scuse, ci mancherebbe. E anche lei, immagino, non m’importa di come conduce la sua vita, non mi interessa; solo che lei quello che fa lo fa per obbligo, non per piacere; lo fa come se ci fosse trascinata, sono io che la trascino a disporre di una libertà che non desidera, lei preferirebbe essermi sottomessa. Per il resto, non ho perso niente: in questi anni non è comparsa nessuna donna che mi entusiasmasse al punto da volerla accanto.

    Così ha inizio il male
         Javier Marias

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