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lunedì 27 gennaio 2020

Non riusciva a dargli un nome


Rachel Cursk




Rachel Cursk



Era successo, ha detto, che a un certo punto – doveva avere dodici o tredici anni – nella sua partecipazione alla vita famigliare si era alterato qualcosa, qualcosa di cosí sottile e impercettibile che non riusciva neppure a dargli un nome. Eppure ricordava benissimo l’attimo in cui era avvenuto il cambiamento, mentre tornava da scuola in uno dei soliti pomeriggi grigi. Stava per attraversare la strada e l’aveva sentito, un improvviso scombussolamento, quasi un senso di rottura. Aveva atteso che passasse, ma no, se l’era portato fino a casa, e quando si era svegliata il mattino dopo era ancora lí.
 
Non riusciva a dargli un nome, ma da quel giorno si era sentita come una che osserva la vita dall’esterno anziché prendervi parte.

Transiti di Rachel Cursk




Transiti di Rachel Cursk


lunedì 4 aprile 2016

Estetica dell'indifferenza

Fernando Pessoa
Quello che il sognatore deve cercare di sentire di fronte a ogni cosa è la nitida indifferenza che essa, in quanto cosa, gli causa.
 
Essere capaci di distillare, con un istinto immediato, da ogni oggetto o avvenimento ciò che esso può avere di sognabile, lasciando morto nel Mondo Esteriore tutto quanto esso ha di reale: ecco che cosa l'uomo saggio deve cercare di realizzare.
 
Non vivere mai i propri sentimenti con sincerità ed esaltare il proprio pallido trionfo fino a poter guardare con indifferenza le proprie ambizioni, le proprie ansie e i propri desideri; sfiorare le proprie allegrie e le proprie angosce come come chi sfiora una persona che non gli interessa...
 
Il più grande dominio di noi stessi consiste nell'indifferenza verso noi stessi, il considerarsi, anima e corpo, come la casa e il parco dove il Destino ha voluto farci passare la vita.
 
Trattare i nostri sogni e i nostri desideri più segreti in modo altero, en grand seigneur [...], porre un'intima delicatezza nel non averne cura. Avere il pudore di noi stessi; capire che in nostra presenza non siamo soli, che siamo testimoni di noi stessi, e che perciò è importante agire al cospetto di noi stessi come al cospetto di un estraneo, con una condotta esteriore studiata e serena, indifferente perché aristocratica, e fredda perché indifferente.
 
Per non degradarci ai nostri stessi occhi è sufficiente abituarsi a non avere ambizioni, passioni e desideri né speranza né impulsi né inquietudine. Per conseguirlo, per poter stare a nostro agio, dobbiamo ricordarci sempre che siamo costantemente alla presenza di noi stessi, che non siamo mai soli. E in tal modo domineremo le passioni e le ambizioni poiché passioni e ambizioni significano esporre noi stessi; non avremo desideri né speranze poiché desideri e speranze sono gesti bassi e privi di eleganza; né avremo impulsi e inquietudini poiché la precipitazione è una forma di indelicatezza per gli altri, e l'impazienza è sempre una grossolanità.
[...[
Saper trovare per ogni sensazione una realizzazione serena; fare in modo che l'amore si riassuma soltanto in un'ombra dell'essere il sogno dell'amore, pallido e tremulo intervallo fra le creste di due piccole onde illuminate dalla luna; rendere il desiderio una cosa inutile e inoffensiva, in una specie di sorriso delicato dell'anima a tu per tu con se stessa; fare di essa un qualcosa che non sia mai possibile realizzare o esplicitare. E addormentare l'odio come un serpente prigioniero e dire alla paura che conservi, dei suoi gesti, soltanto l'agonia nello sguardo: lo sguardo della nostra anima, unico atteggiamento compatibile con l'estetica.

Fernando Pessoa
Il libro dell'inquietudine

 

sabato 2 aprile 2016

non essendo altro né volendo essere altro che uno spettatore di me stesso

Fernando Pessoa
Sono sempre stato un sognatore ironico, infedele alle promesse segrete. Ho sempre assaporato, come altro e straniero, la sconfitta dei miei vaneggiamenti, assistendo casualmente a ciò che credevo di essere. Non ho mai prestato fede alle mie convinzioni. Ho riempito le mie mani di sabbia, l'ho chiamata oro, e ho aperto le mani facendola scorrere via. La frase era stata l'unica verità. Una volta detta la frase, tutto era fatto, il resto era la sabbia che era sempre stata.
 
Se non fosse il fatto di sognare sempre, il fatto di vivere in un perpetuo straniamento, potrei di buon grado chiamarmi un realista, cioè un individuo per il quale il mondo esterno è una nazione indipendente. Ma preferisco non darmi un nome, essere quello che sono con una certa oscurità e avere con me la malizia di non saper prevedermi.
 
Ho una specie di dovere di sognare sempre, perché, non essendo altro né volendo essere altro che uno spettatore di me stesso, devo avere il migliore spettacolo che posso. Così mi costruisco di oro e di seta, in sale immaginarie, palcoscenico falso, scenario antico, sogno creato fra giochi di luci blande e musiche invisibili.

Fernando Pessoa
Il libro dell'inquietudine
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